L’Oro di Bankitalia, ossia l’Oro del Reno ma senza Wagner


L’oro di Bankitalia, dunque. Se fosse solo una questione di soldi, vale a dire del desiderio di impossessarsi del tesoro aureo di via Nazionale, che a prezzi 2017 valeva circa 85 miliardi, non sarebbe più di una riga nelle cronache dell’inesauribile fame fiscale del nostro tempo. E invece l’oro di Bankitalia è un capitolo di una saga assai più intricata che gareggia con quella dei Nibelunghi, con i banchieri centrali a recitare il ruolo dei difensori dell’oro del Reno, da cui si può forgiare l’anello per dominare il mondo.

L’oro è denso di significati mitologici, d’altronde. E il suo possesso è sempre stato associato al potere. Perciò ricordare come è stato fatto da uno dei vicepremier che “l’oro di Bankitalia appartiene agli italiani”, col sottotesto che di conseguenza debbano disporne i loro rappresentanti, è solo il modo politico per ribadire un concetto sempre più cliccato dai social-populisti: il governo deve controllare la moneta. E soprattutto deve farlo direttamente. Il principio dell’indipendenza della banca centrale è diventato un orpello. Le sottolineature dei governanti italiani non sono diverse, per vocazione e intenti, da quelle di Trump che strapazza la Fed. Entrambi manifestano ciò che in un intervento del 2014 Salvatore Rossi, direttore generale di Bankitalia, illustrava con dovizia di dettagli: la tentazione della fiscal dominance. In sostanza usare le banche centrali come succursali del Tesoro.

Già Ricardo, agli inizi del XIX secolo, aveva teorizzato il principio dell’indipendenza della banca centrale proprio per scoraggiare questa pratica. Il principio addirittura diventa un obiettivo auspicato dalla Lega delle Nazioni nel 1920 “per garantire la stabilità dei prezzi”. Ma poi finisce nel tritacarne del mito della piena occupazione propugnato nel secondo dopoguerra. In molti paesi si afferma il dominio della politica fiscale su quella monetaria. Le banche centrali agiscono come compratori di ultima istanza dei titoli di Stato sul mercato primario.

Un mondo che finì, devastato dall’inflazione a due cifre e dalla stagnazione, cui oggi molti guardano con crescente nostalgia perché la fiscal dominance viene considerata la migliore delle scorciatoie per coniugare istanze sovrane e sviluppo. Una tentazione assai diffusa. Il caso della Banca del Giappone è eclatante. Formalmente indipendente, ormai è la principale acquirente di titoli del governo e il suo bilancio, imbottito di bond pubblici, ormai supera il 100% del pil giapponese. Le banche centrali, d’altronde, possono pure essere indipendenti, ma non dal principio di realtà. E oggi hanno a che fare con governi divenuti rissosi e mercati in costante debito di ossigeno finanziario. Sarebbe strano il contrario visto che, dal 2008, il debito è cresciuto.

Dal canto loro i banchieri centrali sono probabilmente l’ultima élite internazionale rimasta che condivide una lingua comune. Che non è solo l’inglese, ma comprende il sistema di credenze e di valori che informa il central banking. Non ci sarebbe nulla di strano a leggere che “dovremmo dare al mercato, che ha una profonda saggezza, un ruolo decisivo da svolgere nell’allocazione delle risorse”, salvo per il fatto che a pronunciarle sia stato Yi Gang, governatore della People’s Bank of China. Né dovremo stupirci se un altro sottolinea che “i governi cambiano, ma le banche centrali rimangono”, anche se a dirlo è stato Ariff Ali, governatore della Reserve Bank of Fiji. Sono solo due dei tanti esempi che si potrebbero fare.

Il punto è che posti diversissimi, con culture ancora più diverse convergono su principi simili. Caso più unico che raro. Questo strano circolo Pickwick di banchieri centrali sembra l’ultima ridotta internazionalista che si oppone allo straripare del nazional-populismo. O almeno così quest’ultimo la percepisce e per questo la mal sopporta. Sembra si prepari una tenzone davvero epica fra un’élite sovranazionale e cosmopolita, che ambisce a regolare mercati globali, e una classe politica che ormai propugna social-ismi nazionali, con l’oro a far da controfigura. Peccato non ci sia Wagner a raccontarla.

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