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Cinquant’anni di storia della piena occupazione. Il caso canadese


Per comprendere la profondità del mito della piena occupazione si dovrebbero leggere decine di libri di storia, economia e sociologia, oppure attingere alle esperienze di chi questo mito ha contribuito a scriverlo. Uno come Mike McCracken, ad esempio, economista scomparso nel 2015, che alla diffusione del concetto di piena occupazione ha dedicato tutta la sua vita, ed è riuscito nel non facile compito di scrivere una sintesi ben ragionata di questa sua esperienza in appena 18 pagine.

Abbiamo già visto cosa McCracken intendesse per piena occupazione – in sostanza l’idea che ognuno potesse trovare un lavoro soddisfacente per retribuzione e sicurezza – adesso si tratta di capire perché un giovane economista dei primi anni ’60, quando il mondo marciava felicemente verso un progresso all’apparenza inarrestabile, abbia deciso di dedicare la sua carriera a un obiettivo che sembrava ormai alla portata delle società avanzate.

Lui stesso racconta che l’idea gli venne dopo aver letto che i produttori di auto di Detroit non riuscivano più a trovare lavoratori per i loro stabilimenti. A qualcuno venne in mente di aprire centri per l’impiego nei ghetti, ma emerse che non c’erano mezzi di trasporto per portare questi lavoratori dalle case alle fabbriche. Finì che si mise in piedi un sistema che permise di aumentare significativamente la partecipazione al lavoro di questi soggetti. E questo convinse il nostro economista ancora in erba che con un alto livello di occupazione – e quindi con l’aspirazione verso la piena occupazione – “il progresso sociale sia molto più facile”.

Forte di questa illuminazione, il giovane McCracken inizia a lavorare all’Economic Council of Canada, dove gli viene chiesto di programmare degli obiettivi di policy, fra i quali viene indicato quello di ridurre la disoccupazione sotto il 3% entro il 1970, ovviamente grazie a un alto tasso di crescita economica, una “ragionevole stabilità dei prezzi”, oltre a una buona stabilità della bilancia dei pagamenti – la valuta canadese era ancora agganciata al dollaro Usa – e soprattutto “una equa distribuzione dei redditi in crescita”. Quindi: lavoro per tutti, con redditi crescenti e socialmente equi, con prezzi sotto controllo e pochi sbilanci esteri. In una parola: il paradiso.

Si potrebbe ironizzare sull’ampiezza di questi propositi, ma ricordiamoci che si era negli anni ’60, quando nulla sembrava potesse andar storto. La piena occupazione a quel tempo – e anche oggi evidentemente – sembra il miglior viatico per avere un reddito crescente insieme alla produttività. Soprattutto, garantire la piena occupazione significava sconfiggere la paura che attanagliava tutti i paesi nel secondo dopoguerra, figlia a sua volta di quella vissuta nei depressi anni ’30 del Novecento.

Ciò condusse negli anni fra il 1946 e il 1974 a “politiche proattive per abbassare la disoccupazione e neutralizzare gli shock esterni” che però non servirono ad evitare “un graduale allontanamento dall’obiettivo della piena occupazione, adottato subito dopo la seconda guerra mondiale”.

Malgrado gli sforzi pianificatori del governo, “altre istituzioni non sono cambiate e hanno perseguito obiettivi di stabilità dei prezzi e pareggio di bilancio”. Ciò per dire che le buone volontà delle policy – ammesso che siano davvero buone – devono sempre fare i conti con le vischiosità delle consuetudini. E dovremmo tenerlo presente anche oggi, che stiamo cumulando debito crescente. Sarà molto difficile smetterla, quando si riterrà necessario provarci.

A spingere l’occupazione di quel periodo d’oro, assai più che le policy, fu il contesto, caratterizzato da un baby boom e da una domanda di servizi e di abitazioni che favorì la creazione di posti di lavoro, specie nel corso degli anni ’60, quando esplose anche la partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Ciò malgrado “la creazione di lavoro per soddisfare un obiettivo di piena occupazione non faceva parte dei pacchetti politici di governi”, ricorda McCracken. D’altronde non sembrava ce ne fosse bisogno.

Proprio all’inizio degli anni ’60 in Canada, ma anche altrove, iniziò a infuriare il dibattito sull’indipendenza della banca centrale. In Canada tale dibattito culminò nelle dimissioni del governatore, James Coyne, in disaccordo con governo, e l’avvento di Louis Rasminsky, che disse subito che si sarebbe incontrato spesso con il ministro delle finanze.

Si decise che nel caso si fosse verificato un conflitto fra le due posizioni, il ministro avrebbe potuto scrivere una lettera al governatore chiedendo politiche diverse. Un atto che avrebbe rappresentato una mancanza di fiducia nei confronti del governatore e quindi le sue dimissioni. La conseguenza fu che la banca centrale canadese divenne improvvisamente “comprensiva”, nei confronti del governo, senza perdere la sua formale indipendenza. La fiscal dominance non ce la siamo inventata adesso. Al massimo adesso le “lettere” ai governatori arrivano nella forma di esortazioni e auspici.

Quando si arrivò agli anni ’70, questa sorta di paradiso finì bruscamente inaugurando il purgatorio della stagflazione. “Nel 1975 l’obiettivo della piena occupazione era sparito. tutto il focus delle policy era sull’inflazione e lo shock determinato dai prezzi Opec”. Alcuni pensavano che anche il lungo periodo di bassa disoccupazione avesse contribuito a creare le premesse dello shock inflazionistico – erano gli anni in cui la curva di Phillips funzionava – in ogni caso tutti raccomandavano strette fiscali e monetarie. Non era più tempo per policy espansive. In compenso il clima divenne ancor più favorevole per aumentare lo sforzo di pianificazione. Il governo, fra il 1975 e il 1977 introdusse ll controllo su salari e prezzi. “I controlli funzionarono meglio di quanto ci si aspettasse e finirono nel 1978”, pure se i target non vennero mai raggiunti.

Nel ’79 l’Opec e il secondo shock petrolifero rimisero in disordine l’economia. L’inflazione riprese a mordere e il governo tornò ad occuparsi della regolazione dei prezzi, varando diversi programmi, mentre iniziava il percorso di riforma dei settore energetico canadese, culminato, nel 1985, con l’eliminazione dei sussidi e il prezzamento delle risorse con meccanismi di mercato. “L’industria petrolifera ha festeggiato”, dice il nostro. Un anno dopo i prezzi Opec crollano, dando una boccata d’ossigeno all’economia canadese. Ma si preparava il momento della stretta.

Negli anni ’90 il Canada conobbe una profonda recessione, provocata secondo alcuni dalle politiche monetarie del governatore John Crow. “La parte seccante è stato l’uso deliberato di una politica monetaria e fiscale restrittiva, che aveva come obiettivo l’aumento della disoccupazione”, scrive McCracken, con ciò rievocando dibattiti ormai vieti sull’austerità, come si vede sempre attuali. Il copione che conosciamo bene si ripeté: tassi alti, più deficit, meno crescita, più debito. Risultato: il nuovo governo canadese, nel 1993, non rinnovò il mandato al governatore.

Prima però, era il 26 febbraio 1991, fu siglato un accordo fra Tesoro e Banca centrale per mantenere l’indice dei prezzi al consumo fra l’1 e il 3%, con un target del 2%. Anche il Canada si preparava alla Grande Moderazione degli anni ’90. Questo accordo fu rinnovato periodicamente. “La minimizzazione dell’inflazione è diventata l’unico obiettivo economico formale a livello federale, da quel momento in poi fino ad oggi”. Il nostro scrive nel 2015, oggi probabilmente direbbe cose molto diverse.

Nel 1994, il ministro delle finanze annuncio di voler ridurre il deficit/pil al 3%, seguendo quindi una consuetudine ormai diffusa in molti paesi avanzati. La lotta all’inflazione e al debito viene considerata assai più importante dei progressi occupazionali. All’epoca il tasso di inflazione, racconta il nostro, era all’incirca al 10%. “Negli anni successivi, l’obiettivo di deficit stabile si è trasformato in un obiettivo di surplus, con scarsa considerazione per la disoccupazione. Di conseguenza, la disoccupazione è diminuita lentamente dal picco dell’11,4% nel 1993 al 6,8% nel 2000, finalmente al di sotto del minimo precedente nel 1989 dopo 11 anni”.

Negli anni Duemila l’economia canadese conosce un notevole miglioramento che condusse a un apprezzamento del dollaro canadese del 63% su quello Usa fra il 2002 e il 2008. La qualcosa migliorò l’inflazione, ma il settore manifatturiero non ne trasse beneficio, perdendo molti occupati. La crisi del 2008, arrivata dopo un breve percorso di miglioramento, fece il resto.

In conclusione di questa lunga traversata fra i decenni McCracken auspicava che il raggiungimento della piena occupazione conducesse a “uno sforzo maggiore da parte del governo federale”, adottando magari un target di disoccupazione, come si fece a suo tempo con l’inflazione, che lui collocava al 3%. In sostanza, un ragionamento analogo a quello dei primi anni ’60.

Tutto questo accadeva assai prima che la timida ripresa della seconda metà degli anni Dieci del XXI secolo finisse sugli scogli del Covid. E nulla lascia immaginare che i tempi siano maggiormente propizi per instaurare le politiche auspicate dall’economista. L’abbuffata di debiti che stiamo facendo, infatti, al momento sembra destinata a tenere in piedi l’esistente, più che a creare nuove occasioni di lavoro. E anche gli “stimoli fiscali significativi”, auspicati dall’economista, vengono utilizzati in larga parte per l’erogazione di sussidi.

Vale la pena, però, riportare la conclusione di McCracken, che suonano come la testimonianza di un accademico votato a un obiettivo tanto improbabile quanto necessario – non sarebbe un mito sennò – specie ai giorni nostri: “La piena occupazione è un obiettivo utile. Vi suggerisco di abbracciarlo e di lavorare per arrivare alla sua adozione. Negli ultimi 50 anni, ho ottenuto poco se non far arrabbiare alcuni politici e burocrati per i miei ripetuti inviti alla piena occupazione. Vi passo la torcia (o il megafono)! Vi auguro più successo! La riduzione della disoccupazione rimane l’obiettivo più importante per il economia!”. Le ultime parole famose.

(2/fine)

Puntata precedente: Miti del nostro tempo. Il ritorno della piena occupazione

L’Oro di Bankitalia, ossia l’Oro del Reno ma senza Wagner


L’oro di Bankitalia, dunque. Se fosse solo una questione di soldi, vale a dire del desiderio di impossessarsi del tesoro aureo di via Nazionale, che a prezzi 2017 valeva circa 85 miliardi, non sarebbe più di una riga nelle cronache dell’inesauribile fame fiscale del nostro tempo. E invece l’oro di Bankitalia è un capitolo di una saga assai più intricata che gareggia con quella dei Nibelunghi, con i banchieri centrali a recitare il ruolo dei difensori dell’oro del Reno, da cui si può forgiare l’anello per dominare il mondo.

L’oro è denso di significati mitologici, d’altronde. E il suo possesso è sempre stato associato al potere. Perciò ricordare come è stato fatto da uno dei vicepremier che “l’oro di Bankitalia appartiene agli italiani”, col sottotesto che di conseguenza debbano disporne i loro rappresentanti, è solo il modo politico per ribadire un concetto sempre più cliccato dai social-populisti: il governo deve controllare la moneta. E soprattutto deve farlo direttamente. Il principio dell’indipendenza della banca centrale è diventato un orpello. Le sottolineature dei governanti italiani non sono diverse, per vocazione e intenti, da quelle di Trump che strapazza la Fed. Entrambi manifestano ciò che in un intervento del 2014 Salvatore Rossi, direttore generale di Bankitalia, illustrava con dovizia di dettagli: la tentazione della fiscal dominance. In sostanza usare le banche centrali come succursali del Tesoro.

Già Ricardo, agli inizi del XIX secolo, aveva teorizzato il principio dell’indipendenza della banca centrale proprio per scoraggiare questa pratica. Il principio addirittura diventa un obiettivo auspicato dalla Lega delle Nazioni nel 1920 “per garantire la stabilità dei prezzi”. Ma poi finisce nel tritacarne del mito della piena occupazione propugnato nel secondo dopoguerra. In molti paesi si afferma il dominio della politica fiscale su quella monetaria. Le banche centrali agiscono come compratori di ultima istanza dei titoli di Stato sul mercato primario.

Un mondo che finì, devastato dall’inflazione a due cifre e dalla stagnazione, cui oggi molti guardano con crescente nostalgia perché la fiscal dominance viene considerata la migliore delle scorciatoie per coniugare istanze sovrane e sviluppo. Una tentazione assai diffusa. Il caso della Banca del Giappone è eclatante. Formalmente indipendente, ormai è la principale acquirente di titoli del governo e il suo bilancio, imbottito di bond pubblici, ormai supera il 100% del pil giapponese. Le banche centrali, d’altronde, possono pure essere indipendenti, ma non dal principio di realtà. E oggi hanno a che fare con governi divenuti rissosi e mercati in costante debito di ossigeno finanziario. Sarebbe strano il contrario visto che, dal 2008, il debito è cresciuto.

Dal canto loro i banchieri centrali sono probabilmente l’ultima élite internazionale rimasta che condivide una lingua comune. Che non è solo l’inglese, ma comprende il sistema di credenze e di valori che informa il central banking. Non ci sarebbe nulla di strano a leggere che “dovremmo dare al mercato, che ha una profonda saggezza, un ruolo decisivo da svolgere nell’allocazione delle risorse”, salvo per il fatto che a pronunciarle sia stato Yi Gang, governatore della People’s Bank of China. Né dovremo stupirci se un altro sottolinea che “i governi cambiano, ma le banche centrali rimangono”, anche se a dirlo è stato Ariff Ali, governatore della Reserve Bank of Fiji. Sono solo due dei tanti esempi che si potrebbero fare.

Il punto è che posti diversissimi, con culture ancora più diverse convergono su principi simili. Caso più unico che raro. Questo strano circolo Pickwick di banchieri centrali sembra l’ultima ridotta internazionalista che si oppone allo straripare del nazional-populismo. O almeno così quest’ultimo la percepisce e per questo la mal sopporta. Sembra si prepari una tenzone davvero epica fra un’élite sovranazionale e cosmopolita, che ambisce a regolare mercati globali, e una classe politica che ormai propugna social-ismi nazionali, con l’oro a far da controfigura. Peccato non ci sia Wagner a raccontarla.

La volatilità e il sentiero stretto delle banche centrali


Proprio come i governi – quello italiano l’ha trasformato addirittura in uno slogan – anche le banche centrali sono costrette a camminare lungo un sentiero stretto per gestire il nostro tempo straordinario. Un tempo molto difficile da comprendere, come riconosce Claudio Borio, Capo del Dipartimento monetario ed economico nel suo commento alla ultima rassegna trimestrale della Bis. Borio si riferisce agli andamenti del dollaro, vieppiù erratici e poco decifrabili, ma potremmo per analogia estendere questa considerazione agli andamenti di questi primi mesi del 2018 dai quali emerge giusto una chiara evidenza: è tornata la volatilità e con essa la paura. Che non dipende dalla volatilità, sia chiaro. Semmai il contrario. E tuttavia, “un certo livello di volatilità può essere anzi di aiuto”, osserva Borio, riferendosi allo scrollone salutare che certi saliscendi possono dare al nostro insensato desiderio che le cose vadano sempre bene: che l’economia cresca indefinitamente e si possa solo guadagnare passeggiando fra i mercati. Cosa che non è, ovviamente. I mercati, al contrario, nascondono trappole, disseminate fra le promesse di profitto che la pubblicistica commerciale assegna a ognuno dei suoi prodotti. I quali, peraltro, sono sempre più fantasiosi, e quindi complessi e perciò pericolosi. L’esempio degli strumenti finanziari che scommettono proprio sulla volatilità, e che sono stati duramente penalizzati dai torbidi borsistici che hanno sconvolto i mercati azionari Usa a inizio febbraio è quello più calzante.

Non è la volatilità a generare la paura, ma semmai l’essere nel tempo finanziario, per prendere a prestito una bella espressione di Heidegger. Dimentichiamo la paura quando guadagniamo per riscoprirla d’improvviso quando perdiamo. Sicché la volatilità è la conseguenza delle ondate di panico, e non il contrario. Esiste addirittura un indice, l’indice VIX, soprannominato l’indice della paura proprio perché monitora la volatilità.

Ma se il problema è la gestione della paura, si capisce perché l’evoluzione istituzionale delle nostre società abbia consegnato ai governi ieri e alle banche centrali oggi così tanto potere per gestire le nostre faccende, in questo caso economiche. Senonché questa delega è scomoda a riceversi, oltre che piacevole. I governi, che il sentiero stretto lo frequentano da molto più tempo, lo stanno scoprendo con crescente raccapriccio, osservando l’evolversi degli umori delle loro popolazioni, che votano e fanno sbiadire i vecchi protagonisti. Emergono movimenti che con poco discernimento vengono degradati a populismi, mentre in altre latitudini, si pensi alle recenti modifiche costituzionali cinesi che revocano il limite di due mandati per il presidente, fioriscono nuove autocrazie superpotenziate dall’ibridazione tecnologica.

Le banche centrali sono nuove a questa costrizione che nasce dal desiderio, nel loro caso dei mercati. La crisi, che le ha costrette alle politiche monetarie straordinarie, ha tracciato il sentiero stretto sul quale sono costrette a camminare: devono insieme rassicurare, attraverso la forward guidance, e rieducare. Innanzitutto al rischio. Che significa ricollegare il rendimento ai normali tassi di interesse – rialzandoli – invece che ai funambolismi dell’ingegneria finanziaria. Tornare alla normalità vuol dire ricordare che la paura è salutare. Che il rischio si paga (con l’interesse) e che non esistono pasti gratis, tantomeno quelli pagati dalle banche centrali. Perché chi crede che i debiti delle banche centrali non lo riguardino ha una percezione confusa di come funzionino le nostre società.

Non c’è nessuna certezza che nel percorrere questo sentiero stretto, le banche centrali non pagheranno pegno, esattamente come è accaduto ai governi che hanno perso consenso. In un tempo che sembra sbiadire sempre più in narrazioni favolose dove prevale il pensiero magico, le banche centrali rischiano di apparire come residuati bellici di un periodo razionalista, e perciò rottamabili. Il rischio della fiscal dominance incombe su di loro e quindi su di noi. Ma fino ad allora: festa!

Il QE europeo, ovvero il trionfo dell’egemonia monetaria


Mi ritrovo a navigare, come voi sperduto, nel vasto mare dell’informazione economica con le correnti che mi spingono a volte verso fiumi impetuosi che mi sovrastano, lasciandomi spossato, tal’altre lungo angusti rigagnoli che però nascondono tesori, piccole perle che hanno il potere di illuminare la mia vista da naufrago, onnubilata dall’acqua.

Mentre nuoto, ancora incerto sulla ragione e soprattutto la destinazione, mi piovono addosso notizie di spread europei che collassano insieme alla quotazione della moneta unica, ormai vicina alla parità col dollaro, mentre dalla terra greca si paventano sconquassi come più o meno accade ormai da un lustro. All’orizzonte vedo sorgere un timido arcobaleno, però, che la decisa azione della Bce ha reso persino più colorato di com’è solitamente in natura, con i telegiornali e gli istituti di statistica a spargere ottimismo, che male non fa, pure se non è detto che faccia bene.

Mi convinco per simpatia che non solo va tutto bene, a parte le bizze dei greci che qualcuno raddrizzerà, ma che soprattutto andrà tutto bene. Il QE di Supermario ha già raggiunto il suo obiettivo evidente: ristabilire la fiducia e svalutare l’euro, che comunque male non fa, come ci ricordano i giornali confindustriali, anche se non è detto che faccia bene.

Decido persino di non scriverne più di QE, atteso che tutto quello che c’era da dire e ricordare credo di averlo già fatto.

Ma poi mi capita sotto gli occhi uno speech di Peter Praet, componente del board della Bce, (“Public sector security purchases and monetary dominance in a monetary union without a fiscal union“) e capisco di essere finito in uno di quei rigagnoli di cui vi dicevo prima. Uno di quei posti angusti da dove però puoi guardare l’insieme, solitamente trascurato dalle cronache.

Le riflessioni di Praet mi fanno tornare in mente un post che avevo scritto tanto tempo fa, nel quale senza saperlo avevo invocato un concetto a che a quanto pare esiste davvero nella teoria del central banking, quello di monetary dominance. Nella mia ignoranza (mai sentito prima) avevo parlato invece di egemonia monetaria, riferendola alla logica dell’agire della nostra banca centrale che, proprio perché priva di uno stato alle spalle, deve far leva sul rispetto di alcuni principi essenzialmente monetari per la sua politica. La logica dell’egemonia monetaria si confronta con quella della moneta egemone che caratterizza ad esempio gli Stati Uniti, dove c’è una perfetta saldatura fra stato e banca centrale pur nella diversità dei ruoli.

Figuratevi la sorpresa quando, leggendo Praet, mi sono accorto che il miglior risultato che il QE ha ottenuto, aldilà degli spread declinanti e della fiducia crescente e al netto della Grecia, è stato sui principi: la Bce di fatto con la sua decisione ha segnato il trionfo del principio della monetary dominance. Quindi il suo personale.

Tale principio si basa sull’assunto che una banca centrale debba prendere le sue decisioni in totale indipendenza senza altro riguardo che al suo mandato, quindi nel caso della Bce legato all’obbiettivo di un’inflazione al 2%, senza curarsi né della financial dominance, ossia delle conseguenze che ciò avrà sulle banche e il sistema finanziario, né tantomeno della fiscal dominance, ossia l’esigenza che può avere uno stato di rivolgersi alla sua banca centrale per finanziarsi, per la semplice ragione che uno stato alle spalle la Bce non ce l’ha.

Il trionfo dell’egemonia monetaria, che è un modo totalmente nuovo (anche se ricorda il vecchio gold standard ottocentesco) di concepire il central banking, conferma che l’eurozona è il luogo dove l’internazionalismo monetario si sta facendo i muscoli, e perciò è assai utile seguire il ragionamento di Praet, pur nella consapevolezza che mai e poi mai la moneta egemone cederà la sua supremazia senza combattere.

Vi riassumo qui i tratti salienti.

L’unione monetaria europea senza unione fiscale è possibile in teoria, dice il banchiere, “ma richiede requisiti che assicurino una monetary dominance più stringente”.

Ciò in quanto in una unione monetaria la politica monetaria, che è a sua volta unica, genera dei link con i budget fiscali dei diversi stati. Il perché è evidente: guadagni o perdite dell’attività della banca centrale vengono distribuiti a tutti governi, pure se in quota parte. Quindi se la Bce comprasse titoli di stato di un paese membro ne condividerebbe il rischio con gli altri paesi, il che è semplicemente vietato dai trattati. Ecco: la monetary dominance implica l’indifferenza dell’autorità monetaria nei confronti dei paesi le cui banche centrali (a loro volta teoricamente indipendenti) sono a loro volta azioniste della Bce. La difesa della moneta è lo scopo principale del gioco.

Perché tale monetary dominance sia effettiva occorre ovviamente che la Bce sia credibile anche e soprattutto nei confronti delle autorità fiscali. E infatti per evitare tentazioni di fiscal dominance, l’Ue ha costruito il suoi vari fiscal compact che di fatto imbrigliano i governi nazionali in una matrice di parametri alla quale non possono sfuggire a pena di sanzioni.

Ma monetary dominance significa anche un’altra cose: significa che la banca centrale può farsi carico della politica monetaria ma non di quella creditizia.

Nella distinzione che ne ha fatto Marvin Goodfriend in uno scritto del 2011 “una autentica politica monetaria esiste solo quando la banca centrale acquista e vende bond governativi. Quando invece la banca centrale si impegna in operazioni che implicano rischi di credito, e quindi coinvolge il settore privato, sta facendo politica creditizia a in ultima analisi fiscale”.

Ma “la nozione che un bond governativo non porti con sé rischio può esistere solo in un contesto in cui ci sia pieno consolidamento fra il bilancio della banca centrale e quello dell’autorità fiscale”. Detto in parole comprensibili, una banca centrale può monetizzare un Treasury, e in questo senso è sicuro.

Il problema è che in una unione monetaria senza unione fiscale, un asset del genere non esiste. Nessun titolo degli stati è risk free perché la Bce non può monetizzarlo e perché, nella logica della monetary dominance, uno stato può tranquillamente fallire. L’unico titolo risk free dell’unione europea sono i debiti della Bce, perché emessi da se stessa e quindi infinitamente monetizzabili. Il che dovrebbe farci capire chi comandi davvero in Europa.

Tali considerazioni, che a molti parranno filosofiche, hanno condotto a decisioni molto concrete sia per l’ideazione che la realizzazione del QE della Bce.

Se vi verrà voglia di leggere Praet scoprirete che la decisione presa dal board è assolutamente coerente con questa visione, dove una banca senza stato, che adesso può anche contare su una unione bancaria e su un sistema coordinato di regole fiscali per gli stati, di fatto surroga l’autorità politica pur dicendo il contrario. Nel senso che la politica dell’Ue è la monetary dominance, innanzitutto.

Vi risparmio i dettagli e salto direttamente alle conclusioni: “La decisione del consiglio dei governatori ha dimostrato che siamo (la Bce, ndr) senza vincoli nella nostra capacità di ottemperare al nostro mandato, potendo far pieno uso di tutti gli strumenti di politica monetaria legali ed efficaci di cui disponiamo”.

“Questa – sottolinea – è un’asserzione di monetary dominance, coerente con i principi del Trattato di Maastricht”.

Ma attenzione, avverte: il successo dell’euroarea dipende dal fatto che tutti gli stakeholder facciano la loro parte.

Ripenso ai politici greci mentre Praet recita le sue ultime parole famose: “La Bce non esiste nel vuoto”.

E sento improvvisamente il vuoto dentro di me.