Il peso insostenibile del ritardo digitale in Italia


Poiché tutto si tiene, non dovremmo stupirci che al livello di istruzione ancora carente nel nostro paese corrisponda un notevole ritardo digitale che ha effetti deprimenti sul nostro mercato del lavoro e sulla produttività delle imprese. E stendiamo un livello pietoso sulla qualità dei nostri servizi. Gli italiani sono molto indietro, come ci ricorda Bankitalia nella sua ultima relazione annuale, e il confronto con gli altri paesi europei è scoraggiante.

Peggio ancora, si va nelle direzione opposta di un miglioramento. “Nel 2010, scrive la Banca – in Italia il settore dell’economia digitale contribuiva per il 5,7 per cento al valore aggiunto del totale dell’economia, un livello inferiore al 6,5 per cento della media europea. Tale quota in Italia è diminuita al 5 per cento nel 2017, in controtendenza rispetto alla Germania e alla media dell’Unione europea”.

La prima conseguenza che deriva da questo stato di cose, che suona vagamente paradossale in un paese che primeggia per l’uso di smartphone, è che “l’impiego delle nuove tecnologie nelle diverse attività economiche è basso”. Siamo bravissimi a farci i selfie e postarli sui social, meno a usare la tecnologia per migliorare la qualità della nostra vita. Bankitalia ci fornisce alcuni dati di confronto molto istruttivi. “Nel 2018 solo il 10 per cento delle aziende italiane ha realizzato almeno l’1 per cento del fatturato attraverso il commercio elettronico, contro il 17 della media europea e il 20 in Germania. Rimane inferiore in Italia, seppure meno distante dagli standard internazionali, la quota di imprese che utilizzano servizi di cloud computing (23 contro 26 per cento nella media
UE). In Italia la presenza di robot industriali (2,6 robot ogni 1.000 addetti) risulta superiore rispetto alla Francia e alla Spagna, ma resta discosta dai valori raggiunti in paesi con una specializzazione produttiva simile (4,5 robot per 1.000 addetti in Germania)”.

Il ritardo digitale non riguarda solo le imprese, ovviamente. Sempre perché tutto si tiene.

“Nonostante i progressi registrati negli ultimi anni – sottolinea Bankitalia – , nel 2018 solo il 33 per cento della popolazione italiana ha utilizzato strumenti digitali nello svolgimento delle proprie mansioni; nella media Ue la percentuale è pari al 42 per cento”. E non finisce qui. “È bassa anche la diffusione di competenze digitali nella popolazione: solo il 41 per cento degli adulti possiede abilità digitali di base, 15 punti in meno rispetto alla media UE”. Non è per nulla sorprendente che “il gap interessa tutte le fasce di età ed è particolarmente ampio tra gli individui che non hanno terminato il ciclo di studi superiori”.

Cosa provoca tutto ciò? Semplice: “Il basso fabbisogno di competenze digitali nel mercato del lavoro e la scarsa dimestichezza della popolazione con le tecnologie digitali interagiscono influenzandosi a vicenda: da un lato, gli individui possono trovare infatti poco conveniente acquisire capacità scarsamente richieste dalle imprese, dall’altro, la difficoltà di reperire forza lavoro con competenze adeguate può scoraggiare l’adozione di processi produttivi innovativi da parte delle aziende”.

Il costo del ritardo digitale non è soltanto quello che paghiamo oggi. Ma soprattutto quello che pagheremo domani. “A causa dei ritardi nella trasformazione digitale, l’Italia rischia dunque di perdere un’occasione che potrebbe consentirle di recuperare competitività”. E di questo non parla mai nessuno.

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