La Cina prepara la sua prossima crisi bancaria


Perché nessuno possa dire di non esser stato avvertito, una pletora di istituzioni finanziarie ha ripetuto quello che sanno ormai tutti mentre fanno finta di non saperlo: il sistema finanziario cinese sta scricchiolando pericolosamente.

Si può fingere ancora di non sentire il rumore sinistro che ne deriva, come fanno gli investitori esteri che ancora nell’ultimo trimestre del 2013 hanno dirottato prestiti bancari per oltre 80 miliardi di dollari in Cina. O si può pretendere che la Cina sia invulnerabile, contando sulla mole delle sue riserve e dei suoi attivi commerciali, come sembrano auspicare i tanti attratti dal finto miracolo economico cinese.

Si può, ma se si avesse memoria si guarderebbe a un tempo assai vicino al nostro che al nostro somiglia assai pericolosamente.

Vi faccio qualche esempio.

Parte 1: “La crisi finanziaria ha anche messo in evidenza la fragilità del sistema finanziario cinese. Negli ultimi anni era divenuta sempre più manifesta la presenza di crediti in sofferenza nei portafogli delle principali banche statali (…). Sono stati inolte formulati programmi per la ristrutturazione delle banche e per un rafforzamento della normativa prudenziale”.

Parte 2: “I crediti verso i veicoli governativi locali sono cresciuti rapidamente negli anni recenti fino a 19 trilioni di yuan e alcune analisi suggeriscono che circa la metà di questi crediti siano non performing”.

Parte 3: “La rapidissima crescita ha creato un clima di continua espansione della domanda, favorendo uno straordinario aumento del rapporto credito bancario/PIL che non trova equivalenti nella recente storia dei paesi industriali”.

Parte 4: “Il settore delle banche commerciali in Cina è diventato molto grande, con un totale di asset che eccede il 200% del Pil, un livello che spesso presagisce crisi finanziarie”.

Parte 5: “Una causa di fragilità del sistema finanziario cinese sta nel fatto che le precedenti politiche di prestiti amministrati hanno lasciato un retaggio di crediti in sofferenza.Alcune banche hanno assunto esposizioni eccessive, nell’aspettativa implicita di un sostegno ufficiale qualora fossero subentrate difficoltà”.

Parte 6: “Il rischio di una crisi sistemica del sistema finanziario cinese dipedenderà dalla risposta dell’autorità”.

Bene, il gioco è semplice: alcune di queste frasi sono tratte dai rapporti annuale della BIS (l’italiana Bri) del 1997 e del 1998. Altre dal recente outolook sull’economia internazionale rilasciato dal’Ocse pochi giorni fa che, guarda caso, dedica un approfondimento proprio al periclitante sistema finanziario cinese. Ricorderte che pochi giorni fa anche il Fmi si era occupato della Cina, e in particolare del suo crescente sistema bancario ombra.

Credo sia inutile stare a sottolineare chi abbia detto cosa e quando: il succo è che la Cina si è di nuovo infilata nel tunnel di una probabile crisi bancaria, esattamente come era successo nella seconda metà degli anni ’90, quando il paese sperimentò un afflusso record di capitali esteri, con un sistema bancario sostanzialmente in bilico.

Gli studiosi delle cineserie ricorderanno che il governo, nella prima metà degli anni ’90, aveva creato le prime banche commerciali separandole da quelle più propriamente di sistema. Era caduto il muro e anche i mandarini cinesi volevano darsi un’aria di novità. Dimenticando però che le sedicenti banche commerciali avevano ereditato una mole di crediti più o meno inesigibili concessi ai tempi dei prestiti amministrati. E senza considerare che pure se formalmente commerciali, le banche rimanevano di proprietà pubblica, e quindi braccio finanziario delle politiche del partito.

Venne fuori, anche in conseguenza dello scoppio della crisi asiatica del ’97, che un buon 15% degli attivi di queste banche aveva crediti più o meno inesigibili. Il governo dovette intervenire e ricapitalizzare. Furono anche varate restrizioni regolamentari per evitare che la crisi si ripetesse, e per qualche anno il giocattolo si rimise in piedi.

Ma poi è arrivato un nuovo diluvio di soldi, nel primi dieci anni del XXI secolo. La Cina si è trovata nuovamente a dover gestire incredibili afflussi di capitali e una crescita al 10%, proprio come nel ’97, e la sensazione, assai perniciosa, di essere invincibile.

Per eludere le regole che disciplinavano il credito, le banche hanno replicato la lezione americana: ed ecco l’esplosione dello shadow banking. L’Ocse stima che il valore che muove il sistema bancario ombra oscilli fra il 44 e il 69% a fine 2012.

Le banche hanno portato fuori bilancio prestiti che non avrebbero potuto concedere ad entità privi dei requisiti prudenziali minimi. E per farlo hanno usato dei veicoli a loro non direttamente riconducibili. Al contempo, i destinatari di questi prestiti, per lo più entità finanziarie, si prendevano l’incarico di gestire i soldi dei cinesi ricchi, garantendo loro rendimenti più elevati dei normali depositi bancari. I famosi Wealth management product (WMPs) già oggetto delle amorevoli attenzioni del Fmi.

I soldi dei ricchi cinesi, remunerati a tassi più alti dei depositi bancari, sono finiti poi in mano ai famigerati Local Government financing Vehicles (LGFVs), ossia entità espressione dei governi locali, ai quali i regolamenti governativi hanno reso molto difficile prendere a prestito dalle banche. Perciò le banche hanno iniziato a prestar loro indirettamente tramite le banche ombra. Ed è ripartito il bengodi.

Oggi come negli anni ’90, i cinesi si sono accorti che una quota significativa di questi crediti concessi sono assai difficili da esigere. E parliamo di circa 19 trilioni di yuan di prestiti, pari al 37% del Pil a fine 2012.

Ricapitolo: le banche cinesi sono pesantemente esposte, anche se tramite le loro entità ombra, verso i veicoli finanziari dei governi locali. E, come se non fosse già pericoloso, sono anche molto esposte verso l’immobiliare. Questa esposizione pesa complessivamente circa il 30% del totale dei loro prestiti.

A proposito: gli asset totali del sistema bancario “ufficiale” cinese sono passati dai 53,1 trilioni di yuan del 2007 ai 151,4 del 2013, quindi sono triplicati, mentre il loro peso in relazione al Pil è passato dal 119,8% al 266%. Ciò nonostante, le banche esibiscono requisiti patrimoniali in ordine, capaci quindi di accollarsi le eventuali perdite delle loro banche ombra. Sempre che, è così non sembra che sia,  i bilanci bancari cinesi incorporino con trasparenza l’esposizione fuori bilancio.

Come vedete, sembriamo tornati agli anni ’90. Il sistema è più sofisticato, appaiono nuove sigle, ma il succo rimane sempre lo stesso: un sistema bancario caracollante, peraltro fortemente dipendente dall’andamento dei corsi immobiliare, che semina rischi in giro per l’Asia. E per fortuna che finora i legami finanziari della Cina sono ancora tenui. Dovremmo ricordarci, come lavorano le banche cinesi, ogni volta che leggiamo di qualcuno che auspica l’apertura del conto capitale della Repubblica popolare.

Ma questo non vuol dire che una crisi bancaria cinese non avrebbe conseguenze sul resto del mondo. “Il rischio di ricadute finanziarie e commerciali internazionali potrebbe essere più grande di quanto previsto dai soli collegamenti diretti”, scrive oggi l’Ocse. Perché è vero che il sistema bancario cinese è ancora poco integrato con quello internazionale, ma “una turbolenza finanziaria in Cina può indebolire il sentiment degli investitori internazionali con conseguenze negative anche per la stabilità finanziaria degli altri paesi emergenti”.

In particolare sottolinea l’Ocse, il contagio “può passare da Hong Kong, dove grandi compagnie cinese e banche hanno presenze significative nel mercato azionario”, per non parlare dell’effetto indotto dai legami commerciali.

Perché nessuno possa dire che mai avrebbe immaginato sarebbe successo, ricordatevi di questa situazione una volta che l’America inizierà ad alzare i tassi, come fece nel 1994 dando il via a una catastrofe planetaria che cominciò dal Messico e colpì tutti i paesi emergenti.

Una crisi bancaria cinese non sarà certo la fine del mondo.

Ma la fine di un mondo di sicuro sì.

 

 

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Un Commento

  1. Jean-Charles

    I rischi di collasso del sistema finanziario cinese non sono superiori a quello statunitense o europeo.

    L’Europa è il piccione della mondializzazione dovendo ricorrere a scambi in dollari acquisiti con controparti sostanziose, allorché prodotti senza ritenuta da click su computer dai loro creatori.

    Abbiamo aperto i nostri mercati sopprimendo le barriere doganali e le quote, allorché la Cina regola con norme amministrative nostrane l’accesso al suo.
    La Cina acquisisce sempre più tecnologia o società che ritiene utili alla sua espansione economica e li usa anche la dove stanno a sua convenienza presente e futura.

    A nulla serve rendere più competitive le nostre imprese abbassando di qualche percento i costi di produzione, senza visione strategica lungimirante che preservi gli interessi propri dell’insieme.

    Solo le difficoltà di disporre di tutta l’energia fossile necessaria alla produzione economica, potrebbe incidere sui rapporti.

    Di certo, non spetta a noi Italiani decidere, ma solamente acconsentire pagandone il prezzo derivante che precipita secondo me, la crisi in atto.

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