Il costo salato di una Brexit senza accordo


Il premier britannico continua a ripetere che, comunque vadano le cose, il prossimo 31 ottobre l’UK uscirà dall’UE e amici (?) come prima. Facilissimo a dirsi, mentre risulta estremamente complicato provare a raccapezzarsi nel misterioso mondo delle conseguenze che tutti gli osservatori temono e a ragion veduta.

Una Brexit senza accordo incorpora una quantità inestricabile di effetti che si può provare a stimare – lo ha fatto di recente l’Ocse nel suo ultimo outlook economico – ma ben sapendo che si tratta di congetture. Ma una cosa possiamo darla per certa: il costo di un no deal sarà salato. Per l’UK, in primis, che rischia di finire in recessione già dall’anno prossimo, ma anche per il resto dell’Europa che con l’UK conclude(va) molti e ricchi affari. Senza contare il resto del mondo. La bomba del no deal scoppia nel mezzo della singolar tenzone commerciale sino-americana, che sembra seriamente impegnata a frantumare le catene commerciali del valore, e quindi il commercio internazionale. Fra i due litiganti, il terzo si fa esplodere, potremmo dire.

C’è da sperare perciò che il buon senso torni ad allignare Oltremanica, pure se di buon senso se n’è visto poco nei tre anni cominciati a giugno 2016, quando il popolo britannico decise, chissà quanto consapevolmente, di infliggersi questa straordinaria complicazione. Abbiamo già visto che da allora l’economia britannica ha sopportato un notevole costo, che sta pagando anche adesso, visto che l’aumento dell’incertezza è una palla al piede per gli spiriti animali britannici, come dimostra il vistoso calo degli investimenti. Ma se il prima e il durante della Brexit appaiono così poco salutari, il dopo senza un accordo con l’UE sembra persino peggiore.

Lo scenario elaborato da Ocse, che conduce ai risultati osservabili nel grafico, presume che si aprano i vari paracadute tecnico-istituzionali predisposti dai vari governi e dalle banche centrali nell’ipotesi di uscita senza accordo. Perché se non funzionassero, queste precauzioni, i danni sarebbero di gran lunga maggiori. L’osservazione è condotta nel breve-medio periodo.

Il canale più rischioso è ovviamente quello del commercio. Il no deal incorpora l’ipotesi che gli scambi con l’UK saranno regolati con le norme WTO seguendo la regola della miglior nazione favorita (Most-Favoured Nation, MFN). In tal caso il commercio britannico finirebbe nelle maglie delle varie tariffe sia dal lato dell’export che dell’import, senza considerare che l’uscita dall’unione doganale aumenterebbe notevolmente – leggi a costi crescenti – il passaggio delle merci. Pagherebbero un costo salato anche i servizi che, pur non essendo soggetti a tariffe, dovrebbero adeguarsi a nuove regole.

Sulla base di queste premesse, l’Ocse stima che “nel medio-lungo termine i volumi di esportazioni dell’UK possono declinare fra il 15 e il 20%”. Nell’immediato l’istituto parigino stima un calo dei volumi delle esportazioni dell’8%. Nel medio termine una parte di questo shock dovrebbe essere assorbito dalla svalutazione della sterlina che si stima perderà almeno un 5% del suo valore dopo l’uscita. Anche le esportazione dell’UE verso l’UK sono viste in drastico peggioramento. L’Ocse stima complessivamente un calo del 16% nel periodo di osservazione a causa dei costi più elevati “con gli effetti più gravi subiti dall’Irlanda”. L’impatto sui singoli paesi dipende ovviamente dall’intensità dei legami commerciali che hanno con l’UK. I più penalizzati, perché più interconnessi, a parte l’Irlanda sono l’Olanda, il Belgio, la Germania e la Spagna.

Oltre ai flussi commerciali, ci sono i danni che una minore apertura – perché questo comporta la Brexit senza accordo – provoca a un paese sul dinamismo dell’economia e la produttivit. Sempre l’Ocse stima che un calo di quattro punti percentuali di apertura al commercio riduce la produttività dello 0,8% dopo cinque anni e dell’1,2% dopo dieci. Quindi si stimano effetti sul mercato del lavoro, per un presumibile calo dell’immigrazione nel paese, e sul debito del governo, con i premi a termine in salita, che significa debito più caro. Non solo per il governo, ma anche per le imprese. Per queste ultime si ipotizza un premio di rischio in crescita di 100 punti base nel 2020.

Tutti questi eventi concorrono al risultato finale di un pil in calo di quasi il 2% nel 2020 rispetto allo scenario base, che significa recessione, e investimenti in calo del 9% a causa soprattutto dell’incertezza. Si prevede anche inflazione in salita, spinta dalla svalutazione della moneta, che toglie spazio di movimento a politiche monetarie espansive, che pure potrebbero essere necessarie. Nell’UE le cose non vanno granché meglio. Il Pil per l’UE a 27 si stima in calo complessivamente dello 0,5%, con vari gradi a seconda del paese, gli investimenti del 2% e l’inflazione dello 0,2%. In sostanza, si abbassa di qualche grado una temperatura economica già abbastanza fredda.

Si presume che banche centrali a governi, a cominciare dal quello britannico, agiscano sul versante della politica monetaria e fiscale per far riassorbire lo shock. Sarebbe sicuramente più saggio e meno costoso prevenirli, piuttosto che curarli. Ma a quanto pare la saggezza non ha nulla a che vedere con questa storia.

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