La Germania comincia a vivere di rendita


C’è, nel pendolo della Storia, una rassicurante prevedibilità che però non deve ingannare. L’isocronia dei movimenti, pure al variare di certe condizioni, poco ci dice su ciò che accada ogni volta nel periodo di riferimento. Sappiamo solo che, a un certo punto, il pendolo torna indietro: regolarmente.

Ai tempi d’oro l’impero inglese finanziava gli scambi del mercato globale, lucrando enormi rendite su tali prestiti. Nel 1925, per dare un’idea, i redditieri inglesi incassavano fra redditi esteri, diritti di noli e interessi sul loro stesso debito pubblico, una quota di denaro pari a circa il 20% del prodotto nazionale. Le solo rendite dai prestiti esteri pesavano circa il 5,6% del Pil, Ben al di sotto dell’8,3% del 1913, ma d’altronde c’era stata una guerra di mezzo, e ben altre potenze si stavano candidando al ruolo di tesoriere globale.

Pure nel 1933, l’anno orribile dell’economia mondiale, e di quella inglese in particolare, ormai orfana del gold standard, le rendite dei gentiluomini inglesi correvano ancora un bel po’, pure se ormai quotava un modesto 3,8% del Pil. Certe vocazioni, come vedete, sono difficili a maturare e ancora più difficili a cambiare. Ci volle un’altra guerra perché i redditi inglesi dall’estero si prosciugassero.

Se facciamo un salto nel nostro tempo, rivediamo il pendolo della storia riprendere slancio e disegnare un’altra vocazione da rentier. Non certo in Inghilterra, il cui conto corrente ormai è un colabrodo, e tantomeno in America, che lucra dai suoi investimenti esteri, malgrado sia il paese più indebitato al mondo, ma solo perché emette la valuta internazionale. E neanche dalla Cina, che addirittura mostra un saldo negativo dei redditi sulla parte corrente del bilancio estero.

Questo particolare pendolo della storia ha iniziato a oscillare in Germania. Capiremo solo nei prossimi anni l’ampiezza di tale oscillazione. Per il momento possiamo solo rilevare che è iniziata nel 2004 e che adesso ha iniziato a prendere un certo slancio.

Prima di entrare nel dettaglio, consentitemi u’altra divagazione storica. Nei ruggenti anni Venti, mentre l’Inghilterra si prosciugava e la Germania diventata la periferia degli investimenti del centro americano, gli Stati Uniti si trovarono nell’invidiabile condizione di avere corposi surplus sul lato corrente dei redditi insieme a notevoli avanzi commerciali, che consentivano loro di finanziare mezzo mondo. Un potere enorme. Gli inglesi, per dire, avevano sofferto nella fase finale del loro impero di un deficit sul conto delle merci.

Ecco: questa è la situazione in cui si trova la Germania di oggi. La situazione americana, intendo.

Dicevo che il pendolo tedesco ha inizato a oscillare nel 2004. Fino al 2003 infatti, e per il decennio precedente, il saldo dei redditi aveva mostrato un segno negativo, al contrario di quanto era accaduto dal 1980 in poi, quando il saldo dei redditi, pure se modesto, era stato sempre positivo. Gli anni ’90, per la Germania, sono stati anni brutti sul versante estero. Gli attivi commerciali si erano pressoché dimezzati in confronto a quelli dei ruggenti anni ’80, e il saldo di conto corrente era sceso sotto zero, dove è rimasto per tutto il decennio.

Solo dal 2001 in poi il saldo del conto corrente è tornato positivo, trainato dalle esportazioni di merci, il cui surplus schizzò al 6% del Pil già quell’anno, per arrivare a sfiorare l’8% nei successivi. Ma il saldo dei redditi era ancora negativo, e lo è rimasto, appunto, fino al 2004.

In quell’anno qualcosa è cambiato. I redditi netti dall’estero sono diventati positivi. Gli investimenti all’estero, evidentemente, hanno portato un ottimo frutto. I primi sono ancora modesti, più o meno l1% del Pil, ma la crescita è costante. E, cosa ancor più rimarchevole, non ha rallentato neanche con la crisi: anzi: è cresciuta.

Evidentemente i i ricchi tedeschi sanno bene dove investire. Hanno il gusto dei rendimenti, da bravi rentier.

Tale tendenza è confermata anche dagli ultimi dati rilasciati venerdì dall’istituto statistico tedesco, che ci dice alcune cose interessanti.

La prima, immediatamente rilanciata da tutta la stampa, è che il surplus sulle merci del 2013 è arrivato a 198,9 miliardi, il miglior risultato della storia tedesca, persino di quello del 2007, quando raggiunse i 195,3 miliardi di euro. Ma il 2007 fu un anno record per i conti esteri tedeschi: al surplus commerciale, che toccò l’8% del Pil, si aggiunse anche quello sui redditi, un altro 2% circa.

Con la crisi è successa una cosa curiosa: il saldo commerciale è diminuito, ma quello sui redditi è rimasto costante, salvo nel 2008, crescendo anzi moderatamente.

I conti 2013 confermano quest’andamento. E il surplus commerciale tedesco nasconde altri dettagli di non poco conto.

Intanto che il miglioramento del saldo rispetto al 2012 (189,9 mld) deriva dal fatto che le importazioni sono calate assai più delle esportazioni. Queste ultime, in valore assoluto sono diminute rispetto al 2012, passando da 1.095,8 miliardi a 1.093,9, lo 0,2% in meno. L’import è andato peggio però. A differenza degli gentiluomini inglesi, gran consumatori di thé indiano, i tedeschi hanno stretto la cinghia, col risultato che hanno importato 895 miliardi di merci nel 2013, l’1,2% in meno del 905,9 del 2012.

Poi c’è un’altra cosa. Il saldo dei redditi è l’unica voce della bilancia dei pagamenti che mostra una percentuale positiva. Mentre import e export di merci diminuiscono entrambi, anche se il saldo è da record, i redditi crescono in valore assoluto e percentuale. Nel 2012 la Germania redditiera aveva incassato 64,4 miliardi di redditi netti dai suoi investimenti. Nel 2013 sono stati 67,5: 3,1 mld in più, pari al 4,8% in più in un anno. Niente male no?

Questo spiega, assai più dell’evoluzione delle merci, l’andamento lussureggiante del conto corrente, il cui surplus è passato da 187,2 mld a 201, altro probabile record storico.

Vivere di rendita offre parecchi vantaggi, è ovvio. E se l’interscambio di merci è ancora saldamente la prima voce dello sviluppo tedesco, bisognerà vedere se i tedeschi faranno come gli inglesi prima e gli americani oggi, che a furia di viver di rendita (e quindi di finanza) sono diventati pigri e hanno finito col rovinare le loro bilance commerciali.

Notate che 67,5 mld equivale a circa il  2,5% del pil tedesco. Non saranno ancora come i vecchi inglesi, ma continuando così fra poco inizieranno a giocare a cricket.

Sempre che il pendolo, improvvisamente, non decida di tornare indietro.

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