La Buba smitizza gli effetti della deflazione salariale tedesca


Chi associa alla deflazione salariale tedesca l’origine dei mali dell’eurozona e insieme del successo tedesco, troverà di che riflettere in un’interessante simulazione pubblicata di recente dalla Bundesbank che si pone una semplice domanda: I salari tedeschi più bassi hanno contributi a creare squilibri finanziari nell’eurozona?

Il tema, per una serie di ragioni, è diventato molto popolare in Italia e all’estero. Ormai appartiene alla conoscenza comune la circostanza che negli anni antecedenti alla crisi si fossero formati ampi disavanzi delle partite correnti in alcuni paesi europei a fronti di importanti surplus di quelle tedesche che, in particolare dal 2002 in poi, iniziarono ad impennarsi fino ad arrivare a quasi l’8% del pil nel 2007 (grafico). “Alcuni osservatori – scrivono gli autori – hanno individuato in questi squilibri la radice della crisi del debito nell’euroarea”.

Scopo dello studio è osservare quanto le politiche salariali tedesche, le note riforme del mercato del lavoro approvate fra la fine degli anni ’90 e l’inizio dei 2000 – abbiamo contribuito all’emersione di questi squilibri. “Come conseguenza – osservano – i salari reali sono diminuiti”. Nel modello sviluppato si prendono in esame nove paesi e si è provato a calcolare la correlazione fra l’andamento in Germania delle variabili connesse alle politiche salariali e al saldo corrente e quello dell’andamento del saldo nei paesi campione. Come premessa vale la considerazione che “gli studi correnti hanno mostrato che la competitività di prezzo, l’occupazione e la produzione aumentano quando il potere contrattuale dei lavoratori diminuisce. Questo provoca un miglioramento del saldo corrente del paese interessato”. Quindi la circostanza che le riforme tedesche abbiano impresso un movimento ascendete al surplus corrente sembra motivata.

“La nostra analisi – sottolineano tuttavia – ha mostrato che il calo del potere contrattuale dei lavoratori tedeschi ha avuto effetti più eterogeni sul saldo corrente dei paesi europei”. In particolare, a fronte del miglioramento del saldo corrente tedesco, “il saldo di conto corrente è caduto in Grecia e in Olanda, mentre si sono avuti effetti positivi in Spagna, Finlandia e Spagna. La risposta di Austria, Italia e Portogallo è stata appena percepibile”. Attenzione: ciò non vuol dire che in questi paesi le cose siano andate bene. In Spagna, lo ricordo, il deficit delle partite correnti è arrivato a sfiorare il 10% del Pil. Ma vuol dire che tale effetto non trova la causa nella deflazione salariale tedesca.

“Una delle possibili ragioni di questi risultati – osservano – è che i legami commerciali fra i paesi differiscono. Mentre risultati negativi sono usualmente il risultato di una competizione diretta fra paesi, effetti positivi possono indicare l’esistenza di catene di valore internazionali. Uno scenario nel quale ciò può verificarsi è quando un paese fornisce beni intermedi a un altro paese, che poi elabora questi beni ulteriormente e li esporta”. Insomma: non esisterebbe un diretto automatismo fra il surplus tedesco e il deficit spagnolo.

Nel passo successivo l’analisi prova a quantificare l’effetto delle politiche salariali tedesche sui saldi di conto correnti degli altri paesi. Per farlo calcola quale sarebbe stato l’andamento del conto corrente tedesco senza le riforme. L’analisi controfattuale che viene sviluppata mostra che la politica salariale tedesca “non ha grande incidenza sugli squilibri osservati in Europa”. Conclusione: “La moderazione salariale tedesca non ha potuto essere il driver principale degli squilibri esterni dell’eurozona”.

Morale della favola: in queste cose si può dire tutto e il suo contrario, e continuare ad avere ragione.

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