Il fantasma della deflazione si materializza (per ora) fra i Pigs


Dunque i nostri banchieri centrali dicono che non c’è nessun rischio deflazione in Europa, e segnatamente nella zona euro. E anzi assicurano che qualora dovessero percepire questo rischio faranno tutto ciò che è necessario per evitarlo.

Non c’è nulla che più spaventi i banchieri della temutissima sindrome giapponese.

Poi però arriva Eurostat che pubblica i dati di gennaio 2014.  Viene fuori che l’inflazione annuale dell’eurozona, calcolata a gennaio 2014, è ferma allo 0,8%, stesso livello di dicembre. Ma che un anno fa, quindi a gennaio 2013, era il 2%. Più del doppio.

Peggio ancora, viene fuori che l’inflazione mensile di gennaio 2014 è stata negativa per l’1,1%.

A livello di Unione europea, la situazione cambia poco. L’inflazione annuale a gennaio 2014 è stata dello 0,9%, in calo rispetto all’1% di dicembre 2013. Mentre il dato riferito a un anno prima segnala un +2,1%. Quindi anche nell’Ue nel suo complesso, l’inflazione si è più che dimezzata. L’inflazione mensile di gennaio, è stata negativa per lo 0,9%.

Mentre mi chiedo come valuteranno questi dati i nostri banchieri, scorro l’intera nota di Eurostat e trovo altre informazioni che dicono molto di più del semplice dato aggregato.

La prima informazione è che la frammentazione dei prezzi dell’eurozona si è ulteriormente polarizzata. I paesi in crisi, a furia di disinflazionarsi, vedono materializzarsi il terribile fantasma della deflazione. Nei paesi forti, al contrario, il livello di prezzi si avvicina al livello previsto dalla Bce. Anche se rimane sottotono, almeno è positivo.

Il che ci conduce all’estremo paradosso per il quale i paesi più indebitati vedranno i loro debiti, privati e pubblici, farsi più pesanti, proprio a causa del calo dei prezzi, al contrario di quanto accade per i paesi meno indebitati, ai quali l’inflazione regala un po’ di sollievo. Come se non bastassero gli spread.

Prendiamo gli estremi: Grecia e Germania.

In Grecia l’inflazione annuale registrata a gennaio è stata negativa per l’1,4%.

In Germania, lo stesso dato riporta un’inflazione positiva per l’1,2%.

Che tale dato, per quanto parziale, esprima una tendenza, tuttavia, lo si rileva guardando ai tassi di inflazione degli altri paesi della zona. Cipro, per dire, registra un’inflazione negativa per l’1,6%, in Portogallo l’inflazione è aumentata di un risicato 0,1% , In Irlanda e Spagna dello 0,3. In Italia dello 0,6. La media Ue, come ho detto è del +0,8%.

Se andiamo a vedere i paesi “sani”, troviamo l’Olanda perfettamente in media, il Belgio all’1,1%, il Lussemburgo all’1,5% come l’Austria, e la Finlandia all’1,9%, come la Gran Bretagna. L’unica eccezione è la Slovenia (+0,9%), ma sappiamo che lì il peggio deve ancora venire.

Nel paradosso del nostro tempo, per il quale una moderata inflazione è un bene, il mercato europeo si scopre vieppiù frammentato anche relativamente a questo “beneficio”.

Ma c’è un’altra circostanza di cui è saggio tener conto. La deflazione dei Pigs, di fatto, viene importata dagli altri paesi che ne sono controparte negli scambi. Esattamente come succede quanto c’è inflazione. Quindi, se la pressione al ribasso sui prezzi dovesse continuare, neanche i paesi più forti si salveranno.

Guardiamo sempre alla Germania. L’istituto di statistica ha rilasciato il dato dell’inflazione sui prezzi dei beni importati che, sempre a gennaio 2014, ha visto l’indice decrescere del 2,3% rispetto a gennaio 2013. Si conferma così una tendenza già emersa e novemebre e dicembre 2013, quando il ribasso dell’indice, sui corrispondente mesi del 2013, era già stato del -2,9 e -2,3%.

Ovviamente di tale tendenza risentono anche i prezzi all’export tedeschi, che, sempre agennaio 2014, sono diminuiti dello 0,8% rispetto a gennaio 2013.

La disinflazione/deflazione, insomma, si autoalimenta in tutta l’area euro, anche grazie alla moneta unica che impedisce gli aggiustamenti di prezzo tramite il cambio.

Un altro elemento interessante, si vede scrutando i grafici preparati dall’Eurostat, è che dal gennaio 2010 la forbice fra l’inflazione nell’area euro e quella dell’intera Ue è andata via restringendosi. Oramai i due dati camminano sostanzialmente appaiati. Segno evidente che la tendenza deflazionaria (o disinflazionaria, come preferiscono definirla gli esperti) sta uscendo fuori dai confini dell’eurozona e sta contagiando tutta l’Europa.

Se dalla visuale parziale, perché provvisoria, di Eurostat ci spostiamo a una visione più di sistema, la sensazione che il fantasma della deflazione agiti rumorosamente le sue catene sulle nostre teste non diminuisce. Anzi.

Il documento più aggiornato che ho trovato sull’argomento è quello contenuto nelle previsioni invernali della commissione Ue pubblicate pochi giorni fa, dove l’argomento dell’inflazione occupa molto spazio.

In particolare, il rapporto ospita un box, dove si analizzano le tendenze disinflazionarie nell’eurozona che hanno iniziato a manifestarsi fin dalla fine del 2011. “L’ultimo quarto del 2013 tuttavia – sottolinea la Commissione – ha sorpreso per il ribasso dell’indice HICP, caduto allo 0,8%”.

L’Indice HICP, lo ricordo ai non appassionati, è l’indice armonizzato per i paesi europei dei prezzi al consumo. Si riferisce alla spesa monetaria per consumi finali sostenuta esclusivamente dalle famiglie. Si tratta quindi di un indicatore molto eloquente circa la reale voglia dei cittadini consumatori di spendere i propri soldi, visto che a una minore domanda di beni finali corrisponde, per la nota legge della domanda e dell’offerta, un calo dei prezzi. E poiché la deflazione di solito si verifica quando i consumatori rimandano gli acquisti perché pensano che i prezzi diminuiranno in futuro, ecco che monitorare questo indice può essere molto utile ai fini dell’analisi.

Per darvi un’idea di cosa sia successo nell’eurozona negli ultimi sette anni, basti sapere che l’indice in questione è diventato negativo nella seconda metà del 2009 e tale è rimasto per un anno intero. Eppure neanche allora si parlò tanto di deflazione quanto se ne parla adesso.

Perché?

L’indice, sempre per la cronaca, risalì dal 2010 in poi arrivando al 3% a fine 2012, quando, senza una ragione chiara, ha ricominciato a declinare. Per completare lo schema, è utile sapere che prima della crisi, alla fine del 2008, l’indice era arrivato al 4%.

La Commisione perciò si propone di analizzare se tale ribasso sia da considerare temporaneo o se nasconda una tendenza deflazionaria di fondo, che prima o poi spingerà la Banca centrale a fare “tutto ciò che è necessario”, anche se non è ancora chiaro cosa.

Nell’analisi della Commissione, parte della recente caduta dei prezzi è da imputarsi a fattori temporanei, legati all’aumento della tasse indirette e di alcuni prezzi amministrati, collegati alle misura di austerità varate in alcuni paesi in crisi. Detto in altri termini, il consolidamento fiscale ha sottratto denari dalle tasche dei cittadini facendo diminuire la domanda globale. Quindi l’indice che misura la spesa monetaria per consumi finali non poteva che diminuire.

Ma oltre a questi fenomeni transitori (chissà quanto transitori, poi, visto che la fine dell’austerità sembra assai di là da venire) ci sono anche fattori ciclici che devono essere considerati. “Fattori ciclici e strutturali – scrive la commissione – relativi alla fragile ripresa e all’andamento del costo del lavoro possono spiegare molto”.

La crescita del costo del lavoro infatti (e parliamo dell’intera eurozona) è diminuita all’1% nel terzo quarto del 2013 a fronte della crescita del 2,1% dello stesso periodo di un anno prima. La spinta deflazionaria, insomma, si alimenta col calo dei salari che, scrive la Commissione “ci si può aspettare continui nei prossimi trimestri”.

Per i PIIGS, poi, la situazione è ancora più complicata. “La disinflazione nei paesi fragili – osserva – può amplificare la sua magnitudo, infatti il declino relativo dei tassi di inflazione coincide con il sostanziale sforzo di riforme strutturali che ha posto espressamene come obiettivo le rigidità di prezzi e salari”. Ossia si è proposta di flessibilizzarli.

Di fronte a questo scenario suonano particolarmente allarmanti le conclusioni della Commissioni, che pure prova a rassicurare tutti scrivendo che “il rischio di deflazione è basso”.

Certo, se per deflazione si intende una protratta e significativa caduta dei prezzi nell’intera eurozona, il rischio si può definire basso. Ma, vedete, è tutta una questione di capirsi sulle definizioni. Perché la Commissione scrive di aspettarsi comunque “un protratto periodo di bassa inflazione nei prossimi trimestri”. E poi aggiunge che “anche in assenza di una deflazione vera e propria, un’inflazione persistentemente sotto il target Bce non sarebbe senza rischi per i paesi membri al range più basso di dispersione dell’inflazione”.

Che poi sarebbero i PIIGS, appunto, ossia quelli dove i prezzi stanno lentamente franando.

“Un protratto periodo di inlfazione molto bassa – conclude – aumenta il valore reale dei debiti, pubblici e privati, provocando un aumento dei tassi reali e rendendo il processo di aggiustamento di questi paesi più difficile e il deleveraging più sfidante”.

Ve lo dico in altre parole: anche non ci sarà la deflazione vera e propria (nell’intera area), è facile che il fantasma farà capolino nei paesi disgraziati, dove la caduta dei prezzi rischia di provocare il solito avvitamento: più austerità, più debiti, più austerità, più debiti, eccetera eccetera.

Talché la deflazione, a ben vedere, è davvero l’ultimo dei problemi.

Nel senso che gli ultimi di solito sono i primi.

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