Gli Usa diventano esportatori netti di petrolio


Le ultime rilevazioni del Census sul commercio internazionale Usa ci comunicano un’informazione molto interessante. A novembre del 2018 il deficit petrolifero statunitense, quindi il saldo fra le importazioni e le esportazioni di greggio si è quasi azzerato. Complessivamente ammontava circa 600 milioni di dollari, appena l’1,3% del deficit complessivo degli Usa.

Il grafico sopra è più che eloquente e non ha bisogno di particolari commenti. Chi volesse allungare lo sguardo può scorrere la serie delle partite commerciali Usa, oil e no oil, che risalgono al 1992. Scoprirà che questa partita è andata via via assottigliandosi mano a mano che gli Usa potenziavano, grazie alla rivoluzione dello shale oil, la loro capacità di produttori.

Secondo gli analisti di Platts questo non è un incidente della storia. Addirittura gli Usa potrebbero diventare stabilmente esportatori netti già dall’anno prossimo. Una circostanza che secondo quanto riporta l’ultimo bollettino della Bce si è già verificata alla fine del 2018, se si considerano l’import ed export di greggio e prodotti raffinati.

Il dato di novembre va inquadrato nel quadro degli andamenti del deficit commerciale di novembre degli Usa, in calo dell’11,5%, a 49,3 miliardi.

Ma soprattutto l’ormai sostanziale azzeramento del deficit petrolifero ha un notevole significato da un punto di vista geopolitico, nella complessa partita che gli Usa stanno giocando a livello globale e che coinvolge vari dossier, a cominciare dal quello della guerra commerciale con la Cina – di recente sono ripartite le esportazioni di petrolio Usa verso i cinesi – per finire con quello sull’accordo del nucleare iraniano, che di recente ha conosciuto un’interessante evoluzione dopo l’ufficializzazione del meccanismo europeo INSTEX, istituito da Gb, Francia e Germania, grazie al quale regolare gli acquisti di petrolio iraniano nei paesi europei. Ma questa è tutta un’altra storia.

 

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