Per l’Ue i confini aperti sono importanti quanto gli eurobond


Ormai appartiene al luogo comune l’argomento che nulla sarà più come prima, riferito ad ogni aspetto del nostro stare insieme, e quindi anche all’idea stessa dell’Unione europea. Se ne può avere una chiara percezione sfogliando l’ultimo bollettino della Bce, al quale è stato aggiunto un addendum, riferito alle ultime decisioni di Francoforte, che fa capire come esista un modo di vedere all’economia anteriore all’esplosione dell’epidemia e un successivo.

Nel periodo AC (avanti coronavirus), la Bce scriveva che “l’evolvere dell’epidemia di COVID-19 sta peggiorando le prospettive per l’economia mondiale contenute nelle proiezioni macroeconomiche di marzo 2020 formulate dagli esperti della Bce”.

Nel periodo DC (Dopo il coronavirus) che “la pandemia del coronavirus costituisce un’emergenza collettiva di sanità pubblica pressoché senza precedenti nella storia recente. È anche uno shock economico estremo, che richiede una reazione ambiziosa, coordinata e urgente delle politiche su tutti i fronti”.

Fra i due periodi sono trascorsi appena sei giorni, e questo dà un’idea assai concreta della cesura netta che c’è stata nella percezione degli osservatori circa la straordinarietà dell’evento a cui stiamo assistendo. E non ci riferiamo all’aspetto sanitario, che è evidente, ma a quello che determina l’evoluzione dei paradigmi sulla base dei quali vengono fondate le policy, a cominciare da quelle economiche.

Il Bollettino di febbraio della Bce è un ottimo esempio di come si possa rapidamente adeguare una policy. E anche la risposta delle autorità dell’Ue lo è stato. Il fatto che la crisi abbia fatto riemergere le pulsioni per individuare una qualche forma di condivisione del debito all’interno dell’Eurozona, che abbia funzioni maieutiche per la nascita del mitico safe asset europeo, non stupisce nessuno, così come non c’è alcuno che non si aspettasse che ci fossero delle resistenze in tal senso. Detto brutalmente, i più ricchi (e meno indebitati) non vogliono caricarsi il peso della povertà (e dei debiti) degli altri. Il che è comprensibile, anche se poco lungimirante. Specie in tempi che si dicono di guerra.

Ma si riducesse a questo, il travaglio dell’Ue (e dell’eurozona) al suo ennesimo appuntamento con la storia, quella con la S maiuscola, sarebbe poca cosa. Un’economia integrata, o un mercato unico che dir si voglia, non si può basare solo su un debito condiviso, che implica politiche fiscali condivise. Deve necessariamente fondarsi su uno spazio condiviso, che deve essere liberamente accessibile a merci e persone, come è stato nel periodo AC. Oggi purtroppo lo è assai meno.

Pochi giorni fa l’IRU, associazione che riunisce molti operatori del trasporto, ha rilasciato un allarmato comunicato rivolgendo all’Ue un appello proprio per facilitare il trasporto di persone e merci all’interno dell’Unione, visto che “le strozzature alle frontiere dell’UE hanno causato ritardi e interruzioni inutili delle catene di approvvigionamento”. Le linee guida della corsia verde della Commissione europea fissano un tempo massimo di attraversamento delle frontiere di 15 minuti per i veicoli che trasportano qualsiasi tipo di merce, spiega l’associazione. Ma secondo un delegato dell’IRU “un massimo di 15 minuti per camion continuerà a causare enormi ritardi e la situazione rimarrà invariata”. Semplicemente: “Non dovrebbero esserci controlli sistematici alle frontiere “.

Affermazione che suona eretica in un momento di panico virale, ma che è bene tenere a mente per dopo. Quando il panico sanitario non avrà più ragione di essere, ma al tempo stesso molto facilmente potrebbe produrne un altro assai peggiore: quello economico.

Abbiamo già visto in tempo di pace – nell’epoca AC – quanto forte fosse la seduzione di alcuni a chiudere le frontiere. Ora che il virus ha reso concreta questa possibilità gli stessi soggetti potranno chiedere – sempre in nome della salute (economica) pubblica di non avere fretta e rallentarne la riapertura. Sempre perché è molto facile spacciare, a popolazioni impaurite, il protezionismo come cura.

Se alla fine di questa crisi avremo gli eurobond o come si chiameranno, e le frontiere chiuse, avremmo vinto una battaglia. Ma perso la guerra. Meglio ricordarlo.

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