Il romanzo socioeconomico italiano scritto da Istat


Il rapporto annuale Istat è un appuntamento poco frequentato dalle nostre cronache, salvo che nel giorno della sua presentazione. Di solito la grande fatica che viene spesa dai redattori per comporre le centinaia di pagine del rapporto viene liquidata con cronache frettolose, tutte pressoché uguali, redatte mutuando ognuno a suo modo e secondo le proprie inclinazioni il comunicato stampa che viene diffuso a corredo e il gioco si conclude. Ci rivediamo l’anno prossimo. Ed è un vero peccato, perché in realtà le quasi trecento pagine dell’edizione 2017, con dati aggiornati all’anno scorso, sono un vero romanzo socioeconomico del nostro paese, assai più meritevole di lettura di quelli che usualmente diffondono i vari centri studi per la semplice ragione che contiene dati e rappresentazioni col sigillo dell’ufficialità e analisi che hanno il crisma del prestigio che discende dalla fonte, ossia il nostro istituto nazionale di statistica.

Diciamo questo non perché siamo vittime della moderna religione contemporanea, quella del dato statistico, ma perché il dato statistico è la materia prima dei romanzi socioeconomici proprio come gli aneddoti lo sono del romanzo letterario. E l’aneddotica statistica, a patto di frequentarla, non è meno appassionante di qualunque altra. Scrutando nei recessi nascosti si ricevono in cambio fulminee illuminazioni e vere e proprie agnizioni che improvvisamente restituiscono senso alla nostra visione della società.

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