Il vento anni ’70 che soffia sull’economia internazionale

Tanto tuonò che piovve, dice il proverbio. E tanto è risuonata la nostalgia di certuni, che alla fine il vento degli anni ’70, uno dei decenni peggiori della nostra storia recente, è tornato a soffiare sull’economia internazionale, rispolverando parole che ormai si sperava fossero definitivamente consegnate alla storia. Quindi inflazione. O, peggio ancora: stagflazione. Ma la Bis di Basilea, nel suo rapporto annuale, ne aggiunge altre due, che proprio in quegli anni disgraziati divennero di comune utilizzo: sistema monetario.

Ed eccolo qua il binomio terribile di quegli anni e dei nostri: inflazione&moneta. Binomio che iniziò a farsi conoscere a partire da quel 15 agosto del 1971, quando il presidente Usa Nixon annunciò alcune misure straordinarie proprio per interrompere la terribile spirale inflazionistica che stava devastando l’America. Se non avete mai letto quell’intervento, è un buon momento per farlo. Lo trovate a questo link.

Vi si leggono autentiche perle “contemporanee”. L’idea ad esempio di congelare i prezzi per 90 giorni per editto presidenziale, che oggi farebbe felici le popolazioni. Ma soprattutto la decisione, definita “temporanea”, di interrompere la convertibilità del dollaro, verso il quale si indirizzava impietosamente la speculazione internazionale. Ovviamente il dollaro non tornò più convertibile. E con questo la storia del sistema monetario cambiò per sempre.

Oggi la Bis ci ricorda che, insieme alla crescita dei prezzi molto anni ’70 con un rischio di stagflazione ancora basso ma comunque esistente, è in corso una profonda riflessione sul futuro del sistema monetario che passa dall’emersione delle criptovalute e dalla risposta istituzionale rappresentata dalla moneta digitale di banca centrale.

Il che lascia sospettare che la situazione sia molto più complessa di quello che appare. Il mondo di domani dovrà vedersela con un sistema monetario diverso, al quale si sta già lavorando proprio mentre il sistema che regge quello attuale – basato sulla funzione della banche centrali – entra sotto stress. Cattivo tempismo, quanto meno.

A questo quadro si aggiunge anche il fatto che nel 2021 si sono avuti tassi di crescita non più visti dagli anni ’70, appunto. Ossia l’ultimo periodo di tassi di crescita importanti per le economie occidentali. Solo che adesso, proprio come allora, lo slancio sembra essersi inchiodato, a causa delle nuove complicazioni sorte nel frattempo. La guerra ucraina, ovviamente, ma anche la coda inflazionistica generata dal Covid.

Lo shock della guerra è “inerentemente stagflazionario”, scrive la Banca. E soprattutto è diffuso. “Gli esportatori di materie prime se la passano meglio degli importatori. Ma per il mondo nel suo insieme, il risultato è inequivocabilmente contrazionario. Poiché le commodity sono un input chiave della produzione, un aumento del loro costo limita la produzione. Allo stesso tempo, l’impennata dei prezzi delle materie prime ha accresciuto l’inflazione ovunque, aggravando un cambiamento che era già in atto prima dell’inizio della guerra”.

E fin qui nulla di nuovo. La novità è che adesso le banche centrali dovranno agire per ristabilire la fiducia nella loro capacità di gestire l’inflazione. Per anni sono state “perdonate”, grazie alle loro elargizioni, malgrado non fossero in grado di pilotare verso i target un’inflazione ostinatamente bassa. Ma adesso non c’è da credere che verranno perdonate se non riusciranno a garantire la stabilità monetaria. E le banche lo sanno bene. Per questo in queste settimane si sono esibite in un numerosi annunci destinati a “tirare” la politica monetaria.

Non tutte però. L’Asia, a cominciare dal Giappone, ma anche la Cina, sembrano esenti da queste pressioni tanto che le loro banche centrali stanno proseguendo con gli allentamenti monetari. E anche in questo la crisi che stiamo vivendo somiglia a quella degli anni ’70. E speriamo che le somiglianza finiscano qui. Perché. forse non lo ricordate, dopo successe pure di peggio.

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