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I consigli del Maître: La previdenza Ue e le vacanze degli europei

Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Diseguaglianza in crescita si o no? Un centro studi ha pubblicato una ricognizione sull’andamento della diseguaglianza negli ultimi 40 anni e ha accertato che a livello globale la diseguaglianza è senz’altro diminuita, mentre è cresciuta all’interno dei singoli paesi.

Difficile perciò dare un giudizio su questa evoluzione economica. A godere dei vantaggi dello sviluppo economico, e quindi dei processi di globalizzazione, sono stati principalmente i paesi emergenti, che hanno visto crescere il ceto medio e uscire dalla povertà ampie sacche di popolazioni, Al contrario, molti paesi, anche avanzati, hanno sofferto gli effetti della delocalizzazione, subendo perciò la concorrenza dei lavoratori a basso costo dei paesi emergenti, e si sono impoveriti a vantaggio degli strati più elevati della società. Questo andamento non è irreversibile, ma probabilmente sbaglierebbe chi pensasse che si possa tornare indietro. Si può solo andare avanti. E sperare di migliorare.

L’Unione previdenziale europea.

Si è a lungo parlato di Piani individuali di risparmio (Pir) gli strumenti introdotti con la legge di Bilancio 2017 allo scopo di canalizzare il risparmio delle famiglie verso investimenti produttivi di lungo termine. I risparmiatori, persone fisiche, che indirizzano le loro risorse verso strumenti finanziari di imprese industriali e commerciali italiane ed europee radicate nel territorio italiano, beneficeranno dell’esenzione dalle imposte dei proventi derivanti da tali investimenti. È però necessario mantenere l’investimento per almeno cinque anni. Assai meno noti, ma simili per vocazione sono i PEPP che però sono uno strumento europeo. La settimana scorsa a Bruxelles è stato presentato un progetto della Commissione Ue per creare uno strumento previdenziale unico, quindi valido e uguale in tutto il territorio europeo per consentire ai risparmiatori di investire sul cosiddetto terzo pilastro della previdenza, ossia quello che si aggiunge alla previdenza obbligatoria e a quella integrativa di secondo livello. L’iniziativa è stata salutata come una rivoluzione e non a torto. Uno strumento previdenziale comune, che implica anche una certa armonizzazione fiscale, è un ottimo cavallo di Troia per iniziare a parlare di fisco comune. d’altronde dopo l’unione monetaria e quella bancaria, passando per la nascente unione dei capitali, rimane solo il fisco. La cosa più difficile.

Chi usa l’euro a parte gli europei? La Bce ha rilasciato il suo rapporto annuale sull’uso internazionale dell’euro che conferma il saldo ruolo di seconda moneta mondiale dopo il dollaro.

Come si osserva l’uso della valuta europea è diversa a seconda di cosa si osservi. Come valuta di riserva, infatti, l’euro copre il 19,7% della domanda a fronte del 64% del dollaro, mentre l’euro si avvicina alla quota usa nel settore dei pagamenti internazionali, quindi ad esempio quelli che vengono fatti per il commercio estero. E’ interessante osservare che è cresciuto l’uso dell’euro per le emissioni obbligazionarie. Molti emittenti, anche negli Usa trovano conveniente emettere debito in euro perché le condizioni monetarie sono più accomodanti. In ogni caso l’euro ormai è una componente importante di tutti i portafogli internazionali. Difficile pensare possa sparire.

Vacanze: Mezzogiorno non pervenuto. Eurostat ha pubblicato nuovi dati sulle località turistiche e la spesa per vacanze degli europei. Quanto a questa è utile sapere che quasi l’85% degli europei spende i suoi soldi per le vacanze in Europa.

 

E di questi il 58% nel proprio paese. Quanto alle località più gettonate, ecco l’elenco.

Come si può osservare, le regioni italiane a maggiore afflusso turistico sono il Veneto, la Toscana, la Lombardia, l’Emilia Romagna, il Lazio e la provincia di Bolzano. Il nostro Mezzogiorno è praticamente assente. E questo la dice lunga sulla nostra capacità di attrarre turismo.

I consigli del Maître: I successi di Netflix e del bacino Permiano

Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

L’incredibile successo di Netflix. Un istituto di ricerca ha pubblicato alcuni dati che mostrano lo straordinario successo ottenuto da Netflix nei confronti dei competitori tradizionali, ossia le piattaforma di tv via cavo. Il confronto è riferito agli Usa, ma è sufficiente a dare un’idea dell’importanza del fenomeno.

Come si può osservare, non è tanto il fatto che Netflix abbia superato di più di due milioni il numero degli abbonati della cable tv, ma quanto la circostanza che ha più che raddoppiato i suoi abbinati nello spazio di appena un quinquennio, passando da 23 milioni a oltre 50. Ancora più interessante osservare che l’industria tradizionale ha perso solo circa quattro milioni di abbonati. Quindi non c’è stato un semplice travaso, ma la creazione di una nuova domanda. Lo dicevano i classici che l’offerta crea la propria domanda. E il caso di Netflix ne è una chiara dimostrazione. Sulle ragioni di questo successo si sprecano le analisi. La mia idea è che vince per semplicità, economicità e modernità. In una parola: è nativo digitale.

L’America Saudita, parte II. Qualche settimana fa avevamo parlato dell’incredibile aumento di produzione di petrolio che si sta registrando negli Stati Uniti grazie allo sviluppo dello Shale Oil che i recenti rialzi petroliferi, trasformatisi in recentissimi ribassi, hanno stimolato anche in ragione del robusto calo dei costi di produzione statunitensi. Lo shale, insomma, rimane competitivo anche ai livelli attuali, a differenza di molta produzione tradizionale. Un aggiornamento sulla produzione è arrivato dalla Fed di Dallas, che ha pubblicato di recente un approfondimento.

Come si può osservare a far la parte del leone è il bacino Permiano, centro della produzione di shale oil in Texas, che in pratica è più che raddoppiata dal 2010 e che ormai svetta verso i 2,5 milioni di barili al giorno. Solo nel mese di maggio il Permian Basin ha aumentato la produzione di altri 53.400 barili, portandosi a 2,34 milioni. Ma come si può osservare di recente si è rianimato anche l’Eagle Ford, una vasta area di produzione petrolifera di Shale che ha visto crescere la sua produzione per il quarto mese consecutivo (+33 mila barili al giorno) portandosi a 1,29 milioni complessivi. Sulle due aree ci sono circa 450 impianti di estrazione attivi. Interessante osservare come l’aumento di produzione abbia fatto schizzare in alto l’export.

Gli Usa hanno venduto all’estero 926 mila barili a maggio, in crescita rispetto ai 733 mila di aprile. Da quando gli Usa, a dicembre 2015, hanno rimosso il ban contro le esportazioni di greggio gli Usa sono diventati competitivi, anche se non sono certo l’Arabia Saudita. Non ancora almeno.

La ripresa del commercio Cinese. L’Istituto di studi economici della Banca di Finlandia che studia le economia emergenti ha pubblicato una interessante rappresentazione degli andamenti più recenti del commercio cinese, che nel 2017 sembra aver ripreso vigore dopo i risultati fiacchi degli ultimi due anni.

Come si può osservare da inizio anno c’è una decisa ripresa delle esportazioni dell’Ue verso la Cina, mentre sono leggermente diminuite quelle Usa. Se guardiamo al nostro commercio estero – di recente Istat ha pubblicato i dati relativi ad aprile, osserviamo che la Cina è in effetti per noi un partner molto interessante.

Infatti è il terzo per incremento dopo Russia e Giappone. In tal senso l’aumento della domanda cinese, che come vediamo dall’analisi si dirige in buona parte verso l’Ue, è per noi una ottima notizia. Sempre che riusciamo a intercettarla. E dovremmo fare del nostro meglio per riuscirci, viste le complessità con le quali dobbiamo fare i conti per gestire la nostra bilancia commerciale, dove la componente energetica continua significativamente a pesare.

Toglietemi tutto, ma non l’automobile. La settimana scorsa si è chiusa con alcuni dati del settore auto in Europa, cresciuto del 7,7% su base annua a maggio, con FCA addirittura a sovraperformare con l’11,9% . Il settore, insomma, sembra aver recuperato la salute, tanto che gli osservatori stimano che tornerà al livello pre crisi, quando – era il 2007 – il settore chiudeva l’anno con 15 milioni 574 mila vetture vendute. Il 2017 promette bene, siamo già a una crescita nei primi cinque mesi dell’anno del 5,3%. Ma a ben vedere, era prevedibile che il settore avrebbe ritrovato la sua dinamicità. E per capirlo non serve conoscere l’economia industriale, ma la semplice statistica. Eurostat ha diffuso i dati sul possesso di automobili in Europa.

Il Lussemburgo primeggia, con 661 auto per 1.000 abitanti. Noi italiani siamo terzi dopo Malta, con 610. Quindi se consideriamo il 61% di 60 milioni di persone, abbiamo un’idea di quante auto girino nel nostro paese. E perciò di quanti spazi di mercato ci siano per i venditori. E’ solo questione di tempo.