C’è pure un’Italia che funziona e parla hi tech


Per curare la depressione strisciante che ci affligge, testimoniata in ogni dove, è buona prassi fare opera d’igiene ricercando le tante luci che ancora riescono a contrastare il cono d’ombra nel quale pervicacemente ci sforziamo di entrare con parole e opere chiaramente autolesioniste. Parole, soprattutto. E poiché di tanto in tanto la cronaca ci offre qualche buona occasione, sarebbe far torto al nostro talento, che a dispetto di ogni evidenza visibile esiste, non darne testimonianza, fosse anche in un piccolo blog.

Il pretesto per questa digressione, che spero mi perdonerete, me l’ha offerto una recente pubblicazione di Bankitalia che riepiloga gli straordinari progressi che abbiamo fatto nel campo delle cosiddette disembodied technology (DT), ossia beni e servizi tecnologici non incorporati in beni fisici, la cui contabilità conduce alla pubblicazione di un capitolo apposito del nostro libro che tratta dei nostri conti con l’estero. La bilancia dei pagamenti della tecnologia, per richiamare la definizione usata da Bankitalia, è quindi un indicatore che misura la nostra capacità di stare sul mercato in una classe di attività molto importanti. Esportare DT, evidentemente, è più difficile che esportare truciolato.

L’analisi di questi dati conduce a informazioni assai interessanti, la prima delle quali è che “nel 2017 il saldo complessivo della bilancia dei pagamenti della tecnologia è risultato positivo per il sesto anno consecutivo, pari a 1,8 miliardi di euro, un livello mai raggiunto in precedenza”. Aldilà del dato, è il trend che è interessante. Negli ultimi sei anni, malgrado la crisi (o forse in ragione della crisi) l’Italia è riuscita a trasformare quello che era un deficit in un attivo.

Notate che nel tempo siamo quasi riusciti ad azzerare il deficit della voce “compensi per l’uso della proprietà intellettuale”, che è arrivato a sfiorare i tre miliardi nel 2007 e che rappresenta la spesa per lo sfruttamento di brevetti, licenze e royalties. Questo non è accaduto perché abbiamo diminuito le importazioni di questa classe di beni – che è rimasta stabile negli ultimi anni intorno ai 4,2 miliardi – ma perché siamo riusciti ad esportarne quasi altrettanto. Il che è sicuramente un risultato sorprendente. “I compensi per l’uso della proprietà intellettuale sono diventati la voce più consistente per le vendite all’estero (3,8 miliardi), anche se di poco superiore alle altre componenti, tutte sopra i 3 miliardi annui”, spiega Bankitalia.

In generale, le esportazioni sono aumentate un po’ in tutte le voci che compongono la bilancia dei beni, con l’esclusione dei servizi informatici in leggero calo, per un incremento complessivo del 13,5%. “Aumenti assai sostenuti si sono registrati sia nelle esportazioni di servizi di architettura e ingegneria (quasi il 30 per cento, dopo una crescita del 19,4 per cento l’anno precedente), sia nei compensi per l’uso della proprietà intellettuale (24,6 per cento)”, spiega la nota.

Altre informazioni utili si ricavano osservando i saldi per area geografica che compongono la nostra bilancia. Il grosso delle transazioni (l’88%) si svolge con paesi avanzati. La novità è che il saldo nei confronti dei paesi Ocse, storicamente negativo, è diventato positivo nel 2017 per 0,2 miliardi. Il miglioramento è stati guidato dal graduale riassorbirsi del deficit verso l’UE, diminuito da 3,1 a 1,9 miliardi. Al contempo è aumentato da 1,3 a 1,6 il saldo attivo verso i paesi non Ocse.

Se guardiamo ai singoli paesi, nel 2017 l’incremento più consistente in valore assoluto dell’export “si è registrato nei confronti della Francia, seguita a distanza dagli Stati Uniti, dalla Svizzera e dalla Polonia”. La Svizzera è il principale paese di destinazione delle nostre vendite (2,0 miliardi), seguita dagli Stati Uniti e dalla Francia (rispettivamente 1,8 e 1,7 miliardi). Al contrario, l’export si è ridotto verso la Germania e il Belgio. Nei paesi non OCSE, “l’aumento delle esportazioni è stato ancora più rilevante (21,5 per cento), interessando molte aree geografiche, incluse la Cina, l’India e la Russia; ha fatto eccezione il Brasile”. Dal lato delle importazioni, “sono calate quelle dal Regno Unito e dall’Irlanda, che rimane comunque la principale origine dei nostri acquisti di disembodied technology (2,4 miliardi), seguita dalla Germania”. Le importazioni dai paesi non OCSE sono invece aumentate del 20,1 per cento, in linea con l’incremento delle vendite, con la Russia a fare eccezione.

Infine, utile dare uno sguardo anche ai settori che hanno espresso il risultato. “Il surplus del comparto manifatturiero è aumentato da 1,7 a 2,1 miliardi, riflettendo una riduzione dei flussi più consistente dal lato delle importazioni rispetto alle esportazioni (rispettivamente -11,6 per cento e -3,3). Il deficit nel settore dei servizi si è quasi azzerato, passando da -1,6 a 0,1 miliardi, grazie a un incremento delle vendite molto più sostenuto rispetto a quello registrato dagli acquisti (rispettivamente 38,9 e 8,0 per cento)”.

Complessivamente quindi il nostro paese ha compiuto un notevole progresso in attività che richiedono notevoli competenze e generano molto valore aggiunto. A qualcuno sembrerà un risultato di poco conto, ma solo perché vivono nel mito dell’investimento pubblico quale rimedio a tutti i mali. E non è detto che sia un bene.

 

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