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Nessuno shock petrolifero. O almeno, non solo


Un divertente approfondimento pubblicato nell’ultimo rapporto annuale della Bis, mette a confronto lo shock petrolifero degli anni ’70, che come abbiamo visto stanno tornando in voga, con l’andamento del costo dell’energia, con annessi e connessi inflazionistici, che stiamo patendo in questo disgraziatissimo 2022. Ne conclude che tutto sommato lo shock petrolifero questa volta non c’è stato, o almeno nella misura in cui si consumarono quelli del 1973 e del 1979. Se non altro – e non è poco – perché i prezzi del petrolio non aumentarono allora quanto sono aumentati oggi.

Come si può osservare dal grafico sopra a sinistra, infatti, all’epoca i prezzi praticamente raddoppiarono in un mese, mentre oggi sono cresciuti “solo” del 50 per cento. Questo è un primo elemento. Il secondo lo possiamo osservare dal grafico sotto a sinistra.

Si osserva che usiamo meglio l’energia, rispetto agli anni ’70. Quindi che produciamo consumando meno. E questo in qualche modo compensa l’aumento dei prezzi. Altrettanto si osserva (grafico centrale) che la spinta inflazionistica di oggi è stata improvvisa e violenta, ma non ha una lunga storia alle spalle – anzi, non ce l’ha proprio – a differenza di quanto accadeva nei Settanta, quando il movimento inflazionistica “strisciava” da oltre un decennio. In comune semmai i due episodi hanno il fatto che i tassi reali erano molto vicini. Ossia negativi.

Quindi non è molto corretto associare l’attuale shock a quello petrolifero dei Settanta. Anche per la semplice ragione che il nostro potrebbe rivelarsi peggiore. All’epoca infatti l’aumento dei prezzi si concentrò sul costo dell’energia (primo grafico pannello centrale), adesso invece i rincari si sono fatti sentire anche in diversi settori.

Di buono c’è che le banche centrali hanno imparato a far meglio il loro lavoro, rispetto a cinquant’anni fa, e dispongono di un apparato istituzionale più robusto – si pensi ad esempio all’idea dell’indipendenza, ormai codificata negli statuti – che le rende capaci di svolgere senza troppi riguardi i loro compiti. E sarebbero sciocche a non farlo, visto che sarebbero le prime a rimetterci, in un mondo che non vede l’ora di far ripartire la fiscal dominance.

Ma, aldilà di quello che faranno le banche centrali, il problema sarà capire quello che faranno i governi. Durante la crisi del ’73 si affrettarono a concedere sussidi e sgravi fiscali con l’intenzione di diminuire la pressione dei costi – e non avevano il debito pubblico che hanno oggi – col risultato di aumentare l’inflazione grazie all’espansione della domanda aggregata. Nel ’79, evidentemente addestrati dall’esperienza, furono un po’ più parchi.

Ma oggi? “Un certo numero di governi ha annunciato tagli alle tasse o ampliato i sussidi in risposta ai recenti aumenti dei prezzi delle materie prime, come avvenuto in seguito alla crisi petrolifera del 1973”. Se son rose, sfioriranno.

Una crisi senza precedenti che cambia le regole del gioco


Siamo entrati in uno scenario nuovo, sembra di capire sfogliando l’ultimo rapporto annuale della Bis, per navigare il quale il passato sembra improvvisamente povero di suggerimenti. Il fatto che siano tornate di moda parole dimenticate – la stagflazione per dirne una – non vuol dire affatto che i tempi di oggi somiglino a quelli di ieri. Per niente.

E’ proprio l’emergere di circostanze uniche che si sono combinate insieme a rendere questa crisi senza precedenti. Tutte lo sono, ovviamente. Ma quelle più recenti si somigliano, come si somigliavano quella del passato. Oggi invece ci troviamo nella situazione in cui problemi del passato – l’inflazione ad esempio – si manifestano insieme a problemi del presente. Uno per tutti: il livello molto elevato di debito, pubblico e privato, che nel passato semplicemente non c’era. E non è poco.

Le pressioni dell’inflazione, infatti, coesistono “accanto a elevate vulnerabilità finanziarie, in particolare un elevato indebitamento sullo sfondo dell’aumento dei prezzi delle case. Questa combinazione è storicamente senza precedenti”, scrive la Bis.

La Banca ci ricorda pure che prima della metà degli anni ’80 di solito le recessioni seguivano a un periodo di alta inflazione, per contrastare il quale le banche centrali attuavano politiche monetarie restrittive, e quindi depressive per il ciclo economico. Si agiva peraltro nell’ambito di un contesto dove vigeva ancora una certa repressione finanziaria.

Dalla metà degli ’80 in poi, invece, le recessioni sono avvenute quasi sempre all’apice del ciclo finanziario, quindi in momenti di grande espansione creditizia, con un’inflazione sempre moderata, se non addirittura assente. Le banche centrali, quindi, non hanno avuto mai necessità di effettuare politiche restrittive. Anzi: semmai dovevano fare (e lo hanno fatto) l’opposto.

Ma adesso anche questo mondo sembra essere finito. “L’assenza di parallelismi storici crea una prospettiva molto incerta”, sottolinea la Bis. Dal che si comprende che stiamo nuotando in mare apertissimo, con visibilità ridotta e per giunta vento di burrasca. La guerra ucraina sembra ben lungi dal terminare e il Covid rialza la testa.

Che dovremmo fare? O meglio cosa dovrebbero fare i policy maker, visto che noi comuni mortali possiamo solo tentare di limitare i danni.

A ben vedere, però, non siamo così diversi. Anche i decisori sembrano siano consapevoli che possono solo correre ai ripari. “Come minimo sarà necessario un periodo di crescita al di sotto del trend per riportare l’inflazione a livelli accettabili”, spiega la Banca. Quindi la decisione “minima” è prendere di petto l’inflazione, sapendo bene che “uno slowdown modesto potrebbe non essere sufficiente”.

“Abbassare l’inflazione potrebbe generare un costo elevato in termini di prodotto, come dopo la Grande Inflazione degli anni ’70”. Ed ecco di nuovo in passato a offrirci uno dei suoi disperanti appigli. “Nei casi peggiori l’economia globale potrebbe trovarsi in un periodo di stagflazione dove convivono bassa crescita, se non una recessione, e inflazione”. Uno scenario che vede le economie emergenti molto esposte a questo rischio. Ma neanche le avanzate se la passano bene.

Di fronte a questo scenario, dove i timori per l’inedito si accompagnano a quelli del trascorso, dovrebbe essere buona prassi prendersi il tempo per ragionare, mentre ci si pone davanti obiettivi di breve periodo, ordinando le priorità. Quelle delle banche centrali sembrano chiare: abbattere l’inflazione. E questa volta il whatever it takes che ne conseguirà ci piacerà di meno. I valori degli asset ne risentiranno nella misura in cui si ridurranno le fragilità finanziarie. Quindi i debiti.

E’ chiaro che questa crisi è destinata a cambiare le regole del gioco. E questo non è necessariamente un problema. Purché il gioco continui.

Niente tregua per l’economia. Ma quando mai c’è stata?


Dev’essere come dicono, che non si ricordano mai i guai più antichi perché riusciamo appena a gestire quelli più vicini a noi. E in questa straordinaria capacità di dimenticare si annida, forse, il segreto della longevità della nostra società, che ha trascorso gli ultimi decenni a superare crisi di ogni genere per trovarsi, oggi, più forte e ricca che mai, e tuttavia sempre con la nube nera della sfiducia a tenerle compagnia.

Dev’essere come dicono quelli della Bis, che titolano l’editoriale del loro rapporto annuale No respite, che potremmo tradurre “senza tregua”, che certo rende bene il senso di assedio che stiamo vivendo tutti, circondati come siamo da sfide difficili che hanno preso a somigliare a piaghe bibliche: la pandemia, la guerra, l’inflazione violenta, e adesso anche l’estate più calda degli ultimi tempi che ha portato la siccità. Le cavallette! direbbe il vecchio John Belushi. Sono arrivate pure quelle, in Sardegna.

Nessuna tregua, quindi, per la nostra società che adesso deve far fronte a queste terribili difficoltà col fiato corto. Ma guardandosi ancora più indietro, possiamo davvero dire di aver avuto qualche tregua in questi ultimi decenni? Avete già dimenticato la crisi del 2008, con tanto di strascico delle crisi dell’euro del 2010-11? E la deriva populista della seconda metà degli anni Dieci? Gli stress costanti ai quali l’America di Trump ha sottoposto il sistema – e quindi l’economia – internazionale?

E prima ancora: qualcuno ricorda la crisi di Internet del 2000-01, che devastò i bilanci di mezzo mondo per un paio d’anni? E che poi, quando sembrava che fosse finita, si iniziò a paventare l’aumento progressivo dei debiti, che pochi anni dopo condurrà all’ennesima emergenza?

Vi risparmio il resto. Ormai deve esser chiaro che il nostro sistema, man mano che cresce in complessità, aumenta le sua possibili linee di faglia, pure senza bisogno che vengano una pandemia e una guerra a ricordarcelo.

Ma questa caratteristica, che un occhio uso all’inquietudine può facilmente scambiare per fragilità, un altro occhio, magari più acuto, la definirebbe prova di resilienza, come usa dire oggi. Diciamolo meglio: la nostra fragilità è la nostra forza. O almeno, lo è nella misura in cui siamo capaci di rispondere con forza alle sfide generate dalla nostra fragilità. Nulla di nuovo: Toynbee ci ha fatto una filosofia della storia sulla capacità che le società hanno, se ce l’hanno, di sopravvivere alle sfide.

Quindi ciò che dobbiamo chiederci, leggendo l’analisi della Bis, prima ancora di approfondire le questioni puramente tecniche, è se noi abbiamo ancora questa forza oppure no. Perché le domande che i tempi ci propongono sono alquanto impegnative.

Ne scelgo alcune a caso fra quelle proposte dalla Bis – approfondiremo nei prossimi post -: “Siamo forse testimoni di un cambio di regime da una bassa a una alta inflazione? Stiamo flirtando con la stagflazione? Stiamo vedendo i segni della fine della globalizzazione del secondo dopoguerra?”

Ed eccolo il nostro problema di uomini dalla memoria corta: tendiamo a pensare che il tempo che stiamo vivendo – il qui ed ora – sia il custode di verità che attendono di essere svelate. Alle domande che la Bis si pone non si può , semplicemente, rispondere se non in maniera del tutto provvisoria. Le verità che andiamo cercando si consolidano in uno spazio di tempo che va ben oltre la nostra breve vita. E figuriamoci quindi cosa sia capace di dirci un rapporto annuale.

Ciò non vuol dire che sia inutile. Al contrario. Le informazioni, se distillate con intelligenza, possono illuminare molti processi che vivono nella penombra della nostra attenzione. E da questo punto di vista, quello che c’è da sapere – o meglio da ricordare – la Bis ce lo dice proprio a partire dal titolo: non c’è tregua.

Ergo: dobbiamo continuare a combattere per salvaguardare la nostra società. Quindi l’economia, che poi è quello a cui la Banca di Basilea guarda per mestiere. Ma potete aggiungere tranquillamente tutto il resto.

Dobbiamo lottare per esistere seguendo le nostre regole. Senza tregua. Da questo punto di vista il rapporto annuale è un ottimo pro-memoria.