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Cinquant’anni di storia della piena occupazione. Il caso canadese


Per comprendere la profondità del mito della piena occupazione si dovrebbero leggere decine di libri di storia, economia e sociologia, oppure attingere alle esperienze di chi questo mito ha contribuito a scriverlo. Uno come Mike McCracken, ad esempio, economista scomparso nel 2015, che alla diffusione del concetto di piena occupazione ha dedicato tutta la sua vita, ed è riuscito nel non facile compito di scrivere una sintesi ben ragionata di questa sua esperienza in appena 18 pagine.

Abbiamo già visto cosa McCracken intendesse per piena occupazione – in sostanza l’idea che ognuno potesse trovare un lavoro soddisfacente per retribuzione e sicurezza – adesso si tratta di capire perché un giovane economista dei primi anni ’60, quando il mondo marciava felicemente verso un progresso all’apparenza inarrestabile, abbia deciso di dedicare la sua carriera a un obiettivo che sembrava ormai alla portata delle società avanzate.

Lui stesso racconta che l’idea gli venne dopo aver letto che i produttori di auto di Detroit non riuscivano più a trovare lavoratori per i loro stabilimenti. A qualcuno venne in mente di aprire centri per l’impiego nei ghetti, ma emerse che non c’erano mezzi di trasporto per portare questi lavoratori dalle case alle fabbriche. Finì che si mise in piedi un sistema che permise di aumentare significativamente la partecipazione al lavoro di questi soggetti. E questo convinse il nostro economista ancora in erba che con un alto livello di occupazione – e quindi con l’aspirazione verso la piena occupazione – “il progresso sociale sia molto più facile”.

Forte di questa illuminazione, il giovane McCracken inizia a lavorare all’Economic Council of Canada, dove gli viene chiesto di programmare degli obiettivi di policy, fra i quali viene indicato quello di ridurre la disoccupazione sotto il 3% entro il 1970, ovviamente grazie a un alto tasso di crescita economica, una “ragionevole stabilità dei prezzi”, oltre a una buona stabilità della bilancia dei pagamenti – la valuta canadese era ancora agganciata al dollaro Usa – e soprattutto “una equa distribuzione dei redditi in crescita”. Quindi: lavoro per tutti, con redditi crescenti e socialmente equi, con prezzi sotto controllo e pochi sbilanci esteri. In una parola: il paradiso.

Si potrebbe ironizzare sull’ampiezza di questi propositi, ma ricordiamoci che si era negli anni ’60, quando nulla sembrava potesse andar storto. La piena occupazione a quel tempo – e anche oggi evidentemente – sembra il miglior viatico per avere un reddito crescente insieme alla produttività. Soprattutto, garantire la piena occupazione significava sconfiggere la paura che attanagliava tutti i paesi nel secondo dopoguerra, figlia a sua volta di quella vissuta nei depressi anni ’30 del Novecento.

Ciò condusse negli anni fra il 1946 e il 1974 a “politiche proattive per abbassare la disoccupazione e neutralizzare gli shock esterni” che però non servirono ad evitare “un graduale allontanamento dall’obiettivo della piena occupazione, adottato subito dopo la seconda guerra mondiale”.

Malgrado gli sforzi pianificatori del governo, “altre istituzioni non sono cambiate e hanno perseguito obiettivi di stabilità dei prezzi e pareggio di bilancio”. Ciò per dire che le buone volontà delle policy – ammesso che siano davvero buone – devono sempre fare i conti con le vischiosità delle consuetudini. E dovremmo tenerlo presente anche oggi, che stiamo cumulando debito crescente. Sarà molto difficile smetterla, quando si riterrà necessario provarci.

A spingere l’occupazione di quel periodo d’oro, assai più che le policy, fu il contesto, caratterizzato da un baby boom e da una domanda di servizi e di abitazioni che favorì la creazione di posti di lavoro, specie nel corso degli anni ’60, quando esplose anche la partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Ciò malgrado “la creazione di lavoro per soddisfare un obiettivo di piena occupazione non faceva parte dei pacchetti politici di governi”, ricorda McCracken. D’altronde non sembrava ce ne fosse bisogno.

Proprio all’inizio degli anni ’60 in Canada, ma anche altrove, iniziò a infuriare il dibattito sull’indipendenza della banca centrale. In Canada tale dibattito culminò nelle dimissioni del governatore, James Coyne, in disaccordo con governo, e l’avvento di Louis Rasminsky, che disse subito che si sarebbe incontrato spesso con il ministro delle finanze.

Si decise che nel caso si fosse verificato un conflitto fra le due posizioni, il ministro avrebbe potuto scrivere una lettera al governatore chiedendo politiche diverse. Un atto che avrebbe rappresentato una mancanza di fiducia nei confronti del governatore e quindi le sue dimissioni. La conseguenza fu che la banca centrale canadese divenne improvvisamente “comprensiva”, nei confronti del governo, senza perdere la sua formale indipendenza. La fiscal dominance non ce la siamo inventata adesso. Al massimo adesso le “lettere” ai governatori arrivano nella forma di esortazioni e auspici.

Quando si arrivò agli anni ’70, questa sorta di paradiso finì bruscamente inaugurando il purgatorio della stagflazione. “Nel 1975 l’obiettivo della piena occupazione era sparito. tutto il focus delle policy era sull’inflazione e lo shock determinato dai prezzi Opec”. Alcuni pensavano che anche il lungo periodo di bassa disoccupazione avesse contribuito a creare le premesse dello shock inflazionistico – erano gli anni in cui la curva di Phillips funzionava – in ogni caso tutti raccomandavano strette fiscali e monetarie. Non era più tempo per policy espansive. In compenso il clima divenne ancor più favorevole per aumentare lo sforzo di pianificazione. Il governo, fra il 1975 e il 1977 introdusse ll controllo su salari e prezzi. “I controlli funzionarono meglio di quanto ci si aspettasse e finirono nel 1978”, pure se i target non vennero mai raggiunti.

Nel ’79 l’Opec e il secondo shock petrolifero rimisero in disordine l’economia. L’inflazione riprese a mordere e il governo tornò ad occuparsi della regolazione dei prezzi, varando diversi programmi, mentre iniziava il percorso di riforma dei settore energetico canadese, culminato, nel 1985, con l’eliminazione dei sussidi e il prezzamento delle risorse con meccanismi di mercato. “L’industria petrolifera ha festeggiato”, dice il nostro. Un anno dopo i prezzi Opec crollano, dando una boccata d’ossigeno all’economia canadese. Ma si preparava il momento della stretta.

Negli anni ’90 il Canada conobbe una profonda recessione, provocata secondo alcuni dalle politiche monetarie del governatore John Crow. “La parte seccante è stato l’uso deliberato di una politica monetaria e fiscale restrittiva, che aveva come obiettivo l’aumento della disoccupazione”, scrive McCracken, con ciò rievocando dibattiti ormai vieti sull’austerità, come si vede sempre attuali. Il copione che conosciamo bene si ripeté: tassi alti, più deficit, meno crescita, più debito. Risultato: il nuovo governo canadese, nel 1993, non rinnovò il mandato al governatore.

Prima però, era il 26 febbraio 1991, fu siglato un accordo fra Tesoro e Banca centrale per mantenere l’indice dei prezzi al consumo fra l’1 e il 3%, con un target del 2%. Anche il Canada si preparava alla Grande Moderazione degli anni ’90. Questo accordo fu rinnovato periodicamente. “La minimizzazione dell’inflazione è diventata l’unico obiettivo economico formale a livello federale, da quel momento in poi fino ad oggi”. Il nostro scrive nel 2015, oggi probabilmente direbbe cose molto diverse.

Nel 1994, il ministro delle finanze annuncio di voler ridurre il deficit/pil al 3%, seguendo quindi una consuetudine ormai diffusa in molti paesi avanzati. La lotta all’inflazione e al debito viene considerata assai più importante dei progressi occupazionali. All’epoca il tasso di inflazione, racconta il nostro, era all’incirca al 10%. “Negli anni successivi, l’obiettivo di deficit stabile si è trasformato in un obiettivo di surplus, con scarsa considerazione per la disoccupazione. Di conseguenza, la disoccupazione è diminuita lentamente dal picco dell’11,4% nel 1993 al 6,8% nel 2000, finalmente al di sotto del minimo precedente nel 1989 dopo 11 anni”.

Negli anni Duemila l’economia canadese conosce un notevole miglioramento che condusse a un apprezzamento del dollaro canadese del 63% su quello Usa fra il 2002 e il 2008. La qualcosa migliorò l’inflazione, ma il settore manifatturiero non ne trasse beneficio, perdendo molti occupati. La crisi del 2008, arrivata dopo un breve percorso di miglioramento, fece il resto.

In conclusione di questa lunga traversata fra i decenni McCracken auspicava che il raggiungimento della piena occupazione conducesse a “uno sforzo maggiore da parte del governo federale”, adottando magari un target di disoccupazione, come si fece a suo tempo con l’inflazione, che lui collocava al 3%. In sostanza, un ragionamento analogo a quello dei primi anni ’60.

Tutto questo accadeva assai prima che la timida ripresa della seconda metà degli anni Dieci del XXI secolo finisse sugli scogli del Covid. E nulla lascia immaginare che i tempi siano maggiormente propizi per instaurare le politiche auspicate dall’economista. L’abbuffata di debiti che stiamo facendo, infatti, al momento sembra destinata a tenere in piedi l’esistente, più che a creare nuove occasioni di lavoro. E anche gli “stimoli fiscali significativi”, auspicati dall’economista, vengono utilizzati in larga parte per l’erogazione di sussidi.

Vale la pena, però, riportare la conclusione di McCracken, che suonano come la testimonianza di un accademico votato a un obiettivo tanto improbabile quanto necessario – non sarebbe un mito sennò – specie ai giorni nostri: “La piena occupazione è un obiettivo utile. Vi suggerisco di abbracciarlo e di lavorare per arrivare alla sua adozione. Negli ultimi 50 anni, ho ottenuto poco se non far arrabbiare alcuni politici e burocrati per i miei ripetuti inviti alla piena occupazione. Vi passo la torcia (o il megafono)! Vi auguro più successo! La riduzione della disoccupazione rimane l’obiettivo più importante per il economia!”. Le ultime parole famose.

(2/fine)

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Miti del nostro tempo. Il ritorno della piena occupazione


Mi tornano in mente parole scritte più di settant’anni fa da Luigi Einaudi, mentre leggo un bell’intervento di Lael Brainard, banchiera centrale in forza al board della Fed, che già dal titolo evoca promesse politiche che risalgono al secondo dopoguerra: “Full Employment in the New Monetary Policy Framework”.

La piena occupazione, nientemeno. Quella promessa che, come scriveva Einaudi, pone “sottili problemi”, che il nostro economista sintetizzava nel fatto che mentre prima la politica monetaria incorporava l’esigenza di garantire la stabilità dei cambi auri, e quindi il valore delle obbligazioni contratte in moneta, dopo la politica monetaria ha finito con l’essere subordinata all’obiettivo della piena occupazione. Eravamo nel 1948, quando Einaudi scriveva.

Piena occupazione, poi, che significa? Anche questa espressione, come molte di quelle che incontriamo nel discorrere economico, evoca suggestioni che spesso hanno poco a che vedere con quello di cui parlano gli economisti. Per capirci, prendiamo a prestito la definizione che ne diede Mike McCracken, economista canadese scomparso nel 2015, dopo una lunga militanza professionale dedicata proprio alla diffusione di politiche atta a promuovere questo obiettivo, al quale peraltro è stato intitolato l’evento al quale ha partecipato la banchiera americana.

McCracken definiva la piena occupazione come quella condizione nella quale “chiunque desideri un lavoro può trovarne uno accettabile in termini di salario, sicurezza e altre condizioni di lavoro”. Una sorta di paradiso terrestre che suscita sicuramente diffidenze in chi abbia una qualche memoria storica.

Ma poiché viviamo in un tempo che ha smarrito la memoria, il ritorno del mito della piena occupazione sembra il pretesto ideale per solleticare la crescente vanità dei policy maker, che ormai hanno preso gusto a manovrare l’economia, agitando un motivo nobilissimo: il benessere delle popolazioni.

La Fed dunque, e torniamo alla nostra banchiera, che ha deciso di modificare di recente la sua forward guidance per far capire che non lascerà nulla di intentato per arrivare alla piena occupazione, definita non più da un semplice numeretto in calce a una statistica, ma come il soddisfacimento di una serie di parametri, con la politica monetaria a far da ruota di scorta con il suo ampio corredo di allentamenti della quantità di moneta. Che significa tassi bassi da qui a chissà quando e bilanci della banche centrali sempre più gonfi.

Non sappiamo se fosse questo quello che McCracken aveva in mente, o prima di lui il nostro Einaudi. Però è interessante sfogliare per un attimo la Storia. Magari, prima di vedere cosa ha in mente la Fed, ce ne facciamo un’idea.

(1/segue)

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