Le nozze d’argento fra ex comunisti e capitalisti


Son passati venticinque anni dal 1989, e sembra lo ricordi solo il Fmi, che ha festeggiato le nozze d’argento fra ex comunisti e capitalisti con un agile volume che racconta l’epopea dell’ex blocco sovietico dalla caduta del muro in poi. Val la pena leggerlo, vuoi perché riporta tanti di noi a una bella e ormai lontana giovinezza, che ci fece sperare improvvisi rivolgimenti nel mondo, e poi perché ci accompagna fino alla maturità di oggi, quando abbiamo capito che il mondo, a differenza nostra, non cambia.

Fuor di metafora, l’idillio ormai è datato e val la pena fare un bilancio, come usa nella vita vera. Se non altro perché ci avevano detto che il matrimonio sarebbe stato d’amore, non certo d’interesse, quando già dall’indomani della caduta del muro fu evidente a tutti che era vero il contrario.

La riunificazione dell’Europa, della quale quella tedesca fu la migliore rappresentazione, iniziò a misurarsi sin d’allora col metro del pil pro capite, magari misurato a parità di potere d’acquisto che, a differenza di quello quotato col metro della valuta, ha il pregio di raccontare con maggiore precisione delle condizioni di vita dei diversi paesi, atteso che, nell’economania imperante, il potere d’acquisto fa la differenza fra chi sta bene e chi vivacchia.

Sicché leggo che molta strada è stata fatta sul versante della convergenza, ma di più ne rimane da percorrere. In Polonia, per dire, il pil procapite all’inizio del percorso di convergenza, era un terzo di quello della Germania Ovest. Ora, allo scoccare delle nozze d’argento, vale circa la metà. Il coniuge più povero, insomma, si arricchito, ma ancora sta nella parte bassa della catena alimentare. E poiché il coniuge più ricco si è arricchito anch’egli, e forse pure di più, viene da chiedersi quanto abbia giovato a noi occidentali e capitalisti poter disporre di tanti poveri ex comunisti per celebrare felicemente il rito economico della contemporaneità.

Ma qui voglio solo narrarvi, seguendo il filo tracciato dal Fmi, cosa sia accaduto in questi 25 anni. I paesi oggetti del rapporto sono i Baltici (Estonia, Lettonia e Lituania), quelli dell’Europa centrale (Repubbica Ceca, Ungheria, Polonia, Slovacchia e Slovenia, quelli del Caucaso e dell’Asia centrale (Moldova, Federazione Russa, Bielorussia e Ucraina), quelli dell’Europa sud-orientale entrate nell’Ue (Bulgaria, Croazia e Romania) e quelli dellla stessa area fuori però dall’Ue, Balcani compresi (Albania, Bosnia Erzegovina, Kosovo, Macedonia, Montenegro e Serbia).

La prima circostanza che salta all’occhio, osservando gli sviluppi macroeconomici del primo periodo, è che il costo del matrimonio lo pagò il coniuge più povero, evidente ben disposto (o quantomeno costretto) a fare i necessari sacrifici pur di entrare nel club dei paesi moderni. In termini di prodotto ci sono voluti dieci anni per tornare alla crescita zero dopo un picco di calo aggregato che ha toccato il 10% medio per l’intero gruppo dei paesi, fra il 1991 e il ’93, con punte del 25% per i paesi Baltici.

Peraltro, il crollo dei vari Pil si accompagnò con rialzi fuori misura dell’inflazione, ove non direttamente iperinflazione, in gran parte dei paesi dell’est, costretti a confrontarsi d’improvviso con i prezzi di mercato che le pianificazioni sovietiche avevano tenuto dietro la cortina di ferro. Nei paesi sud orientali l’inflazione arrivò al 160% fra il ’96 e il ’98, dovendo altri paesi, Russia in testa, fare i conti con i cascami della crisi asiatica del ’97.

I primi anni duemila, tuttavia, digerita la transizione, furono quelli della crescita, che in media arrivò a sfiorare il 6%, con punte del 10% nei paesi Baltici, fino a quando, dal 2007 in poi, i torbidi internazionali non ricordarono agli ex comunisti che le loro fortune erano appese al tenuissimo filo dell’ottimismo occidentale.

Scoprirono così, i poveri, che il coniuge indulgeva alla ciclotimia tipica dei ricchi, che avendo troppo, perdono altrettanto quando il clima muta di stagione. Sicché i sistemi finanziari di questi paesi, verso i quali le ricche banche occidentali avevano indirizzato un flusso di finanziamenti che aveva raggiunto la non modesta cifra di 450 miliardi di euro, si trovarono a dover gestire importanti deflussi capaci di terremotare non solo le loro economie, ma anche quelle dei paesi più ricchi.

Ne scaturì la Vienna initiave, così intitolata prendendo spunto da un vertice tenutosi a Vienna a gennaio del 2009, che si proponeva di coordinare la ritirata dei capitali occidentali da quelle piazze pericolose in maniera ordinata. Vale la pena notare come la Vienna iniative sia stata replicata nel 2012, dopo che l’eurocrisi aveva riacceso i timori derivanti dai rischi di un deleveraging disordinato.

Sicché nel 2009 il prodotto tornò a declinare in media del 6% con punte del 18, “un impatto più severo – nota il Fmi – che in ogni altra regione al mondo”.

L’arrivo dell’eurocrisi ha reso la ripresa altalenante, e le attuali tensioni geopolitiche fra Russia e Ucraina, ha pure peggiorato l’outlook, impattando sia sulla sostenibilità fiscale di molti stati, che sulla loro posizione estera.

Tuttavia, malgrado gli alti e i bassi, nel venticinquennio trascorso il Fmi nota compiaciuto la “forte convergenza” dei paesi dell’ex blocco sovietico con quelli occidentali dell’Europa. In media il pil pro capite è cresciuto dal 30% della media Ue a 15 al 50% di oggi, anche se, ammette, tale media nasconde importanti differenze all’interno dei singoli paesi. Tutto merito, manco a dirlo, dell’ampio processo di riforme strutturali che i vari paesi, anche qui con differenze importanti, hanno realizzato in questo quarto di secolo.

L’impatto sociale di questa rivoluzione, nota il Fmi, “è stato profondo”. Le popolazioni ex comuniste hanno dovuto patire, e non poco, la transizione da un sistema in cui il lavoro era garantito a uno dove la logica del mercato ha fatto esplodere la disoccupazione fino a quando le riforme del lavoro e del mercato non hanno iniziato gradualmente a riassorbirla. Fanno eccezione i paesi dei Balcani occidentali dove la disoccupazione è rimasta molto elevata durante tutto il periodo.

Ma forse l’indicatore che meglio fotografa quanto abbia patito la popolazione è quello che misura l’aspettativa di vita. In molti paesi tale indice è rimasto stagnante per numerosi anni, in altri, e segnatamente in Bielorussia, Moldova, Russia e Ucraina, è addirittura diminuito, confermando che il capitalismo allunga la vita solo a coloro che possono permetterselo.

Altrettanto, sono esplosi gli indici di disuguaglianza. Dall’era socialista, dove gli indici di Gini erano estremamente bassi, nel range 18-26, si è passati a range 26-42, ossia al livello dell’Ue a 15, quindi ante rivoluzione. Ma anche qui, le media nascondono ampie differenze.

Se proviamo a guardare avanti, immaginando come saranno i prossimi venticinque anni, il Fmi ci dice soltanto che questi paesi devono ancora fare i conti con le necessarie riforme strutturali e con un’attento monitoraggio della stabilità macroeconomica e finanziaria. Sono un po’ come dei Piigs, ma di serie B.

Forse arriveremo a celebrare le nozze doro, fra ex comunisti e capitalisti. Ma la parità fra i coniugi, nell’Europa prossima ventura, è ancora una speranza lontana.

E chi campa di speranza…

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  1. Jean-Charles

    Pare che gli ex comunisti dispongano di riserve di idrocarburi necessarie ai fabbisogni europei che dipendono da questa fonte d’energia dipendenza al 80% e si alimentano flusso teso. ( qualche mese di riserve in caso di blocco assoluto, al più qualche anno)

    In controparte i capitalisti di qua, ricevono commesse per gli investimenti di sviluppo, più nuovi sbocchi dei loro prodotti verso la classe operaia post-comunista che li può acquisire.

    Senonché la bella Europa deve restare leale con il suo sostenitore d’oltre oceano con le sue visioni egemoniche.

    Ce la farà la bella così gracile senza anatomica sua a restare intelligentemente entro i due blocchi che si temono?

    Il meglio e talvolta nemico del bene per qualsiasi parte prendente.

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    • Maurizio Sgroi

      salve,
      la piccola Europa sogna l’Eurasia e deve vedersela con l’erede di Albione, che intanto sta lassù a menar lampi e tuoni. si va avanti così da quasi un secolo, e pare che continuerà così. non so dirle se è meglio o peggio
      Grazie per il commento

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  2. minsky

    Partite da un presupposto sbagliato ovvero l’europa non è capitalista o comunista ma socialista. Il socialismo europeo nasce con la rivoluzione francese per impedire che le libertà economiche americane arrivassero in europa oppure che il comunismo concentrasse il potere nello stato come poi in russia e in cina.

    L’europa ancora oggi si batte contro il capitalismo (il mercato) e contro il comunismo (lo stato totalitario). L’europa non è affato capitalista come dite voi. I problemi dell’europa non nascono dal capitalismo ma dalla sua totale assenza. Le crisi del capitalismo infatti durano circa 3-5 anni mentre nei paesi socialisti durano anche 20-30 anni faendo saltare generazioni intere e scatenando reazioni estreme di destra e sinistra.

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    • Maurizio Sgroi

      salve,
      capisco il suo punto di vista, ma la mia definizione di europa capitalista non era riferita al modello economico in sé, visto che ogni paese europeo lo ha interpretato in maniera diversa in questi decenni e con grandi differenze (pensi al capitalismo inglese e a quello tedesco), ma si riferiva alla logica di schieramento dei tempi della guerra fredda. Quindi era più politico che economico. detto ciò, è indubitabile che l’europa occidentale, aldilà della sue caratterizzazioni nazionali, sia capitalista. nel senso che il mercato, l’iniziativa e la proprietà privata danno a questa parola.
      grazie per il commento

      ps non mi dia del voi, sono uno solo 🙂

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      • Minsky

        Appunto, manca la cosa più importante ovvero il libero mercato. Essendo queste caste legate tutte allo Stato, usato come grande socializzatore e distributore delle perdite o delle ricchezze (assistenza), ecco che siamo in presenza di una cosa diversa dal capitalismo e dal comunismo. E’ socialismo. Non solo politico come dice lei ma soprattutto economico. L’unica forma di libero mercato esistente in Italia è di fatto l’abusivismo. Cioè solo violando la legge posso avere quelle libertà che in un paese capitalista sono costituzionali mentre nei paesi comunisti sono impedite e in quelli socialisti sono tassate a tal livello che non conviene farle tranne alle caste stesse. Notevole comunque la sua capacità narrativa davvero chiara, diretta, piacevole da leggere.

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      • Maurizio Sgroi

        salve,
        la ringrazio per gli apprezzamenti. faccio quel poco che posso per rendere attraente una materia repellente 🙂
        quanto al merito, temo che il libero mercato di cui lei parla sia una meravigliosa utopia. nella realtà e nella storia stato e mercato sono nati e cresciuti insieme. e non mi riferisco solo alla vecchia europa. ma anche a quegli stati uniti che nel nostro immaginario sono la patria del liberomercato. li lo stato è molto pervasivo, anche se ci dicono il contrario. almeno dai tempi di roosevelt. ma se guardiamo bene, anche da prima.
        la ringrazio per il commento e la saluto con cordialità

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  3. minsky

    Il fatto che il libero mercato esiste nell’abusivismo è la dimostrazione che non è una utopia ma può esistere benissimo ma viene impedito per legge. sono proprio gli stati (diciamo le elite) ad aver monopolizzato il mercato (e molti altri diritti esistenti in natura) per impedire la concorrenza alle elite stesse. il libero mercato in america non è una utopia, esiste e funziona. le tasse sono basse, la burocrazia è quasi inesistente. hanno perfino dato soldi a chi in italia farebbe ridere un qualsiasi direttore di filiale. il sistema crolla? fa nulla lo rimettiamo in piedi. sarà difficile alle elite europee spiegare al popolo perché l’america esce dalle crisi in 5 anni mentre gli europei devono attendere la distruzione di una generazione prima di ripartire per un non ben precisato motivo superiore.

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