Mattone di Damocle sopra la Cina


Nel 2013, dicono le statistiche, la Cina ha sversato non meno di 2,4 miliardi di tonnellate di cemento sul suo territorio per saziare l’inesauribile appetito edificatorio del suo settore delle costruzioni, con ciò regalando alla popolazione il sostanziale primato globale per consumo pro capite di questa materia. La qualcosa, ricordando l’enormità della popolazione cinese, dà la piena misura dell’eccesso che i costruttori nazionali, con la decisiva compiacenza del governo, stanno sperimentando nei confronti del proprio territorio.

Tale attivismo, che nutre visioni di grattacieli estenuanti, dove estenuate masse informi sciamano come in un formicaio, nutre un altresì estenuante rischio economico che la Bundesbank, nell’agosto scorso, ha ritenuto opportuno riepilogare ad uso di chi ormai da tempo tema che le evidenti crepe del mattone cinese finiscano col franare su un’economia che sul mattone ha finito col basare non solo gran parte del suo prodotto nazionale, ma anche la salute stessa del suo sistema finanziario, dove banche ombra e veicoli governativi ultraindebitati devono poter contare sui rendimenti crescenti dell’immobiliare per saziare il loro fabbisogno. Oppure, ove tali rendimenti tradiscano le attese, sprofondare verso un doloroso fallimento.

Comprendere le dimensioni del problema passa necessarimente dalla sua quantificazione che, trattando qui di socioeconomia, non può che essere misurato dalla quota che il settore delle costruzioni ha sul prodotto cinese, e notando, come fa la Buba in apertura della sua analisi, che “ci sono stati segnali di rallentamento nell’attività sin dall’inizio del 2014”, quando “il numero delle case acquistate è diminuito considerevolmente e i prezzi delle abitazioni hanno iniziato moderatamente a declinare”.

Ciò a fronte del trend opposto, che si è sviluppato fra il 2008 e la prima parte del 2012, quando i prezzi dell’immobiliare e il livello delle costruzioni registrarono una crescita robusta – casualmente in coincidenza con la crisi finanziaria globale – che la Buba non si perita di definire “esagerata”. “Il mercato delle case cinesi appare vulnerabile a causa di questa crescita”, nota ancora, soprattutto per lo stretto legame che avvince i cinesi al mattone, incentivato dalla politica governativa di regolazione dei tassi di interessi sui depositi bancari che, tenuti assai bassi i rendimenti, spinge i risparmiatori verso l’immobiliare a caccia di profitti più soddisfacenti, con ciò innescandosi quella perversa spirale fra mattone e credito che ha strozzato svariate economie in questi decenni.

Le autorità hanno approvato misure restrittive sugli acquisti di seconde o terze case, ma ormai tali controlli si sono affievoliti e così la megalomania cementizia cinese, stimolata dai corposi afflussi di popolazione che defluiscono in città dalle campagne, è arrivata fino al punto in cui siamo oggi.

Come tradurre tale esagerazione in dati? La Buba calcola che l’anno scorso il settore delle costruzioni nel suo complesso abbia generato un valore aggiunto del 7%, una quota considerevolmente cresciuta rispetto agli anni precedenti, con la curiosità che, in valore nominale, il settore delle costruzioni cinese ha ormai superato anche quello americano. L’ennesimo segnale di un sorpasso quantitativo dell’economia cinese su quella americana che i collezionisti di statistiche non trascureranno di annotare.

Un altro dato, che la Buba estrae dalle statistiche cinesi, ci dice come l’anno scorso il valore degli immobili costruiti sia stimabile nell’ordine dei 9 trilioni di yuan, circa il 16% del Pil, sommandosi però non solo il settore residenziale, ma anche quello commerciale e pubblico, pure se  la parte residenziale sembra pesi più o meno i due terzi.

A fronte di questa superproduzione di mattone, ci sono i prezzi. La domanda, fatto 100 l’indice nel 2000, è arrivata a quotare 700, moltiplicandosi così per sette, a fine 2013, ma le avvisaglie del 2014 l’hanno fatta declinare a quota 600. Ciò a fronte di prezzi che sempre paragonati all’indice 100 del 2000, sono arrivati a 300, moltiplicandosi per tre in poco più di un decennio. Tali risultati, certamente, sono stati provocati dalla possente urbanizzazione in corso in Cina, dove la percentuale di residenti in città è cresciuta in media del 3,75% l’anno lungo il primo decennio del XXI secolo, e si prevede continuerà, pur stabilizzandosi intorno al 2,5% di crescita media annua, nel corso del decennio attuale.

E tuttavia, tale domanda non sembra giustificare tanto consumo di cemento. “L’impressione – scrive la Buba – è che il livello degli investimenti residenziali sia molto alto rispetto agli standard internazionali”. Ciò anche in ragione del confronto che la banca centrale tedesca fa tra Cina, Giappone e Corea del Sud. Ebbene, il Giappone raggiunse l’attuale livello di ricchezza pro capite della Cina nel 1967, la Corea nel 1988. E tuttavia questi due paesi avevano una quota del settore costruzioni sul pil rispettivamente del 6%, il primo, e del 9% il secondo, ben al di sotto del livello raggiunto dai cinesi.

Aldilà dei confronti statistici, è un altro indicatore che mostra come la superproduzione immobiliare cinese rischi di svelare la sua più autentica natura di sovrapproduzione: il numero delle case vuote. “Alcuni indicatori – nota la Buba – suggeriscono  che c’è un surplus strutturale di abitazioni di nuove costruzioni. In molte città c’è un considerevole stock di invenduto e nonostante gli istituti di statistica cinesi non pubblichino nessun dato ufficiale su questo tema, centri di ricerca stimano che il tasso di case vuote nelle città abbia raggiunto il 22% nel 2013”. D’altronde con prezzi triplicati in dieci anni, può anche succedere che la gente, pur volendola, non riesca a comprare casa. Oppure “è molto probabile che lo stock delle case costruite abbia ecceduto la domanda”, spiega la Buba.

Qualunque sia la ragione, il settore delle costruzioni sembra destinato a un naturale rallentamento, se non addirittura verso una decisa contrazione. La Buba stima che un calo del 10% del totale degli investimenti residenziali avrebbe un effetto negativo sul pil di circa l’1%, solo in puri termini statistici. “Ma l’effetto sul pil sarebbe probabimente assai più grande, considerando l’impatto sulle altre componenti della domanda aggregata”. Abbiamo conosciuto, per averlo vissuto sulla nostra pelle, l’effetto di una crisi delle costruzioni sul prodotto, quindi l’avvertimento della Buba è ampiamente comprensibile.

Un calo del mattone avrebbe altri effetti depressivi sull’economia reale anche attraverso altri canali, che non queli semplicementi legati alle componenti del prodotto. Il calo dei corsi immobiliari, infatti, colpirebbe direttamente il livello di ricchezza delle famiglie e indirettamente il consumo privato. E poi c’è la questione finanziaria, visto che il mattone viene usato come collaterale in tante partite debitorie. Nulla di diverso, insomma, rispetto a quello che abbiamo visto accadere nei paesi meridionale dell’eurozona, i cui mercati immobiliari collasavano mentre quelli cinesi fiorivano.

Un altro canale di contagio sarebbe generato dal calo di valori dei terreni edificabili, il cui mercato alimenta i bisogni finanziari dei governi locali, generando incassi fiscali netti per il governo, negli ultimi anni e secondo una stima del Fmi, nell’ordine del 2-3% del Pil. “Poiché i governi locali sono già  altamente indebitati, ciò può costringerli a ridurre i loro piani di investimento”. Ciò aggiungerebbe contrazione a contrazione.

Soprattutto è degna di menzione l’osservazione della Buba laddove spiega che, stante la condizione precaria delle statistiche cinesi, grezze e incomplete, “gli effetti macroeconomici di un crollo del mercato immobiliare sono soggetti a considerevole incertezza”.

Insomma: la Cina ha un mattone di Damocle che le dondola sul capo appeso a un filo sottilissimo.

E neanche ha idea quanto possa far male.

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