Il dilemma nascosto nei commerci dell’eurozona


Un approfondimento contenuto nell’ultimo bollettino economico della Bce ci consente di mettere a fuoco una caratteristica del commercio internazionale che dice molto del dilemma politico ormai all’ordine del giorno in cui si agita l’Ue e, in particolare  l’Eurozona. Ossia il suo doversi barcamenare fra interessi, in gran parte allocati in Usa e in Uk, e necessità, che invece trovano alimento in Russia e Cina. Per dirla in parole semplici, la zona euro vende agli euroatlantici e compra dagli euroasiatici, trovandosi classicamente nel mezzo di una tenzone a serio rischio di esplosione con l’avvelenarsi della guerra commerciale e le varie sanzioni. Questa situazione è rappresentata plasticamente dall’analisi del saldo corrente dell’eurozona, ossia il totale delle transazioni fra l’unione monetaria e il resto del mondo.

Come si può notare la situazione dei conti esteri dell’EZ è rimasta sostanzialmente stabile negli ultimi sei anni. Nel senso che nostri partner sono rimasti costanti. Per dirla con le parole della Bce, “il surplus complessivo − pari al 3,5 per cento del PIL nei dodici mesi terminanti alla fine del secondo trimestre del 2018 − è in gran parte legato alle transazioni con il Regno Unito e gli Stati Uniti, che forniscono un contributo rispettivamente pari all’1,4 e all’1,0 per cento del PIL dell’area dell’euro, seguiti dalla Svizzera con lo 0,4 per cento. La Cina, al contrario, ha contribuito negativamente (circa -0,6 per cento del PIL dell’area) al saldo di conto corrente. Al tempo stesso, l’impatto di tutti gli altri principali partner commerciali per i quali è disponibile una ripartizione geografica è stato relativamente limitato, mentre il gruppo dei restanti paesi − comprendente i maggiori produttori di petrolio − ha fornito un contributo positivo al surplus dell’area dell’euro (circa l’1,3 per cento del PIL)”.

Se guardati gli istogrammi è tutto chiaro: l’EZ incassa dalle sue esportazioni verso UK e Usa e paga i suoi consumi di beni cinesi e Russi che primeggiano fra gli altri. Peraltro “gran parte dell’incremento dell’avanzo di conto corrente dell’area dell’euro registrato dal 2013, pari a circa 1,2 punti percentuali di PIL, è dato dal miglioramento del saldo nei confronti dei tre maggiori partner commerciali dell’area”. In sostanza questo miglioramento si sostanzia in un aumento dei surplus verso USA e UK rispettivamente dello 0,7 e dello 0,5%, mentre il deficit verso la Cina si è ridotto dello 0,2% del pil dell’area.

Se osserviamo il saldo corrente scomposto nelle sue componenti (merci, servizi e redditi) il quadro diventa anche più nitido.

Gran parte del miglioramento del saldo correte registrato dal 2013 in poi (l’1,2% del pil) è derivato dalle esportazioni di beni e servizi, mentre le rendite su investimenti diretti e di portafoglio hanno contribuito negativamente. L’eurozona, quindi, ha attratto capitale e pagato i rendimenti.  Questo vale in particolare per la Svizzera, il Giappone e altri paesi dell’Ue. Mentre non vale per gli Stati Uniti e la Gran Bretagna che quindi sono in deficit anche sul lato dei redditi primari. Insomma, sono grandi debitori dell’EZ. “Tra i saldi bilaterali, il principale incremento è stato osservato nei confronti degli Stati Uniti; la forte crescita delle esportazioni, superiore al
modesto aumento registrato dalle importazioni, è la conseguenza sia della più vigorosa domanda interna statunitense sia dell’apprezzamento del dollaro”.

E’ chiaro che la contabilità non spiega tutto, ma può essere utile a sollevare domande. Forse questi andamenti hanno aiutato non poco l’avvento di Trump e della Brexit. Forse contribuiranno a stringere relazioni più fitte fra l’EZ e il blocco Russo-cinese. Di sicuro non passano inosservate.

 

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