Una crisi senza precedenti che cambia le regole del gioco

Siamo entrati in uno scenario nuovo, sembra di capire sfogliando l’ultimo rapporto annuale della Bis, per navigare il quale il passato sembra improvvisamente povero di suggerimenti. Il fatto che siano tornate di moda parole dimenticate – la stagflazione per dirne una – non vuol dire affatto che i tempi di oggi somiglino a quelli di ieri. Per niente.

E’ proprio l’emergere di circostanze uniche che si sono combinate insieme a rendere questa crisi senza precedenti. Tutte lo sono, ovviamente. Ma quelle più recenti si somigliano, come si somigliavano quella del passato. Oggi invece ci troviamo nella situazione in cui problemi del passato – l’inflazione ad esempio – si manifestano insieme a problemi del presente. Uno per tutti: il livello molto elevato di debito, pubblico e privato, che nel passato semplicemente non c’era. E non è poco.

Le pressioni dell’inflazione, infatti, coesistono “accanto a elevate vulnerabilità finanziarie, in particolare un elevato indebitamento sullo sfondo dell’aumento dei prezzi delle case. Questa combinazione è storicamente senza precedenti”, scrive la Bis.

La Banca ci ricorda pure che prima della metà degli anni ’80 di solito le recessioni seguivano a un periodo di alta inflazione, per contrastare il quale le banche centrali attuavano politiche monetarie restrittive, e quindi depressive per il ciclo economico. Si agiva peraltro nell’ambito di un contesto dove vigeva ancora una certa repressione finanziaria.

Dalla metà degli ’80 in poi, invece, le recessioni sono avvenute quasi sempre all’apice del ciclo finanziario, quindi in momenti di grande espansione creditizia, con un’inflazione sempre moderata, se non addirittura assente. Le banche centrali, quindi, non hanno avuto mai necessità di effettuare politiche restrittive. Anzi: semmai dovevano fare (e lo hanno fatto) l’opposto.

Ma adesso anche questo mondo sembra essere finito. “L’assenza di parallelismi storici crea una prospettiva molto incerta”, sottolinea la Bis. Dal che si comprende che stiamo nuotando in mare apertissimo, con visibilità ridotta e per giunta vento di burrasca. La guerra ucraina sembra ben lungi dal terminare e il Covid rialza la testa.

Che dovremmo fare? O meglio cosa dovrebbero fare i policy maker, visto che noi comuni mortali possiamo solo tentare di limitare i danni.

A ben vedere, però, non siamo così diversi. Anche i decisori sembrano siano consapevoli che possono solo correre ai ripari. “Come minimo sarà necessario un periodo di crescita al di sotto del trend per riportare l’inflazione a livelli accettabili”, spiega la Banca. Quindi la decisione “minima” è prendere di petto l’inflazione, sapendo bene che “uno slowdown modesto potrebbe non essere sufficiente”.

“Abbassare l’inflazione potrebbe generare un costo elevato in termini di prodotto, come dopo la Grande Inflazione degli anni ’70”. Ed ecco di nuovo in passato a offrirci uno dei suoi disperanti appigli. “Nei casi peggiori l’economia globale potrebbe trovarsi in un periodo di stagflazione dove convivono bassa crescita, se non una recessione, e inflazione”. Uno scenario che vede le economie emergenti molto esposte a questo rischio. Ma neanche le avanzate se la passano bene.

Di fronte a questo scenario, dove i timori per l’inedito si accompagnano a quelli del trascorso, dovrebbe essere buona prassi prendersi il tempo per ragionare, mentre ci si pone davanti obiettivi di breve periodo, ordinando le priorità. Quelle delle banche centrali sembrano chiare: abbattere l’inflazione. E questa volta il whatever it takes che ne conseguirà ci piacerà di meno. I valori degli asset ne risentiranno nella misura in cui si ridurranno le fragilità finanziarie. Quindi i debiti.

E’ chiaro che questa crisi è destinata a cambiare le regole del gioco. E questo non è necessariamente un problema. Purché il gioco continui.

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