Più del reddito di cittadinanza serve il reddito per le madri casalinghe


Una statistica diffusa da Ocse, dedicata alle differenze di genere nella quantità di tempo libero disponibile nel corso di una giornata, è una buona occasione per ricordare una caratteristica del nostro paese della quale si discorre pochissimo: la condizione delle nostre donne che lavorano in casa, curando le attività domestiche e i familiari. Ossia un’attività di lavoro a tempo pienissimo, sabato e domenica inclusi, che le impegna decine di ore a settimana e per la quale non esiste alcuna retribuzione. Manca persino una qualsiasi forma di riconoscimento sociale. Una condizione che non è esagerato assimilare a una sostanziale schiavitù. Vediamo i dati.

Notate il notevole gap fra la quantità di tempo libero a disposizione delle donne in Italia e quello che hanno gli uomini. E poi guardate a quest’altro grafico che riepiloga i minuti per giorno di lavoro non pagato nel confronto internazionale.

In pratica, dopo il Messico le donne italiane sono quelle che cumulano il numero più elevato di minuti non retribuiti ogni giorno per le attività domestiche e la cura dei familiari. Parliamo di 227 minuti, oltre tre ore al giorno. Numeri che forse sono persino sottovalutati, Nei suoi ultimi due rapporti annuali, Istat ha dedicato svariati approfondimenti al lavoro non retribuito che fanno le donne italiane non ufficialmente occupate, che, per quantità, sfiora le 50 ore settimanali. Secondo le rilevazioni (anno 2014) in Italia sono state effettuate 71 miliardi e 353 milioni di ore di lavoro non retribuito, il 71% delle quali (oltre 50 miliardi) da parte di donne per attività domestiche. “Una forma di produzione – dice Istat -, che, pur non essendo retribuita, è fondamentale per il benessere del Paese”. Per capirlo basta un semplice esempio: “Nel 2014 oltre 7 milioni di casalinghe da sole hanno effettuato un numero di ore di lavoro non retribuito simile a quello prodotto da poco più di 25 milioni di uomini di 15 anni e più”. Il grafico sotto illustra l’impegno orario settimanale di donne e uomini in Italia.

Sempre Istat ci informa che “il modello di divisione del lavoro più tradizionale è quello male breadwinner, che assegna all’uomo il compito di provvedere al reddito e alla donna quello di curare la casa e la famiglia”. Questa modalità “è ancora oggi adottata dal 32,3 per cento delle coppie con la donna in età attiva”. Il che, oltre a spiegare il basso tasso di partecipazione delle donne italiane al mercato del lavoro, denota la persistenza dello stereotipo secondo il quale è meglio che l’uomo lavori e donna stia casa. Una convinzione condivisa, “dal 54,1 per cento degli uomini e dal 46,6 per cento delle donne”. Paradossalmente “l’analisi dei carichi di lavoro totale fa emergere l’efficienza del modello male breadwinner: allo stato attuale, infatti, è l’unico che porti a una sostanziale parità nei carichi di lavoro totale, pari a circa 7h20’ al giorno per entrambi i partner”. Con una differenza sostanziale però: la donna non viene pagata. Se poi lavora, “paga” il reddito con un aumento notevole del lavoro complessivo, dovendosi far carico anche di buona parte di quello casalingo, come si può osservare dal grafico sopra.

Notate che anche nel confronto europeo le donne italiane sono quelle messe peggio dopo le rumene. E questo basta per far concludere a Istat che “il vantaggio di vivere in famiglia è percepibile soltanto per gli uomini, che beneficiano della condivisione del lavoro familiare con un guadagno netto in termini di carichi di lavoro complessivo, mentre per le donne, soprattutto se occupate, la vita di coppia comporta un aggravio di lavoro”.

Curiosamente di questo stato di cose si parla pochissimo. Persino in un periodo di promesse politiche mirabolanti come quello che stiamo vivendo, la condizione delle donne italiane che lavorano per la casa e i familiari non suscita alcune attenzione. Invece di proporre improbabili redditi di cittadinanza ad aspiranti lavoratori sarebbe mille volte più giusto fornire una qualche forma di reddito a chi lavora già. Almeno a quelle donne che non ne hanno alcuno. Sarebbe anche un valido sostegno alle famiglie. Sempre l’Istat, nell’ultima ricognizione dedicata proprio alle casalinghe, fornisce alcune informazioni che ci aiutano a dimensionare il fenomeno. Nel 2016, anno della rilevazione, erano presenti 7 milioni e 338 milioni casalinghe in Italia. La gran parte anziane ultra 65enni (40,9%). Quelle fino a 34 anni erano l’8,5%. Quindi parliamo di circa 620 mila donne. La gran parte delle casalinghe vive al Centro-Sud (63,8%).

Il 42,1% di queste donne vive in coppie con figli. Quindi circa si può stimare che circa 3 milioni di donne, malgrado si occupino anche dei figli e del marito non ricevano alcun reddito, a differenza di quanto accade a gran parte alle casalinghe ultra 65enni che hanno di solito una qualche forma di previdenza. Le casalinghe “giovani” se vogliono una pensione una volta anziane devono versare i contributi di tasca propria, pure se non è molto chiaro da dove dovrebbero prendere i soldi. Si potrebbe cominciare fornendo un reddito almeno alle casalinghe che operano all’interno di un nucleo familiare con figli minori. Ciò non soltanto non soltanto per dar dignità al lavoro che queste donne svolgono, ma anche per fornir loro un valido contributo economico, visto che la gran parte di queste donne vive in condizioni di povertà e circa il 10% in povertà assoluta. Servirebbe anche a sostenere le famiglie e insieme favorire la natalità, che è un altro dei grandi problemi del nostro paese. Soprattutto sarebbe un giusto riconoscimento dell’importanza che hanno queste donne nella nostra società. Un ultimo dato lo illustra compiutamente. Il 71% delle ore di lavoro gratuito svolto in Italia nell’anno 2014 (oltre 50 miliardi) è stato svolto da donne per attività domestiche. Si tratta, spiega Istat, di “un valore superiore al numero di ore di lavoro retribuito prodotto dal complesso della popolazione”. Le casalinghe da sole hanno regalato all’Italia 20 miliardi di ore di lavoro.

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