La calda primavera dell’import italiano


I dati Istat sul commercio estero diffusi di recente meritano una lettura approfondita solo che si consideri il peso che l’export netto ha sulle nostre previsioni di crescita e sul nostro conto corrente della bilancia dei pagamenti.

Un aumento delle importazioni, e bisogna poi vedere quali, può avere conseguenze positive, se tale domanda viene guidata dai settori produttivi, ma può anche avere conseguenze negative se è guidata dal consumo privato, a meno che non sia più che compensata dall’aumento delle esportazioni.

In tal senso i dati Istat sollevano alcuni interrogativi che è saggio sottolineare, anche per provare ad immaginare in quale modo l’evoluzione del commercio internazionale, seppure stagnante, sia capace di impattare sulla nostra contabilità nazionale.

I dati diffusi da Istat sono relativi a marzo 2015, e misurano l’andamento tendenziale e congiunturale sia del terzo mese dell’anno che del primo trimestre, rispetto a quelli del 2014.

Rispetto a marzo 2015 l’import (dati destagionalizzati) è cresciuto del 4% a fronte di un +1,8% di export. Quanto al trimestre, abbiamo un +1,2% di export rispetto al quarto trimestre 2014 e un +1,9% di import.

Altre informazioni utili si traggono dall’analisi dei valori medi unitari e dei volumi, dove si osserva che (dati  grezzi) l’export di marzo 2015 a fronte di quello di marzo 2014 è cresciuto in valore del 2,8% e in volume del 6,3, mentre quello del primo trimestre 2015 sul primo trimestre 2014 è cresciuto in valore del 2% e in volume del’1,2.

Quanto all’import, il valore medio marzo 2015/marzo 2014 è diminuito del 3,7%, mentre i volumi sono cresciuti del 13,9, mentre sul primo trimestre 2015/primo trimestre 2014, i valori medi sono scesi del 4,5% e i volumi sono aumentati del 7%.

La discrepanza fra valore e volume sulle importazioni ci suggerisce che il valore finale del saldo, comunque positivo a marzo 2015 per circa quattro miliardi e per quasi otto nel primo trimestre 2015, sia stato influenzato da fattori di prezzo – si pensi ai beni energetici che impattano notevolmente sui nostri conti commerciali – come infatti dimostra la circostanza (dati grezzi) che le importazioni energetiche siano diminuite in valore di oltre otto miliardi nel primo trimestre 2015.

Ciò solleva una domanda: cosa sarà dei nostri attivi commerciali qualora i prezzi dell’energia tornassero ai livelli di un anno fa?

L’analisi anche sommaria dell’andamento del nostro commercio estero sembra confermare l’ipotesi che la primavera delle importazioni italiane, che per la prima volta da tanto tempo superano le esportazioni, porti con sé il rischio che i nostri saldi commerciali, che dal 2011 guidano la ripresa dei nostri conti esteri, possano tramutarsi in un fattore di instabilità se a ciò non si affianchi un poderoso sviluppo delle nostra esportazioni.

Tale sospetto si rafforza se guardiamo ad altre due classi di dati: la tipologia dei beni e i nostri principali partner esteri.

La prima (dati grezzi) ci dice di una decisa crescita delle importazioni di beni di consumo, +15,2% marzo 2015/marzo 2014 e +7,2% primo trimestre 2015/primo trimestre 2014, assai più moderata di quella registrata dall’export (+8,1% e +3,3%), con una larga preponderanza di beni durevoli. In decisa crescita anche i beni strumentali e quelli intermedi, che suggeriscono una maggiore domanda da parte dei produttori.

Se poi vediamo verso quali classi di beni si è indirizzata la nostra domanda estera, vediamo che i tratta di articoli sportivi, giochi e strumenti musicali, preziosi (+28,5% a marzo 2015/marzo 2014), mezzi di trasporto escluso autoveicoli (+24,2%), articoli in pelle (+23,2%) apparecchi elettrici (+23,2%) e autoveicoli (+18,5%). Quest’ultima voce è l’unica che è stata più che compensata dall’aumento delle corrispondenti esportazioni (+28%).

Se poi andiamo a vedere i partner, osserviamo che il driver principale del nostro export sono gli Stati Uniti (+44% marzzo 2015/marzo 2014), mentre il paese dal quale importiamo di più è la Cina (+51,9%) seguita a gran distanza dalla Svizzera (+21%).

Ciò sostanzia in maniera chiara quanto il nostro Paese sie esposto alle temperie internazionali. In un momento in cui si parla di normalizzazione delle politiche monetarie e di rallentamento cinese, scommettere sul commercio estero potrebbe essere drammaticamente rischioso.

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  1. Ruggero Meli

    Da Monti in poi è noto che la crescita italiana dovra basarsi sull’export come merkel comanda. E non solo italiana ma di tutta l’europa.

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      • Fla

        A dire il vero, parte fondante del PIL sono consumi, spesa pubblica e investimenti oltre a export netto (PIL = C+G+I+X-M). La parte da leone la fanno i consumi pertanto, pubblici e privati (ed ecco spiegato perchè il nostro Pil cala visti gli andamenti drammatici dei consumi privati e tagli a spesa pubblica)… La Merkel alla fin fine centra perchè vorrebbe che tutti i paesi SudEuro facessero come hanno fatto loro durante i primi anni “ruggenti” di questo secolo, cosa impossibile visto il rallentamento dell’economia e, non meno importante, la barriera all’import imposta in Germania (primo mercato di sbocco SudEuro) con la svalutazione salariale Hartz I-IV. Vero è che la ricetta è mutuata dal FMI e, pertanto, dagli USA (Washington Consensus) che l’hanno applicata a tutti paesi caduti sotto le loro “grinfie”… o grivnie (giochino per fare esempio su ultima loro “vittima”, l’Ucraina). La differenza sostanziale fra “classici” / “neo-classici” / liberisti e “keynesiani” / “post- keynesiani” sta proprio in questo. Mentre i primi vogliono che si faccia il possibile affinchè “agenti esterni” possano trovare terreno fertile al (successivo) sviluppo (teoria dell’offerta), i secondi tentano la strada inversa, quindi lo sviluppo interno che poi possa anche svilupparsi “all’esterno” (teoria domanda). Due punti di vista simili, ma completamente differenti. La Merkel/USA vogliono la prima, ed i risultati si vedono….

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      • Maurizio Sgroi

        salve,
        se davvero la germania volesse che tutti noi facessimo quello che hanno fatto loro, alla fine non creerebbero degli scomodi competitori? non le farebbe più comodo avere utili idioti sussidiati dalla spesa pubblica per comprare le loro bellissime automobili?
        come vede, io non provo neanche a dare risposte. mi basta fare le domande 🙂
        saluti

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  2. _beneathsurface

    A completamento delle info che dai, aggiungo che le importazioni italiane dalla Cina sono scese in termini di pil di quasi il 9% nel 2013 per poi risalire di quasi 8% nel 2014 pur essendosi rivalutato il renminbi verso l’euro di quasi il 20% IN TERMINI REALI da luglio 2014 a oggi.
    È ancora presto per affermare con sicurezza granitica che continuiamo a importare pur essendo più costoso farlo, forse a causa del fatto che parecchie aziende italiane dei settori maggiormente “Chinese export oriented” hanno già sedi secondarie nel Celeste Impero.
    Per la cronaca i settori da cui importiamo sono quelli a più basso alore aggiunto e teoricamente più sensibili al tasso di cambio.
    Ma sempre teoricamente, perchè il diavolo fa le pentole ma non i coperchi…
    “L’Italia importa prevalentemente prodotti del tessile e abbigliamento (soprattutto indumenti esterni, calzature, borse e articoli da viaggio, tessuti, biancheria intima), apparecchi elettronici e computer (computer e unità periferiche, apparecchi per la telefonia e le telecomunicazioni), apparecchi elettrici (elettrodomestici, motori, generatori, trasformatori elettrici, apparecchi per l’illuminazione), macchinari meccanici (attrezzature di uso non domestico per la ventilazione e la refrigerazione, cuscinetti, ingranaggi, organi di trasmissione, rubinetti e valvole) e manufatti vari (forniture per medici e dentisti, giochi e giocattoli). (Da una pubblicazione IntesaSanPaolo aprile 2015)”.

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    • Maurizio Sgroi

      salve,
      l’epopea del nostro commercio estero è tanto discussa quanto poco analizzata senza pregiudizi. spero nel mio piccolo di dare un contributo informativo.
      grazie, a proposito, per il suo

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