Ecco perché l’euro è tornato a crescere sul dollaro


E se fosse tutta una questione di fondamentali? Il brusco apprezzamento dell’euro sul dollaro, che gli analisti hanno imputato al clima politico che da un annetto spira di là dall’Atlantico, forse è debitore degli andamenti macroeconomici assai più di quanto non dipenda dalla cattiva digestione dei politici, e in particolare quelli statunitensi che nei giorni scorsi hanno voluto far credere prima di essere contenti che il dollaro si indebolisse, suscitando le proteste dei banchieri centrali europei, e poi sono tornati al più confortevole ritornello, tipicamente yankee, di volere un dollaro forte.

Ma forse ai giorni nostri, ad alto tasso di internazionalizzazione dei capitali, i desiderata politici sono anch’essi ostaggio delle quantità economiche che miriadi di operatori compulsano freneticamente per decidere cosa comprare. E siccome anche il cambio obbedisce alla legge della domanda e dell’offerta, se gli acquirenti comprano più Europa che Usa, ecco che il cambio ne risente né più né meno di come accadrebbe se invece della valuta fossero sul piatto due diversi tipi di autovetture.

La domanda quindi da porsi è: gli acquirenti hanno più ragione di chiedere euro rispetto a dollari di quante ne avessero in passato? A guardare i dati qualche ragione in più sembra proprio ce l’abbiano. Una recente pubblicazione dell’European political strategy centre, pensatoio di stanza presso la Commissione Ue, fornisce alcuni elementi che confortano l’ipotesi secondo la quale l’Europa va bene, per certi versi meglio degli Usa, e questa è una ragione sufficiente a spiegare la forza dell’euro rispetto al dollaro. Vi do giusto alcuni numeri su cui riflettere. Il primo riguarda la crescita reale, che nell’UE a 27 è stabilmente intorno al 2% dal 2014, sorpassando con ciò sia il Giappone che gli Usa, con prospettive buone anche per quest’anno e il prossimo. L’andamento soddisfacente dell’indice PMI, che ha raggiunto il suo massimo nel 2017, conferma la ripresa degli investimenti, più robusta di quella Usa.

L’UE a 27 si conferma anche più attrattiva per gli investimenti diretti dall’estero rispetto agli Usa (424 miliardi nel 2016 versus 391 per gli Usa), ma soprattutto l’Unione si conferma una superportenza dell’export, con un valore che vale il 50% del pil, 30 punti in più rispetto ai partner Usa.

A ciò secondo gli esperti hanno contributo i 45 accordi di commercio che l’Ue ha concluso con 76 paesi che hanno molto favorito le esportazioni. Questo risultato ne porta con sé un altro che insidia uno dei grandi primati del dollaro (e che concorre al suo successo): l’utilizzo come valuta internazionale per scambi commerciali e finanziari. Il 36% dei pagamenti globali sono ormai conclusi in euro a fronte del 39% in dollari. Il dollaro è ancora sul podio, ma c’è un concorrente di tutto rispetto.

Notate che nel dicembre 2012 l’euro aveva già sorpassato il dollaro come quota sui pagamenti globali ma poi era intervenuta la crisi dell’euro che solo un paio di anni dopo ha iniziato a mitigare i suoi effetti. L’Ue ha pure notevolmente migliorato la propria produttività, raggiungendo il livello di Usa e Giappone, e gode di una posizione fiscale invidiabile, con un debito del governo assai inferiore al 100% del pil (83%), a differenza di quanto accade negli Usa (108%) e soprattutto in Giappone (240%) nel 2017. Migliorato drasticamente anche il tasso di occupazione, che dal 2013 ha superato quello Usa grazie alla creazione di 9 milioni di posti di lavoro che si prevede saranno 12 nel 2019.

Insomma se è vero che l’Europa è tornata, come si intitola icasticamente lo studio degli esperti di Bruxelles, la forza dell’euro trova molte ragioni in questi andamenti, anche se certo bisogna ricordare un paio di circostanze. La prima è che l’euro non è la valuta dell’UE a 27 ma solo quella dell’UE a 19, anche se di sicuro la valuta europea gioca un ruolo importante nei paesi europei che non l’hanno adottato. Peraltro non è chiaro quali saranno le conseguenze dell’uscita dell’UK dall’UE. Di questo lo studio non parla e d’altronde sarebbe chiedere troppo a un pensatoio che ama l’Europa per mestiere. Ma pure al netto di queste avvertenze, i progressi dell’area europea sono visibili e innegabili. E quanto pare i mercati ne sono consapevoli.

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