La sovranità monetaria spiegata dagli svizzeri


Aspettavo con una certa curiosità di rileggere Thomas Jordan, chairman del board della banca centrale svizzera, dopo la decisione del 15 gennaio con la quale l’autorità monetaria ha annunciato che non avrebbe più difeso il regime di cambio con l’euro, fissato anni fa a 1,20 franchi. Decisione che, lo ricorderete, ha alimentato diverse discussioni per alcuni giorni, conducendo peraltro la valuta elvetica a una sostanziale parità con l’euro.

Aspettavo, quindi, curioso di conoscere la versione di Jordan, dopo essermi sciroppata quella di mezzo mondo. E finalmente ho pescato uno speech che il governatore ha tenuto a Bruxelles il 17 gennaio, quindi a caldo: appena due giorni dopo l’annuncio della fine del cambio fisso. Il titolo poi era estremamente suggestivo: “Switzerland at the heart of Europe – between independence and interdependence”.

Già. La Svizzera è il paese più citato dai sovranisti per la sua capacità di vivere, e pure bene, in un contesto globalizzato. La sua indipendenza, che tante invidie le provoca, coesiste con una profonda interdipendenza con il sistema finanziario globale, essendo la Svizzera una economia aperta – pensate solo alle sue banche – e inserita a pieno titolo, con la sua moneta, nel grande gioco valutario.

Il franco svizzero, come tutte le le monete, rappresenta l’interfaccia finanziaria e commerciale della Svizzera col resto del mondo. Il suo stato di salute, perciò, e le modalità con le quali la banca centrale lo gestisce, può dirci molto sulle modalità in cui uno stato sovrano possa sopravvivere (e pure bene) in un contesto globale.

Decido perciò di ascoltare con tutta l’umiltà di cui dispongo l’allocuzione di Jordan, che mi sembra un’utile lezione di politica monetaria a uso mio e dei sovranisti, che magari ne faranno tesoro.

La prima cosa che mi salta all’occhio è la considerazione che, proprio in virtù del suo essere un’economia aperta, la Svizzera a volte “è stata soggetta a grandi shock valutari”. “Non essendo parte di un largo mercato interno – sottolinea – la Svizzera è particolarmente dipendente dai mercati internazionali”. Piccolo è bello, insomma, salvo ricordarsi questo caveat.

E anche un altro: “La Svizzera è conosciuta come un paese con uno dei più alti tenori di vita al mondo, ma ciò non va considerato come acquisito: è una sfida costante raggiungere e mantenere il progresso sociale”.

Quindi, piccolo è bello, a patto di essere capaci di conquistarsi ogni giorno questo privilegio.

A tal proposito, Jordan ci ricorda che la Svizzera dispone di una valuta che gioca, nel sistema globale, un ruolo assai più rilevante del peso specifico espresso dalla taglia economica del paese. Ciò deriva dallo stato di safe haven di cui gode il paradiso elevetico, indice, sottolinea Jordan “della stabilità di cui gode il Paese”.

La stabilità, quindi, è il secondo caveat.

Poi certo, a volte si può esser vittime del proprio successo. E infatti la Svizzera, dopo l’agosto 2007, quando i sub prime americani iniziavano già a scuotere il mondo, ha visto il franco apprezzarsi, e mano  a mano crescere la pressione sul cambio dopo il crack Lehman e, peggio ancora, dopo la crisi dell’euro del 2010-11. “Come conseguenza enormi flussi finanziaria in cerca di rifugio si sono riversati sul franco”. Dall’agosto del 2007 a quello del 2011, la moneta svizzera si è apprezzata del 40% in termini reali. I rendimenti sul debito svizzero a breve termine sono diventati negativi e tale è rimasto sin da allora.

Ciò spiega perché “di fronte a tali drammatici sviluppi” la SNB ha introdotto la soglia minima di 1,20 franchi per un euro il 6 settembre 2011 tenuta fino al 15 gennaio scorso, pure al prezzo di una notevole espansione el bilancio della banca centrale. E anche perché la SNB ha deciso di recedere da questa politica.

“La ragione di questa scelta va ricercata nel contesto internazionale – spiega Jordan – essendo divenuto evidente la divergenza di politica monetaria fra la Bce e la Fed”, espansionaria la prima e probabilmente contrazionaria la seconda.

In queste condizioni “le pressioni sul tasso minimo di cambio si sono intensificate enormemente, in particolare all’inizio del 2015, divenendo perciò insostenibile. La Snb non ha potuto far altro che disconoscere la propria policy”.

Quindi piccolo è bello, a parte di saperselo guadagnare e di non scommettere contro i grandi. Il rischio per la SNB era quello di “perdere il controllo del proprio bilancio”, già enorme, che “avrebbe potuto raddoppiarsi in pochi mesi” se i  banchieri centrali non avesero agito”.

“Come conseguenza adesso l’economia svizzera deve fare i conti con un tasso di cambio molto difficile e in un mondo interdipendente, dove i capitali circolano liberamente, la forza della Svizzera può facilmente diventare un fattore maggiormente sfidante”.

La storia della Svizzera, dove al rifiuto di cedere sovranità, in qualunque forma, si è sempre associato una notevole apertura nei commerci e nelle finanze, rende questa sfida particolarmente complicata, osserva Jordan. Finora il Paese ha retto l’urto della crisi grazie alla sua domanda interna e agli sviluppi positivi del suo mercato immobiliare, che in qualche modo hanno compensato il trauma subito dai suoi scambi internazionali. L’export si è dimostrato resiliente, grazie anche alle scelte di politica monetaria che hanno impedito un apprezzamento del franco superiore a quello già eccessivo registrato. Un quadro che ora diventa più complicato dagli attuali sviluppi, potendo però la Svizzera contare su un quadro d’insieme che espone alcuni punti forti.

Jordan ne elenca alcuni: la struttura innovativa e diversificata del settore produttivo che esporta, per cominciare: l’ammontare dei beni che la Svizzera esporta all’estero equivale a circa la metà del prodotto domestico lordo. Di questo, circa un terzo sono servizi. Per mantenere questa quota di export, il settore tradable è stato interessato da notevoli cambiamenti strutturali. Il farmaceutico, ad esempio, è cresciuto di importanza a scapito del manifatturiero.

Inoltre i settori sono stati riorganizzati al loro interno, sia nei prodotti che nei processi. E poi sono cambiati anche i mercati di riferimento. “Gli esportatori svizzeri si sono concentrati su Cina e Stati Uniti e altre economia emergenti, mentre hanno fatto meno affidamento sui mercati tradizionali come Germania, Francia e Italia”. E tuttavia “gli esportatori svizzeri rimangono fortemente dipendenti dal mercato europeo, che assorbe tuttora più della metà della produzione svizzera”. Ciò spiega perché la crisi dei debiti sovrani abbia messo a dura prova la tenuta dell’economia elvetica.

Un altro supporto della tenuta dell’economia, spiega ancora, è stato il mercato del lavoro flessibile che combina una “scarsa protezione contro il licenziamento con un generoso un sistema di assicurazione contro la disoccupazione”. A ciò si aggiunga una legislazione favorevole al lavoro short-time, quindi una sorta di mini job, che, sottolinea “è un vantaggio cruciale”, così come anche le buone relazioni fra datori di lavoro e lavoratori, orientate verso negoziazioni di tipo consensuale.

Non finisce qui. La Svizzera ha sempre potuto contare anche una politica fiscale robusta, quindi con poco deficit e debito pubblico. “Durante la crisi lo stato salubre delle finanze pubbliche ha permesso di attivare gli stabilizzatori automatici, che hanno supportato l’economia senza minare la stabilità fiscale di medio termine”. Quindi non sono state necessarie misura di austerità né aumenti di tasse per contrastare l’effetto depressionario della crisi. Ciò ha avuto effetti positivi sulla ricchezza delle famiglie e quindi sul consumo interno e la sulla fiducia.

Da ciò ne consegue che le scelte di politica monetaria continueranno ad essere fatte – la SNB ha annunciato che rimarrà attiva nel mercato dei cambi – ogni qual volta si riterrà necessario. Ma con una premessa: “Oggi più che mai l’economia deve concentrarsi sui suoi elementi strutturali di forza e di flessibilità per assicurare la sua competitività internazionale e la sua prosperità”. Insomma: da sola la politica monetaria indipendente non basta: serve un’economia robusta alle spalle.

I sovranisti, perciò, dovrebbero far tesoro di quel che serva per giocare da vincitori la partita della globalizzazione conservando la propria indipendenza monetaria: una struttura produttiva di qualità e flessibile, mercato del lavoro compreso, che favorisce positivi scambi commerciali con l’estero, spesa governativa sotto controllo e settore bancario robusto, o quantomeno scaltro. Aiuta, certo, avere alle spalle anche un lunga tradizione di stabilità politica ed economica, garanzie di credibilità e generatrici di fiducia.

Insomma: bisogna essere svizzeri. O almeno somigliar loro un pochetto. Ma non è detto che basti.

E gli svizzeri, come abbiamo visto, sono i primi a saperlo.

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  1. Jean-Charles

    In circa 200 anni, la Svizzera a evoluto da paese tra i più poveri al paese dei più ricchi. Napoleone ebbe la visione di un piccolo Stato neutro posto entro le grandi potenze d’allora. Quando si recò in Italia per liberarla dell’occupazione austriaca passò proprio per la Svizzera valicando il passo del St-Bernardo. Mandò qualche notabile a Parigi affinché imparassero le regole di governance francesi basate sulla separazione dei poteri : legislativo, esecutivo e giudiziario.

    La sua visione fu adottata alla conferenza di Vienna dai potenti d’allora, in assenza di qualsiasi Svizzero!

    Da lì, la Svizzera, ha saputo far valere la sua neutralità facendo affari con tutti senza giudizi. In Svizzera sono parlate 3 lingue nazionali: tedesco ( 70%), francese( 20%) e italiano (10%) e 2 confessioni protestante e cattolica ossia proprio quelle di oltre i confini nazionali.

    La Svizzera, con circa 650 miliardi di $ ossia circa 500 miliardi di € ( tasso 1.3USD/1EUR) di PIL, gestisce circa 6000 miliardi di patrimonio privato mondiale

    Fine 2014, ha concluso con l’Italia un accordo di scambio automatico d’informazioni bancarie, a partire dal 2018. Circa un mese dopo il CHF s’é valutato da 1.2CHF/1EUR a 1 CHF/EUR. In chiaro chi aveva 12 milioni di CHF equivalenti a 10 milioni di EUR s’è trovato per qualche tempo con 12 milioni di EUR!

    Poi il CHF s’è svalutato a 1.1 CHF/1EUR e la BNS sta vendendo gli EUR a chi difendono il bene acquisito ( i fortunati ai quali la nostra BNS ha fatto guadagnare inizialmente 2 milioni di EUR e che intendono tenerli in CHF).

    I “Paoli” italiani potranno pagare una tassa una tantum per fare emergere i capitali evasi e poter lasciarli qua con eventualmente un tasso negativo sui loro averi.

    Le autorità italiane potranno richiedere una tassa annuale sul loro patrimonio, ma anche a chi li avrà tenuti là al di sopra di 500 k€ per esempio.

    Termino questa presentazione personale del mio paese d’adozione, informando che se vado dalle autorità fiscali comunali a chiedere discretamente quante tasse paga il mio vicino lo vengo a sapere….ma anche il mio vicino di me.

    Beati noi? 🙂 – 😦

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  2. Fla

    “I sovranisti, perciò, dovrebbero far tesoro di quel che serva per giocare da vincitori la partita della globalizzazione conservando la propria indipendenza monetaria: una struttura produttiva di qualità e flessibile, mercato del lavoro compreso, che favorisce positivi scambi commerciali con l’estero, spesa governativa sotto controllo e settore bancario robusto, o quantomeno scaltro. Aiuta, certo, avere alle spalle anche un lunga tradizione di stabilità politica ed economica, garanzie di credibilità e generatrici di fiducia.

    Insomma: bisogna essere svizzeri. O almeno somigliar loro un pochetto. Ma non è detto che basti.”. Mettendola così, analizzando la struttura manifatturiera italiana, analizzando le componenti dell’export, vedendo come la Svizzera ha reagito agli shock esterni, leggendo il suo post non ho potuto che rafforza la mia idea che l’Italia, dentro l’Euro, sia uno spreco immane. Saluti.

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    • Maurizio Sgroi

      Salve,
      Ovviamente lo scopo del post non era convincere qualcuno di qualcosa ma discorrere di qualcosa. Quello che lei osserva, in relazione all’export italiano, è solo una tessera del mosaico. Bisogna vedere l’insieme.
      Grazie per il commento

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  3. Jean-Charles

    Negli anni settanta, l’Italia ha abbandonato il potere di consolidare il debito pubblico presso la Banca d’Italia a tasso “giapponese”.

    Questo vantaggio è stato negato alla BCE stessa con disposizione dell’articolo 123 dell’accordo di Lisbona.

    La BCE non può che agevolare l’accesso al credito alle banche private italiane in particolare, che non mancano di servirsi sul debito pubblico detenuto da esse a quota di circa 1000 miliardi con differenziale d’interesse medio di circa 4-0%=4%.

    40 miliardi di rendita annua pagati da 60 milioni di Italiani alle loro banche private. Circa di 600 euro a testa.

    I fondi Blakrock e Fidelity lo sanno.

    http://it.wikipedia.org/wiki/BlackRock
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/03/23/fondi-dinvestimento-sempre-piu-importanti-per-gli-equilibri-globali-sotto-stretta-sorveglianza/918158/

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    • Maurizio Sgroi

      salve,
      anche la bce lo sa. e lo giudica un fenomeno distorsivo del mercato e delle banche, tanto è vero che un preciso goal dell’unione bancaria spezzare, per il tramite della vigilanza, il vincolo fra stato e banche residenti. diverso è dire se ci riusciranno.
      grazie per il commento

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  4. Jean-Charles

    Il signoreggio delle banche private non finirà con iniziativa della BCE ma dalla richiesta da parte dei politici che permetteranno alla BCE di acquisire come FED e BOJ debito pubblico sul mercato primario.

    L’art. 123 del trattato di Lisbona che limita gli interventi della BCE sul mercato secondario non verrà cambiato a favore dei tassati.

    Mi rallegrerò quando sentirò parlare dell’123, sui vari media del mainstream informativo.

    123 così evidente ed invitante che nessuno ne parlerà.

    https://books.google.ch/books?id=hbDtBAAAQBAJ&pg=PT119&lpg=PT119&dq=signoraggio+delle+banche+private+123+lisbona&source=bl&ots=tCYiUpn5LH&sig=tZ9I5W5pBSxsq2b275phpDpr5O8&hl=fr&sa=X&ei=y2zrVLqIHIfCPN_SgNAG&ved=0CCsQ6AEwAQ#v=onepage&q=signoraggio%20delle%20banche%20private%20123%20lisbona&f=false

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  5. Duccio Moonllight

    La Svizzera ha ceduto pochissimi anni or sono la propria sovranità monetaria ad una società che gestisce la moneta, perdendo il controllo dei cambi e di tutta la politica monetaria, trasferendo questi poteri ad organizzazioni finanziarie. Per questo motivo che il franco è diventato una moneta ad uso e consumo della finanza non può più soddisfare le esigenze del paese e dell’economia reale. Con la rinuncia di una banca centrale pubblica i cittadini sono diventati pagatori di ultima istanza. Di fatto quando un paese costituito in stato democratico cede la propra sovranità ad un ente sovrastatale, cessa il concetto stesso di stato democratico e diventa subordinato a decisioni sovranazionali, dove la politica e le decisioni del cittadino sovrano cessano di esistere. Ecco spiegata la cessione di sovranità agli svizzeri. Molto semplice.

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