Imprese e famiglie pagano il conto della riforma dei fondi monetari


Poco osservata, ma assai interessante, è la singolare evoluzione di alcuni fondi monetari statunitensi, oggetto di una riforma che da ottobre 2015 scorso ha cambiato sostanzialmente le regole del gioco, il loro costo e soprattutto chi debba farsene carico. Questa storia è utile raccontarla perché rivela come le minuzie della regolazione definiscano gli andamenti microeconomici, che a loro volta intonano quelli macro. L’economia è figlia innanzitutto del diritto, anche se tendiamo generalmente a dimenticarlo.

La ricognizione che vi propongo oggi l’ho trovata nell’ultimo quarterly report della Bis ed è assai meno esotica di quanto appaia a prima vista. Il succo, peraltro, è molto semplice: le riforme di regolazione decise dalla Sec negli Stati Uniti per i fondi prime monetari hanno provocato un’emorragia di fondi destinati al sistema bancario per circa 130 miliardi, il che ha avuto un effetto notevole sul costo dei finanziamenti in dollari per le banche che sono finite a secco. Basta molto poco a provocare uno shock, come si può osservare.

Prima di proseguire, è utile ricordare che i fondi monetari furono fra le vittime illustri del panico del 2008 quando, probabilmente per la prima volta nella storia, alcuni di loro si trovarono di fronte a grandi richieste di disinvestimento che finirono col provocare grossi guai ad alcuni di loro e costrinse il governo a garantire per tutto il sistema. Ciò può in parte spiegare perché la Sec abbia deciso di cambiare alcune regole per queste entità che investono in obbligazioni pubbliche e private e sono uno dei pilastri dello shadow banking. La Sec ha stabilito che i fondi debbano adottare una struttura a valore patrimoniale netto, li ha autorizzati a imporre commissioni antidiluizione (liquidity fee) e a sospendere i rimborsi in caso di aumenti (redemption gate) significativo dei deflussi. La Bis ci ricorda che “i fondi prime del mercato monetario sono una fonte importante di finanziamento a breve in dollari per le banche del mondo intero”.

Questa riforma, entrata in vigore a ottobre 2015 ed evidentemente poco gradita dagli investitori, ha avuto un effetto assai visibile sugli afflussi verso questi fondi che si sono contratti in dimensione di quasi il 75%. I loro patrimoni sono diminuiti di oltre 1.000 miliardi, mentre crescevano dello stesso importo i patrimonio dei fondi monetari che investono esclusivamente in titoli pubblici o pronti contro termine, probabilmente in ragione del fatto che queste entità non sono soggette alle nuove regole.

Sia come sia, “la rapida contrazione delle masse in gestione ha spinto i fondi prime a tagliare i finanziamenti alle banche del mondo intero, con una riduzione particolarmente elevata per le banche in Canada, Francia e Giappone. Da ottobre il credito fornito da questi fondi alle istituzioni finanziarie di ognuno di questi tre paesi è sceso nel complesso di circa 130 miliardi di dollari, pari a non meno di una flessione del 70% del finanziamento in dollari a breve termine ottenuto tramite gli FMM prime”. Inoltre i fondi hanno dovuto accorciare le scadenze delle loro obbligazioni, provocando, il combinato disposto, l’effetto di un marcato aumento dei costi della raccolta bancaria a breve termine in dollari, per fortuna contenuto rispetto a quanto registrato all’epoca della grande crisi, ma comunque rilevante, specie per le imprese e le famiglie che si sono trovate a pagarne il conto. In particolare quelle che avevano preso denaro a prestito a tassi collegati ai Libor. Che adesso almeno sanno chi devono ringraziare.

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