Cartolina: I poveri disillusi dall’Ue


Nel peggiore dei suoi anni l’Ue provò a darsi obiettivi ambiziosi per un futuro lontano che suonava seducente a cominciare dal numero: 2020. Si era in quel terribile 2008 e dodici anni sembravano un tempo sufficiente per proporre alle opinioni pubbliche frastornate dal rumore dei fallimenti e spaventate dall’improvvisa minaccia della povertà un orizzonte dove il tasso di occupazione fosse superiore al 75 per cento della popolazione, la spesa per ricerca e sviluppo fosse uguale o superiore al 3 per cento del pil dell’Unione, le emissioni inquinanti fossero inferiori di un 10 per cento abbondante, gli abbandoni scolastici per i giovani fossero meno del 10 per cento della popolazione e l’educazione terziaria riguardasse almeno il 40 per cento dei 30-34enni. L’insieme di questi indicatori disegnava il volto di una società capace di dare, in maniera sostenibile, lavoro a persone sempre più istruite e perciò impiegate in produzioni a maggior valore aggiunto, col risultato – che poi era il gioiello della corona – di far diminuire i poveri, che erano 116 milioni, di almeno venti milioni. Dieci anni dopo inquiniamo meno, siamo più occupati e anche meglio istruiti, ma i poveri sono 118 milioni. Molti li chiamano populisti.

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