I consigli del Maître: Chi guadagna col monopolio e chi dà i numeri sul lavoro


Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Come eravamo. Gli ultimi dati diffusi da Bankitalia sulla nostra bilancia dei pagamenti sono utili a ricordare come è cambiata la nostra situazione nello spazio di pochi anni sul versante dei nostri rapporti con l’estero, quindi i pagamenti correnti per merci, servizi e redditi, e l’ammontare della nostra posizione netta, che ricordo misura il saldo fra il valore dei nostri investimenti all’estero e quello degli investimenti esteri da noi. In sostanza il nostro debito nei confronti dell’estero. Il combinato disposto ci comunica alcune informazioni importanti, che riguardano l’equilibrio finanziario – uno sbilancio persistente di conto corrente rende un’economia fragile perché esposta ai cosiddetti sudden stop, ossia l’essiccarsi improvviso degli afflussi di capitali di cui queste economia necessita per finanziare i propri sbilanci correnti con l’estero – e l’equilibrio patrimoniale. Ecco come siamo cambiati.

Se guardiamo questi dati diventa molto chiaro perché a fine 2011 abbiamo subito una grave crisi finanziaria, che si sostanzia nell’aumento degli spread. E perché adesso siamo questa situazione è molto migliorata. Sbaglieremmo a pensare che ciò duri in eterno. Dipende da eventi che solo in parte dipendono dalle nostre scelte. Noi intanto faremmo bene a ragionare su quelle giuste.

Chi paga il costo del monopolio. L’Ocse ha diffuso uno studio molto interessante che prova a quantificare chi fruisce, a seconda del livello di reddito, di un dollaro di profitto generato dal monopolio.

In pratica il profitto di monopolio si redistribuisce dal 90% più povero della popolazione al 10% più ricco. Paradossalmente molto spesso sono proprio le fasce più povere della popolazione a difendere il monopolio, anche inconsapevolmente, quando chiedono maggiore protezione dal commercio estero.

L’aria che tira in Cina. La settimana scorsa, che ha visto andare in scena anche il diciannovesimo congresso del partito comunista, sono uscite molti dati sulla Cina, a cominciare dal Pil del terzo trimestre (+6,8% in calo rispetto al secondo dello 0,1%) che certificano che l’economia del gigante asiatico mostra segni rassicuranti, pure se al lordo di alcune problematiche del sistema bancario. Almeno così sembra se guardiamo ai flussi di prestiti transfrontalieri fotografati nelle ultime statistiche bancarie diffuse dalla Bis.

La seconda informazione interessante arriva invece da alcuni ricercatori, che osservano il buon andamento del saldo commerciale malgrado il robusto aumento delle importazioni.

Il saldo commerciale in salute vuol dire fieno in cascina, e quindi pazienza se le banche sono pericolanti e la crescita del credito, guidata dai trend immobiliari, non smette di correre. D’altronde il presidente l’ha detto nel suo discorso di svariate ore al congresso: la Cina è intenzionata a diventare una potenza mondiale nello spazio di pochi decenni, e di giocare un ruolo crescente nel sistema internazionale, a cominciare da quello monetario. Cosa volete che siano un po’ di debiti?

Sul lavoro in Italia qualcuno dà i numeri. L’Osservatorio del Precariato dell’Inps ha diffuso gli ultimi dati sul mercato del lavoro che fotografo una situazione di crescita costante dei contratti a tempo determinato a fronte del constante retrocedere di quelli a tempo indeterminato. Ecco una tabella.

Ecco un altro indizio: le assunzioni a tempo indeterminato sono calate del 30,7% fra gennaio/agosto 2016 su gennaio/agosto 2015, e di un altro 3,5% nello stesso periodo di quest’anno rispetto all’anno scorso. Al contrario, le assunzioni a termine sono cresciute del 4,8% nel 2016 e del 26,3% nel 2017. Eppure qualcuno ha detto ai giornali che in tre anni sono stati creati quasi un milione di posti di lavoro il 61% dei quali a tempo indeterminato e oggi il governo ne promette altri 980 mila in tre anni. Ma come insegna la statistica, dipende sempre da come si contano. Se in un anno prendo quattro contratti da tre mesi, l’Inps mi conta quattro rapporti di lavoro. Ma la persona è la stessa. Quindi attenzione quando danno i numeri. Spesso li danno letteralmente.

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