Visco riscrive la storia delle sofferenze bancarie


La narrazione pubblica dedicata alle sofferenze bancarie si è arricchita di un nuovo capitolo dopo la pubblicazione delle ultime considerazioni finali del governatore di Bankitalia. Capitolo importante, vuoi perché mette ordine sulla questione delle cifre in gioco, che così tanto inchiostro hanno fatto versare ai commentatori e agli analisti di cose finanziarie, e vuoi perché la racconta dall’inizio e ipotizza anche una fine, pubblicando anche un interessante serie storica che mostra (vedi grafico) come la situazione delle sofferenze bancarie di oggi sia persino migliore di quanto non fosse nella seconda metà degli anni ’90. Circostanza utile da ricordare per la semplice ragione che mostra come si possa uscire da un situazione difficile senza strapparsi troppi capelli, a patto però di avere le idee chiare e una strategia intelligente. E questo semmai è il problema.

La nuova narrazione di Visco parte da alcuni dati di fatto. Dopo l’esplodere della prima crisi finanziaria, quella del 2008, “il sostegno finanziario fornito dai governi alle banche è stato in molti paesi considerevole” “A conti fatti ci si accorse che “alla fine del 2011 l’impatto sul debito pubblico degli aiuti ammontava al 48 per cento del prodotto in Irlanda, all’11 in Germania, al 7 nei Paesi Bassi e in Belgio. In Italia l’incidenza era pari allo 0,2 per cento del Pil, riflettendo la ridotta esposizione delle banche ai prodotti di finanza strutturata che avevano dato origine alla crisi finanziaria”. Ed è a questo periodo che risale la vulgata secondo la quale le banche italiane si erano “salvate” dalla crisi perché non parlavano inglese. Un modo simpatico per dire che non erano esposte ai prodotti tossici, per lo più made in Usa, che avevano inquinato le altre banche europee.

Senonché, dopo la crisi dei subprime è arriva l’altra, quella iniziata nel 2010, denominata del debito sovrano che ha messo in discussione il funzionamento dell’area monetaria e ha visto esplodere la crisi greca. “Le difficoltà sul mercato dei titoli di Stato si estendevano alle banche, il cui merito di credito veniva assimilato a quello dei rispettivi paesi; la conseguente restrizione dell’offerta di credito contribuiva
all’avvio di una nuova fase recessiva; emergevano timori di reversibilità della
moneta unica”. Così la ricorda il governatore.

Le politiche di austerità, decise in conseguenza, e “l’assenza di un bilancio comune” che “impediva un’azione sovranazionale che compensasse il forte impulso pro-ciclico delle politiche nazionali” determinarono un rapido peggioramento delle condizioni economiche. Sempre pro memoria, “in Italia le condizioni macroeconomiche si deterioravano rapidamente, ben oltre le proiezioni nostre e dei principali organismi internazionali. Per il biennio 2012-13, a gennaio del 2012 prevedevamo un calo del prodotto dell’1,5 per cento (dello 0,4 in uno scenario meno sfavorevole); in estate la
stima della riduzione passava al 2,2 per cento; a consuntivo si registrava una
diminuzione del 4,5 per cento”.

Fu questa seconda sberla a fare esplodere il problema delle sofferenze. In quel momento l’Italia avrebbe dovuto comportarsi similmente a come avevano agito gli altri paesi europei dopo la crisi del 2008. Ma non se lo poteva permettere. “Alla fine del 2011 le sofferenze nette delle banche italiane erano pari al 2,9 per cento del totale dei prestiti. Un intervento “di sistema” sui crediti deteriorati, con un importante contributo pubblico sulla falsariga di quanto era avvenuto in altri paesi, non appariva giustificato, né possibile”. Non appariva giustificato perché nessuno si aspettava un crollo come quello registrato: “Le previsioni macroeconomiche formulate nel corso del 2012 erano ben più favorevoli dei risultati poi conseguiti”. E più avanti “un intervento dello Stato sui crediti deteriorati non appariva compatibile con le condizioni di finanza pubblica”.

La situazione peggiorò rapidamente con l’aggravarsi della crisi: “Il conseguente aumento dei fallimenti d’impresa e della disoccupazione ha alimentato la crescita delle sofferenze nette, che raggiungevano il 4,8 per cento dei crediti nel 2015”. Ma già dal 2013, quando i mercati dei titoli di stato si era stabilizzato, sarebbe stato auspicabile “la costituzione di una società di gestione degli attivi bancari deteriorati con supporto pubblico”, che però “è stata tuttavia impedita dagli orientamenti in materia di aiuti di Stato assunti dalla Commissione europea a metà del 2013”. Non è colpa nostra, insomma, ci disegnano così.

Adesso l’ipotesi bad bank è tornata d’attualità. Sarebbe una “una misura potenzialmente utile, a condizione che il prezzo di trasferimento degli attivi non sia distante dal loro reale valore economico, che l’adesione allo schema da parte degli intermediari avvenga su base volontaria, che le caratteristiche dei piani di ristrutturazione delle banche partecipanti siano ben definite ex ante”. Purché si decida in fretta.

Rimane la questione dei numeri. Visco riporta che alla fine del 2016 i crediti deteriorati iscritti nei bilanci, al netto delle rettifiche di valore, erano pari a 173 miliardi, pari al 9,4% dei prestiti complessivi. Visco sottolinea che “l’ammontare di circa 350 miliardi, spesso citato sulla stampa, si riferisce al valore nominale delle esposizioni e non tiene conto delle perdite già contabilizzate nei bilanci; esso non è
pertanto indicativo dell’effettivo rischio che grava sulle banche”.

Visco ricorda altresì che “dei 173 miliardi di crediti deteriorati netti, 81 miliardi, il 4,4 per cento dei prestiti totali, riguardano crediti in sofferenza, a fronte dei quali le banche detengono garanzie reali per oltre 90 miliardi e personali per quasi 40. Vi
sono poi 92 miliardi di altre esposizioni deteriorate, già svalutate per circa
un terzo del valore nominale”. Il che sembra ridurre di molto il problema. E questo probabilmente è uno degli scopi della narrazione. Infatti viene anche sottolineato che “tre quarti delle sofferenze nette sono detenuti da banche le cui condizioni finanziarie non impongono di cederle immediatamente sul mercato”, mentre quelle in capo a banche in difficoltà che possono essere costrette a disfarsene rapidamente “ammontano a circa 20 miliardi”. Ma è importante sottolineare che “i valori ai quali i crediti in sofferenza sono iscritti nei bilanci sono in linea con i tassi di recupero
effettivamente osservati negli ultimi dieci anni. Se fossero venduti ai prezzi molto bassi offerti dai pochi grandi operatori specializzati oggi presenti sul mercato, che ricercano tassi di profitto molto elevati, l’ammontare di rettifiche aggiuntive sarebbe dell’ordine di 10 miliardi”. In sostanza, se questi 20 miliardi in bilico fossero venduti ai prezzi di mercato, le banche titolari dovrebbero soffrire una perdita da 10 miliardi che probabilmente, essendo già in crisi, le manderebbe al tappeto. E questa è la morale della nuova narrazione sulle sofferenze bancarie. Rischia di venire fuori la necessità di altri salvataggi in stile Mps. Tenete stretto il portafogli.

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