Il declino secolare del saggio d’interesse


Sta a vedere che aveva ragione Paul Leroy Beaulieu, mi dico, quando sul finire del XIX secolo preconizzava la caduta del saggio globale d’interesse che sarebbe arrivato anche all’1% e forse anche più giù. Un tasso per allora fantascientifico.

Beaulieu leggeva in questo declino verso il basso la tendenza di uno sviluppo economico che avrebbe corretto le storture del capitalismo, raddrizzandola verso la giusta remunerazione del lavoro, e interpretava il saggio d’interesse, che più tardi diventerà una dei bersagli preferiti delle intemerate keynesiane, come l’ostacolo principale alla fondazione di un’epoca di pacifica laboriosità.

Sta a vedere che aveva ragione lui, mi ripeto quasi sperandoci, mentre sfoglio incredulo un paper della BoE (“Secular drivers of the global real interest rate”) che più di cento anni dopo prende atto di una realtà che sta terremotando le nostre pratiche economiche: l’atterraggio dei tassi di interessi a livelli che neanche il nostro defunto economista francese avrebbe mai immaginato.

Lo zero lower bound in cui viviamo da anni ormai è qualcosa di più di un semplice incidente di percorso. Sono all’opera forze più profonde, a quanto pare. Addirittura secolari, che poi sono quelle che contano davvero nei processi economici.

Un semplice dato servirà a dare la misura di questo mutamento. “I tassi a lungo termine a livello globale – scrivono gli autori – sono caduti di circa 450 punti base negli ultimi trent’anni. Il co-movimento fra paesi avanzati ed emergenti suggerisce che ci sia un driver comune”. Il crollo dei tassi è iniziato nel 1980 e non si è più fermato.

Trovare questo driver è proprio lo scopo del paper. E pure se, come sempre, il terreno è incerto e le ipotesi discutibili, ciò che ne traggono, i nostri analisti, non può esser taciuto, almeno per l’importanza che il tasso di interesse ha per le nostre relazioni economiche.

L’analisi quantitativa svolta nella ricerca calcola che almeno 400 punti base sul calo dei 450 osservato dipendono dal rallentamento della crescita, almeno di recente, ma più importanti appaiono i cambiamenti delle preferenze di risparmio e di investimento nelle nostre società (vedi grafico). Qui sono all’opera dinamiche che trovano nei cambiamenti demografici la loro principale causale, ma anche nel diffondersi della disuguaglianza, da un lato, e nella grande accumulazione di risparmi precauzionale osservata nei paesi emergenti, dall’altro. Forze che “sembrano orientate a persistere e in qualche modo anche incrementarsi”.

Tutto ciò “suggerisce che il tasso può rimanere basso e forse fissarsi all’1% (o anche leggermente al di sotto) nel medio lungo termine”, proprio come pensava Beaulieu. “E se questo è vero – aggiungono – ciò avrà ampie implicazioni per i policy maker, non ultima quella di gestire il ciclo congiunturale se la politica monetaria è costantemente costretta dallo zero lower bound”.

E in effetti, come sappiamo bene, la riflessione è già iniziata e ormai si parla da tempo di innalzare i target di inflazione o di monetizzazione dei debiti in pancia alle banche centrali.

L’età dello zero lower bound, in tal senso, ne sta preparando un’altra. Solo che è difficile capire quale.

 

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