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La sovranità monetaria spiegata dagli svizzeri


Aspettavo con una certa curiosità di rileggere Thomas Jordan, chairman del board della banca centrale svizzera, dopo la decisione del 15 gennaio con la quale l’autorità monetaria ha annunciato che non avrebbe più difeso il regime di cambio con l’euro, fissato anni fa a 1,20 franchi. Decisione che, lo ricorderete, ha alimentato diverse discussioni per alcuni giorni, conducendo peraltro la valuta elvetica a una sostanziale parità con l’euro.

Aspettavo, quindi, curioso di conoscere la versione di Jordan, dopo essermi sciroppata quella di mezzo mondo. E finalmente ho pescato uno speech che il governatore ha tenuto a Bruxelles il 17 gennaio, quindi a caldo: appena due giorni dopo l’annuncio della fine del cambio fisso. Il titolo poi era estremamente suggestivo: “Switzerland at the heart of Europe – between independence and interdependence”.

Già. La Svizzera è il paese più citato dai sovranisti per la sua capacità di vivere, e pure bene, in un contesto globalizzato. La sua indipendenza, che tante invidie le provoca, coesiste con una profonda interdipendenza con il sistema finanziario globale, essendo la Svizzera una economia aperta – pensate solo alle sue banche – e inserita a pieno titolo, con la sua moneta, nel grande gioco valutario.

Il franco svizzero, come tutte le le monete, rappresenta l’interfaccia finanziaria e commerciale della Svizzera col resto del mondo. Il suo stato di salute, perciò, e le modalità con le quali la banca centrale lo gestisce, può dirci molto sulle modalità in cui uno stato sovrano possa sopravvivere (e pure bene) in un contesto globale.

Decido perciò di ascoltare con tutta l’umiltà di cui dispongo l’allocuzione di Jordan, che mi sembra un’utile lezione di politica monetaria a uso mio e dei sovranisti, che magari ne faranno tesoro.

La prima cosa che mi salta all’occhio è la considerazione che, proprio in virtù del suo essere un’economia aperta, la Svizzera a volte “è stata soggetta a grandi shock valutari”. “Non essendo parte di un largo mercato interno – sottolinea – la Svizzera è particolarmente dipendente dai mercati internazionali”. Piccolo è bello, insomma, salvo ricordarsi questo caveat.

E anche un altro: “La Svizzera è conosciuta come un paese con uno dei più alti tenori di vita al mondo, ma ciò non va considerato come acquisito: è una sfida costante raggiungere e mantenere il progresso sociale”.

Quindi, piccolo è bello, a patto di essere capaci di conquistarsi ogni giorno questo privilegio.

A tal proposito, Jordan ci ricorda che la Svizzera dispone di una valuta che gioca, nel sistema globale, un ruolo assai più rilevante del peso specifico espresso dalla taglia economica del paese. Ciò deriva dallo stato di safe haven di cui gode il paradiso elevetico, indice, sottolinea Jordan “della stabilità di cui gode il Paese”.

La stabilità, quindi, è il secondo caveat.

Poi certo, a volte si può esser vittime del proprio successo. E infatti la Svizzera, dopo l’agosto 2007, quando i sub prime americani iniziavano già a scuotere il mondo, ha visto il franco apprezzarsi, e mano  a mano crescere la pressione sul cambio dopo il crack Lehman e, peggio ancora, dopo la crisi dell’euro del 2010-11. “Come conseguenza enormi flussi finanziaria in cerca di rifugio si sono riversati sul franco”. Dall’agosto del 2007 a quello del 2011, la moneta svizzera si è apprezzata del 40% in termini reali. I rendimenti sul debito svizzero a breve termine sono diventati negativi e tale è rimasto sin da allora.

Ciò spiega perché “di fronte a tali drammatici sviluppi” la SNB ha introdotto la soglia minima di 1,20 franchi per un euro il 6 settembre 2011 tenuta fino al 15 gennaio scorso, pure al prezzo di una notevole espansione el bilancio della banca centrale. E anche perché la SNB ha deciso di recedere da questa politica.

“La ragione di questa scelta va ricercata nel contesto internazionale – spiega Jordan – essendo divenuto evidente la divergenza di politica monetaria fra la Bce e la Fed”, espansionaria la prima e probabilmente contrazionaria la seconda.

In queste condizioni “le pressioni sul tasso minimo di cambio si sono intensificate enormemente, in particolare all’inizio del 2015, divenendo perciò insostenibile. La Snb non ha potuto far altro che disconoscere la propria policy”.

Quindi piccolo è bello, a parte di saperselo guadagnare e di non scommettere contro i grandi. Il rischio per la SNB era quello di “perdere il controllo del proprio bilancio”, già enorme, che “avrebbe potuto raddoppiarsi in pochi mesi” se i  banchieri centrali non avesero agito”.

“Come conseguenza adesso l’economia svizzera deve fare i conti con un tasso di cambio molto difficile e in un mondo interdipendente, dove i capitali circolano liberamente, la forza della Svizzera può facilmente diventare un fattore maggiormente sfidante”.

La storia della Svizzera, dove al rifiuto di cedere sovranità, in qualunque forma, si è sempre associato una notevole apertura nei commerci e nelle finanze, rende questa sfida particolarmente complicata, osserva Jordan. Finora il Paese ha retto l’urto della crisi grazie alla sua domanda interna e agli sviluppi positivi del suo mercato immobiliare, che in qualche modo hanno compensato il trauma subito dai suoi scambi internazionali. L’export si è dimostrato resiliente, grazie anche alle scelte di politica monetaria che hanno impedito un apprezzamento del franco superiore a quello già eccessivo registrato. Un quadro che ora diventa più complicato dagli attuali sviluppi, potendo però la Svizzera contare su un quadro d’insieme che espone alcuni punti forti.

Jordan ne elenca alcuni: la struttura innovativa e diversificata del settore produttivo che esporta, per cominciare: l’ammontare dei beni che la Svizzera esporta all’estero equivale a circa la metà del prodotto domestico lordo. Di questo, circa un terzo sono servizi. Per mantenere questa quota di export, il settore tradable è stato interessato da notevoli cambiamenti strutturali. Il farmaceutico, ad esempio, è cresciuto di importanza a scapito del manifatturiero.

Inoltre i settori sono stati riorganizzati al loro interno, sia nei prodotti che nei processi. E poi sono cambiati anche i mercati di riferimento. “Gli esportatori svizzeri si sono concentrati su Cina e Stati Uniti e altre economia emergenti, mentre hanno fatto meno affidamento sui mercati tradizionali come Germania, Francia e Italia”. E tuttavia “gli esportatori svizzeri rimangono fortemente dipendenti dal mercato europeo, che assorbe tuttora più della metà della produzione svizzera”. Ciò spiega perché la crisi dei debiti sovrani abbia messo a dura prova la tenuta dell’economia elvetica.

Un altro supporto della tenuta dell’economia, spiega ancora, è stato il mercato del lavoro flessibile che combina una “scarsa protezione contro il licenziamento con un generoso un sistema di assicurazione contro la disoccupazione”. A ciò si aggiunga una legislazione favorevole al lavoro short-time, quindi una sorta di mini job, che, sottolinea “è un vantaggio cruciale”, così come anche le buone relazioni fra datori di lavoro e lavoratori, orientate verso negoziazioni di tipo consensuale.

Non finisce qui. La Svizzera ha sempre potuto contare anche una politica fiscale robusta, quindi con poco deficit e debito pubblico. “Durante la crisi lo stato salubre delle finanze pubbliche ha permesso di attivare gli stabilizzatori automatici, che hanno supportato l’economia senza minare la stabilità fiscale di medio termine”. Quindi non sono state necessarie misura di austerità né aumenti di tasse per contrastare l’effetto depressionario della crisi. Ciò ha avuto effetti positivi sulla ricchezza delle famiglie e quindi sul consumo interno e la sulla fiducia.

Da ciò ne consegue che le scelte di politica monetaria continueranno ad essere fatte – la SNB ha annunciato che rimarrà attiva nel mercato dei cambi – ogni qual volta si riterrà necessario. Ma con una premessa: “Oggi più che mai l’economia deve concentrarsi sui suoi elementi strutturali di forza e di flessibilità per assicurare la sua competitività internazionale e la sua prosperità”. Insomma: da sola la politica monetaria indipendente non basta: serve un’economia robusta alle spalle.

I sovranisti, perciò, dovrebbero far tesoro di quel che serva per giocare da vincitori la partita della globalizzazione conservando la propria indipendenza monetaria: una struttura produttiva di qualità e flessibile, mercato del lavoro compreso, che favorisce positivi scambi commerciali con l’estero, spesa governativa sotto controllo e settore bancario robusto, o quantomeno scaltro. Aiuta, certo, avere alle spalle anche un lunga tradizione di stabilità politica ed economica, garanzie di credibilità e generatrici di fiducia.

Insomma: bisogna essere svizzeri. O almeno somigliar loro un pochetto. Ma non è detto che basti.

E gli svizzeri, come abbiamo visto, sono i primi a saperlo.

Il serpente (bancario) che striscia nel paradiso svizzero


Poiché è il destino dei migliori rimanere vittima del loro mito, ecco la nostra Svizzera scoprire nel suo bel seno montuoso e opulento un serpente pronta a morderla, malgrado lo abbia allevato amorevolmente, ignorando forse la sua natura maligna.

Il mito della Svizzera – il suo sistema bancario – si scopre esser divenuto ormai una perniciosa peculiarietà, persino in un mondo che bada ai rendimenti (meglio se occulti) tanto quanto dice pubblicamente di disprezzarli.

Sulle banche la Svizzera ha d’altronde costruito la sua fortuna, quindi solo dalle sue banche potrà arrivarne la rovina. E non per una qualche forma di equilibrio karmico, ma per pura conseguenzialità.

L’ultimo staff report del Fmi sulla Svizzera ci racconta che nel 2013 la crescita è stata brillante, il 2%, trainata dal consumo interno a sua volta favorito dagli aumenti retributivi e da un’inflazione nulla o sostanzialmente negativa che ha finito col far crescere la ricchezza reale. Inoltre (fra i pochi in Europa), il settore delle costruzioni ha avuto una robusta ripresa e persino il settore esterno è migliorato, tanto da contribuire anch’esso alla crescita del Pil. Il tutto con un mercato del lavoro dove la disoccupazione è cresciuta al 3,2%. Avete letto bene: 3,2%.

Insomma: il 2013 ha portato più ricchezza ai nostri amici svizzeri, e buon per loro.

Ma poiché nulla è gratis, tantomeno la ricchezza, ecco che questa narrazione paradisiaca nasconde un paio di capitoli horror.

La Svizzera infatti solo l’anno scorso è uscita da un paio d’anni di deflazione provocata dall’apprezzamento del franco svizzero, a causa del quale la banca centrale ha dovuto fissare una soglia di intervento, che ha fatto crollare sottozero l’inflazione importata con l’acquisto di beni e servizi esteri. Adesso la situazione si è stabilizzata, ma solo perché l’inflazione interna, provocata dall’aumento di beni e servizi locali, ha bilanciato la deflazione importata, e quindi l’inflazione è sostanzialmente a zero.

Ciò malgrado, i problemi provocati dal cambio non sono stati risolti. Gli svizzeri speravano poi che prima o poi accadesse il contrario di quanto accaduto dopo la crisi, quando un diluvio di capitali cercò rifugio in Svizzera facendo schizzare il franco alle stelle, con grave nocumento per i commerci elvetici. Ma tale normalizzazione dei flussi di capitale ancora non si è verificata, nota preoccupato il FMI.

Di conseguenza il bilancio della banca centrale, chiamata ogni volta a comprare asset in valuta estera per fare abbassare il franco, ora quota l’80% del Pil “ben al di sopra del livello osservato nelle altre economie avanzate, con l’eccezione di Hong Kong e Singapore”.

Uno dice: embé?

Ricordate che la banca centrale è un organismo pubblico. Di recente, per dire, la SNB per la prima volta nella sua storia recente, non ha trasferito utili alla confederazione a causa di una grossa perdita registrata sulle valutazioni delle sue riserve auree. Qualcuno l’ha notato, e il Fmi pure. Tanto da specificare che “i rischi derivanti dall’aumento di bilancio della SNB devono essere mitigati”.

La SNB inoltre teme che il crollo dei prezzi nell’eurozona torni a importare deflazione di nuovo nel paese e perciò si guarda bene dal mollare la presa sul franco che, qualora si rivalutasse sull’estero, potrebbe contribuire a questo movimento deflazionario interno.

Il fatto è che la pressione provocata dal mito – la Svizzera come paradiso terrestre del capitale – finisce con lo scaricarsi addosso all’economia reale.

L’abbondanza di afflussi, che ha determinato per vie traverse l’aumento di ricchezza che abbiamo visto, ha messo sotto forte pressione il mercato immobiliare e contestualmente, le banche, che giò avevano patito il contraccolpo della crisi all’indomani del crack Lehman. Ricordo solo che il governo ha dovuto precipitosamente salvare Ubs, una delle due banche sistemiche Svizzere comprando asset incerti e ricapitalizzandola.

Il Fmi nota che oggi, mentre le grandi banche sono dimagrite e hanno aumentato il capitale, le banche cantonali hanno aumentato notevolmente i loro bilanci proprio a causa dell’aumento spropositato dei valori immobiliari, arrivati ai massimi storici. Sicché tali banche ora sono notevolmente esposte al rischio di una correzione dei prezzi, nonché a quello indiretto di un aumento dei tassi.

Per darvi un’idea di quanto sia cresciuto il mattone svizzero, ormai ben al di là della crescita dei redditi, basti considerare che i prezzi sono aumentati in media del 6% l’anno dal 2008 in poi, cioé da quando il franco svizzero è diventato un bene rifugio. In termini reali questi prezzi non si vedevano dai primi anni ’90, quando poi ci fu una brusca correzione. La qualcosa in un momento in cui il debito accumulato dagli svizzeri per accendere mutui è arrivato a superare il 140% del Pil (100% quello delle famiglie) non è certo rassicurante, né nel confronto internazionale né in quello storico. D’altronde con una crescita del credito immobiliare a tassi del 5% annui dal 2009 era inevitabile.

Tanto che malgrado le prospettive rimangano buone – il sole non tramonta mai in paradiso – il rischio del morso del serpente bancario cresce di giorno in giorno. E che tale morso possa arrivare dalle banche locali è solo l’ennesima beffa.

Le banche cantonali, infatti, sono poco diversificate e concentrate proprio sui prestiti immobiliari, avendone in pancia circa il 35% del totale. Un altro 26% si deve alla generosità della Raiffeisen bank, banca cooperativa, e alle banche regionali. E anche se gli stress test hanno condotto a conclusioni rassicuranti, pure in caso di crash immobiliare, l’Fmi nota che tali test vanno presi con le dovute pinze, visto che il regolatore non ha potuto avere accesso ai dati delle singole banche, ma le ha valutate nel loro insieme.

Aggiungete al cocktail che molte di queste banche cantonali sono sponsorizzate da garanzie pubbiche dei cantoni, il che le ha incoraggiate ad aumentare i rischi, col risultato che in molti casi la somma di queste garanzie ha ecceduto, divenendone addirittura un multiplo, il Pil dei singoli cantoni. Capite da soli quanto siano credibili, queste garanzie.

Non che i colossi destino meno preoccupazioni. I due giganti svizzeri, che primeggiano nella classifica delle banche troppo grandi per fallire, sono talmente gonfi di asset, malgrado il 16% di calo da inizio crisi, e interrelati che possono facilmente importare problemi dall’estero quanto esportarli.

Considerate che pesano circa la metà degli asset del sistema bancario nazionale e che hanno erogato il 30% del totale dei mutui immobiliari concessi. Mentre due compagnie assicurative ramo vita e tre compagnia assicurative sugli altri rami pesano il 50% del mercato col 65 dei premi incassati dall’estero e il 95 dei premi di riassicurazione collegati a business esteri. E questo, in un contesto di tassi bassi, che affaticano il modello di busines assicurativo, è un altro elemento di rischio.

Tutto ciò si inserisce in un contesto in cui il solo settore finanziario pesa circa il 10% sul Pil nazionale e occupa il 5% della forza lavoro. Per la cronaca, il grosso ell’esposizione finanziaria Svizzera è concentrata verso gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. E malgrado il dimagrimento, i bilanci delle due banche insieme quotano ancora 2,3 volte il Pil elvetico, la metà di quanto fosse prima del crack.

Il serpente perciò, è ancora bello grosso.

Grosso e arrabbiato. Il private banking infatti, uno dei fiori all’occhiello del paradiso svizzero, gestisce anche tramite UBS e Credit Suisse una montagna di denaro – il Fmi stima pesi un quarto del private banking globale – che adesso guarda con sospetto il suo ospite alpino, pressato com’è dai governi di mezzo mondo che vogliono scardinare una delle fonti di celebrità della Svizzera insieme agli orologi e la cioccolata: il segreto bancario. Considerate che la metà dei ricavi del sistema bancario elvetico dipendono proprio dalle gestione di questa ricchezza altrui. La sola Ubs, che è la prima nella classifica mondiale per asset under management, ha superato abbondantemente i 1.500 miliardi di masse gestite, il quadruplo della Deutsche Bank.

Essere svizzeri, d’altronde, deve pure rappresentare un qualche vantaggio competitivo.

Ma domani?

Domani i cherubini che abitano il paradiso dovranno fare i conti con tutti i problemi qui sommarizzati più altri capaci di impensiere anche un paese con una posizione fiscale a dir poco invidiabile.

Gelosi del loro paradiso, infatti, gli svizzeri hanno ristabilito con voto popolare che tornino le quote all’immigrazione, interrompendo una consuetudine di libera circolazione dei lavoratori che durava dal 1999 quando la Svizzera raggiunse con la Ue un accordo in tal senso. Decisione che, secondo il Fmi, ha contribuito al successivo decennio d’oro della Svizzera. La decisione popolare rischia di irrigidire le relazione con l’Ue (che insieme agli Usa ha preso di punta il segreto bancario svizzero). Senza contare che va a impattare su una società che invecchia e che ha già reso necessario un intervento sulle pensioni.

E poi c’è la questione delle tasse che la Svizzera fa pagare alle corporation che hanno generato e continuano a generare, proteste in mezzo mondo, costringendo il governo a sviluppare una strategia di riforma del regime fiscale che dovrebbe entrare in vigore nel 2018, proprio mentre si allentano i legacci del segreto bancario. Ossia i due asset sui quali la Svizzera ha costruito la sua fortuna.

Ed eccolo qua il nostro paradiso terrestre: banche che somigliano a quelle di Hong Kong, bolle immobiliari alla cinese, debiti privati all’americana, pulsioni nazionaliste alla francese, disciplina fiscale alla tedesca, tasse lussemburghesi e finanza all’inglese.

La confederazione elvetica.

Ossia globale.

(2/fine)

Leggi la prima puntata

Non ci sono più le banche svizzere di una volta


Il paradiso elvetico, ricovero di milionari in pensione o giovani ereditieri, ma anche di varia malacarne farcita di denaro, esibisce ai giorni nostri un sole opaco, reso pallido dal turbinare della crisi globale. Pure le sue banche, nel cui mito sono cresciute generazioni intere di redditieri, sono finite nel terribile cono d’ombra del dubbio, erodendo perciò la costituente di tale paradiso, ossia la certezza che, comunque vada il mondo, portare i soldi in Svizzera regali un sonno tranquillo, dove il denaro cresce rigoglioso senza sforzo e, soprattutto senza rischi.

Come tutti i sogni, anche quello svizzero, però, è ingannevole. Il piccolo paradiso s’appoggia incerto sul limitare dell’inferno, che nel nostro tempo economicizzato corrisponde al turbinare incerto delle economie europee, con le quali, pure se la Svizzera non vorrebbe, il paese è profondamente interrelato, vuoi per i suoi commerci, vuoi, appunto, per le sue banche.

La disgraziata Europa, con la quale la Svizzera mai ha voluto mischiarsi, esporta la sua rovina sin qui, nelle idilliache valli d’Engandina, con i suoi torbidi e le sue insicurezze, spingendo la banca centrale a imbottirsi di debiti per tenere il franco svizzero, improvvisamente divenuto bene rifugio, a un livello che sia commercialmente sostenibile.

E poi, che dire del mercato immobiliare? Nel suo ultimo assessment sul sistema bancario elvetico, il Fmi nota che “sembra stia apparendo una bolla immobiliare”. Bolla temutissima, anche per i più smemorati. Troppo recente è la memoria degli sconquassi originati dal mattone statunitense con i quali le banche per prime son state chiamate a fare i conti.

Perciò anche quelle svizzere si sono trovate improvvisamente agli onori della cronaca. Proprio loro che nel tempo hanno costruito la loro fortuna sull’invisibilità, che sempre nel nostro mondo malato d’econom(an)ia corrisponde al non finire mai sulle pagine dei giornali a causa d’una qualche nequizia.

E invece ecco che il Fmi le addita alla pubblica attenzione, il che non è mai un buon viatico per un paradiso finanziario. A ragione peraltro, visto che “il settore finanziario svizzero è uno dei più grandi al mondo, specialmente in rapporto al Pil”, ospitando peraltro la Svizzera due delle più grandi banche al mondo classificate come global sistemically important financial institution (G-SIFIs), ossia di quella terribile genia delle banche troppo grandi per fallire. Entrambi, e in particolare la Ubs, “sono state duramente colpite dalla crisi”, nota il Fmi. A queste si aggiunge una delle più grandi compagnie di riassicurazione al mondo.

Pensate che queste due banche quotano il 43% del totale dei depositi e il 18% dei capitali. A queste si aggiungono 24 banche cantonali, una delle quali è stata definita domestically sistemically important financial institution (D-SIFI) e una banca cooperativa, (la Raiffeisenbank).

Sicché la piccola Svizzera, già dal 2009, ha dovuto dotarsi di una supervisione unificata, un po’ come ha fatto l’eurozona con il suo SSM, già dal 2009. Il supervisore (FINMA) ha introdotto alcune pratiche prudenziali, imponendo fra l’altro alle due big bank di aumentare il capitale anche tramite l’uso di COCOs. Ma in generali tutte le banche hanno aumentato il loro capitale, dopo aver condotto un deciso de-leveraging.

Rimane il fatto che non è abbastanza. I rischi della Svizzera, infatti, dipendono dai suoi vicini di geografia, quindi l’Ue e in particolare dai PIIGS, e dal mattone, ma anche dalla circostanza che i tassi negativi che in alcuni scadenze deliziano i debitori elvetici, stanno mettendo a dura prova il modello di business delle assicurazioni e dei fondi pensione.

A fronte di tutto ciò le autorità fanno ovviamente del loro meglio, se non fosse che al peggio non c’è mai fine.

Gli standard prudenziali sollecitati dai regolatori devono fare i conti con la circostanza che le due banche globali sono ancora più pesantemente leveraged delle altre. Altresì, malgrado gli accordi internazionali di risoluzione in discussione sulle G-SIFIs e il rafforzamento dei poteri della FINMA, c’è il rischio che non sia abbastanza per garantire la stabilità di queste entità. Senza considerare che il Fondo suggerisce che sia “profondamente revisionato il sistema di garanzie dei depositi, in modo da fornirlo di fondi adeguati.

Chiunque pensasse che i problemi bancaria tormentino solo i colossi, tuttavia, sbaglierebbe. Le banche cantonali, infatti, hanno un’esposizione creditizia molto concentrata sui mutui immobiliari “e alcune di queste hanno una governance debole”, in un contesto in cui “le difficoltà in una può facilmente estendersi all’intero gruppo”.

In generale, poi, è apparso un nuovo rischio che fa capire quanto sia diventata pericoloso il paradiso (bancario) terrestre: il rischio di contenziosi.

Proprio ciò che ha fatto la fortuna del modello bancario svizzero, ossia il vantaggio fiscale e soprattutto l’anonimato, sta lentamente franando sotto i marosi della crisi, che ha incattivito gli stati, nel senso che li ha resi più affamati.

La caccia all’evasore internazionale, perciò, deve necessariamente far tappa di là dalle Alpi, che ospitano private banker fra i più rinomati del mondo. Figuratevi con che gioia i vari clienti “grigi” delle banche svizzere acconsentirano ad asseverare un cambio così drammatico di consuetudine. E poi ci sono le grandi banche, finite nel mezzo dei peggiori scandali finanziari internazionali recenti, dal Libor al Tibor.

Insomma: non ci stanno più le banche svizzere di una volta.

Prima o poi tale considerazione si consoliderà nell’immaginario. E il paradiso diverrà un po’ più simile al purgatorio, visto il peso che ha il settore bancario sull’economia nazionale.

Infatti il Fondo nota che la Svizzera, “come gran parte dell’Europa, rimane pesantemente dipendente dal settore bancario”.

Saranno pure svizzeri. Ma sempre in Europa stanno.

(1/segue)

Leggi la seconda e ultima puntata