Il trionfo del capitalismo alla cinese


L’esercizio meno frequentato e al tempo stesso più appassionante per chi osserva i fatti socioeconomici è di sicuro inerpicarsi sui ripidi di notizie poco popolari e da lì provare a scrutare l’orizzonte della Storia, che ogni tanto si rivela in squarci di attualità. L’apparire della storia sul palcoscenico delle nostre cronache è assai più frequente di quanto si pensi, solo che raramente viene sottolineato, per la semplice circostanza che, a parte pochi specialisti, non siamo più interessati. La nostra attenzione dura pochi secondi, che coincidono con lo spazio mentale che dedichiamo a gran parte dei nostri interessi. Malgrado le enormi possibilità che la rete offre per informarsi – o forse proprio per questo – siamo sempre meno spinti a farlo. Cerchiamo suggestioni, non informazione critica.

E tuttavia mai il tempo fu più propizio per coloro che ancora coltivano il gusto per la ricerca. Vent’anni fa l’accesso alle fonti era difficile e poco soddisfacente. Oggi è facile e assai produttivo. E’ in ragione di questa facilità che possiamo osservare la Storia che, nel mondo di cui stiamo raccontando, si rivela in aggregati statistici e dati economici.

La storia di questa settimana è quella delle state owned enterprises (SOEs), ossia le imprese sotto il controllo dello stato e il loro peso specifico sul totale delle più grandi imprese al mondo. Ebbene: uno studio recente redatto dall’Ocse rivela che queste compagnie statalizzate sono 22 sulle 100 imprese più grandi del pianeta. “Questo – commenta Ocse – è il numero più elevato che abbiamo osservato in decenni”. Ed eccola qui, la Storia. Il XXI secolo si presenta come quello a più alto tasso di corporation pubbliche, con tutto ciò che questo può determinare nelle sorti dell’economia globale.

Prima di procedere all’analisi è utile dare un’occhiata alla carta d’identità di questi soggetti. I giganti delle imprese pubbliche operano in settori estremamente ampi per le ricadute economiche che incorporano, come le public utilities, la manifatture, i metalli e le miniere, il petrolio. Queste imprese sono fortemente internazionalizzate, grazie anche alla fioritura di M&A (merger and acquisition), che si è sviluppata sin dal 2007, specie nei mercati emergenti, con un aumento notevole proprio durante gli anni della crisi. Le dimensioni e i legami commerciali di questi giganti pubblici lasciano ipotizzare che sono qui con noi per rimanere, e anche a lungo.

Ciò ha comportato il sorgere di notevoli preoccupazioni circa il fair play di queste entità che godono di trattamenti preferenziali da parte degli stati azionisti e quindi possono potenzialmente distorcere la concorrenza.

Il caso cinese è probabilmente quello più conosciuto.

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