Il vento della crisi riporta gli Emergenti agli anni ’90


Due cose in particolare attirano la mia attenzione mentre leggo un lungo articolo che ho trovato su un articolo che un bollettino economico della Bce dedica alla crisi degli Emergenti. La prima è già nelle premesse. “Le EME – scrive la Bce – continuano a essere soggette a rischi avversi. Un ulteriore rallentamento generalizzato e pronunciato nelle EME potrebbe avere un notevole impatto negativo sulle prospettive dell’economia mondiale”.

La seconda la trovo a metà dell’articolo, quando, nell’analizzare rischi e vulnerabilità di questi paesi, la Bce presenta una serie di grafici che paragonano lo stato dei conti di alcune di queste economie con quello che esibivano negli anni ’90, decennio funestato dalle crisi dei paesi in via di sviluppo (all’epoca si chiamavano ancora così). E allora mi sorge il sospetto che la situazione possa essere peggiore di quanto si immagini. Evocare i disastri degli anni ’90 mi sembra il miglior viatico per renderli di nuovo possibile. Tanto più in un contesto di grande pessimismo.

E tuttavia i numeri parlano chiaro. Se guardiamo ad esempio il dato dei saldi di conto corrente, si può osservare che il Brasile del ’98 sta allo stesso livello di deficit del Brasile 2015 intorno al -4% e l’Indonesia si trova in uno stato simile. Il Messico del ’94, che aveva un deficit corrente di quasi il 6% stava sicuramente peggio del Messico 2015, che ne esibisce uno al 2%. E potremmo persino rassicurarci osservando la Thailandia, che ha un surplus corrente del 6% a fronte del deficit dell’8% del ’97.

E tuttavia se cambiamo voce, osserviamo che lo stesso paese negli anni ’90 aveva un surplus fiscale di oltre il 2%, che servì molto poco quando scoppiò la crisi estera, a fronte del deficit dell’1% di oggi. La vera differenza è che oggi la Thailandia ha più riserve, calcolate in circa 2 volte il debito estero, mentre nel ’97 erano inferiori. Ma le riserve, si sa, in caso di crisi si bruciano rapidamente.

E’ proprio l’ammontare di debito estero è la cosa che dovrebbe preoccupare di più, atteso che molto di questo debito è denominato in valuta straniera e quindi assai sensibile al clima internazionale. Vale la pena perciò osservare che la Malesia ha un debito estero superiore al 60% del Pil, addirittura più di quanto ne aveva la Thailandia nel ’97, quando ci fu la crisi e quasi il doppio di quanto ne avesse nel ’97. La Turchia è arrivata al 50%, assai più dell’Indonesia del ’97. Il Brasile sta più o meno al livello del ’97, e la Corea del Sud più di quanto ne avesse allora.

Questa rapida ricognizione motiva più che ragionevolmente i timori della Bce e dei tanti osservatori che in questi mesi tormentati hanno reagito alla crisi degli emergenti portando via i soldi e finendo di conseguenza con l’aggravare la loro crisi. Per fortuna, “rispetto ai periodi precedenti le crisi del passato, molte EME appaiono oggi
in condizione di resistere meglio agli shock esterni”, osserva la banca centrale. Il che dipende sostanzialmente dall’accumulo di riserve che hanno raccolto nel passato decennio. Ma “ciò nonostante, l’aumento del debito estero osservato negli ultimi anni (in particolare come conseguenza dell’indebitamento in dollari USA) potrebbe rendere le EME vulnerabili di fronte a un protratto deterioramento delle condizioni finanziarie internazionali”.

Si parla di uno stock di debito estero che somma nel complesso 5.000 miliardi dollari, in decisa crescita dai 3 trilioni del 2010. Un debito che corrisponde in gran parte ad esposizione bancaria, ma al contempo si alimenta delle notevoli emissioni obbligazionarie che le imprese non finanziarie hanno generato tramite le proprie affiliate estere. “Alla luce di ciò, il deprezzamento delle monete delle EME, anziché favorire un assorbimento degli shock, potrebbe esacerbare le fragilità di bilancio, rappresentando un fattore di rischio per le prospettive dell’economia nazionale”.

Dulcis in fundo, “sono cresciuti gli squilibri interni e in alcuni paesi si è ridotto lo spazio di manovra delle politiche”. In particolare, “con l’aumentare dei finanziamenti denominati in valuta estera, il credito interno ha conosciuto un’espansione significativa. Il debito aggregato delle amministrazioni pubbliche, delle famiglie e delle imprese delle EME è cresciuto di circa 50 punti percentuali di PIL da fine 2007, in gran parte per effetto dell’incremento del credito al settore delle società non finanziarie”. E, giusto per la cronaca, “l’aumento maggiore si è avuto in Cina“.

Al netto degli scongiuri e delle somiglianze con gli anni ’90, rimane un dato di fatto: “Le EME sono un’importante fonte di domanda estera per l’area dell’euro”. La quota di esportazioni nominali europee verso questa zona si è stabilizzata intorno al 15% del totale e “all’interno dell’area, vari paesi presentano ampie esposizioni (vedi grafico) verso la Russia”.

Incidentalmente, anche l’Italia, che è esposta in media per il 15% del suo export verso questi paesi. La Germania, che sfiora il 20%, esibisce l’esposizione commerciale maggiore verso la Cina. E questo spiega perché “un’ulteriore moderazione dell’attività
economica nelle EME inciderebbe sulla domanda esterna e sul prodotto dell’area dell’euro”. Perché i paesi emergenti rischieranno pure di bissare il disastro degli anni ’90. Noi però di seguire a ruota.

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