L’economia in un mondo a decrescita demografica


In un’epoca che pare aver obliato il buon senso, risulta persino sorprendente ricordare, come fa un recente paper pubblicato dal NBER che una società a decrescita demografica è inevitabilmente condannata al declino economico. E questo non tanto o non solo perché diminuiscono le bocche da sfamare – e quindi si contraggono meno prosaicamente i mercati – ma perché insieme con il calo della domanda aggregata, diminuiscono anche la possibilità di avere le idee giuste per migliorare la produzione.

Detto altrimenti: l’economia non è solo una questione di riempire stomaci o costruire tetti. E’ anche – e soprattutto – invenzione, scoperta, ricerca. E se ci sono meno meno persone, ci saranno anche meno possibilità di trovare buone idee e quindi migliori pratiche di vita.

Non ci sarebbe altro da aggiungere se non fosse che gli autori del paper si sono lasciati ispirare da un libro uscito l’anno scorso – Empty Planet – dove, sulla base di una serie di dati demografici, si ipotizza che la popolazione globale declini nei prossimi anni, provocando un notevole shock all’economia. L’ispirazione ha prodotto un approfondimento che vale la pena scorrere, innanzitutto perché illustra con alcuni dati il nostro attuale punto di partenza.

Il grafico sopra illustra meglio di mille parole come sia cambiato il mondo negli ultimi cinquant’anni. E se il caso cinese – da sei figli per donna a poco più di uno – si può spiegare con la politica del figlio unico imposta poco giudiziosamente da Pechino, il crollo delle nascite nei paesi avanzati non ha altra ragione che il progresso.

Gli ultimi dati sui tassi di fertilità contenuti nel World Population Prospects 2019 delle Nazioni Unite dicono che negli Usa il tasso di fertilità è di 1,8, 1,7 per la Cina, 1,6 per la Germania, 1,4 per il Giappone e 1,3 per Italia e Spagna. “In altri termini – sottolineano gli autori del paper – i tassi di fertilità nei paesi ricchi del mondo sono già coerenti con l’ipotesi di un calo della popolazione nel lungo termine: le donne stanno avendo meno di due figli in gran parte del mondo sviluppato”. Avere meno di due figli significa che non c’è la sostituzione minima che garantirebbe la stabilità della popolazione. Come abbiamo visto, questo può dipendere non solo dalle mutate consuetudini socio-economiche, ma anche dalla circostanza che diminuisce – come accade in Italia – il numero della donne in età riproduttiva. Anche questa una conseguenza del calo demografico.

Il problema nasce dalla circostanza che tutti i modelli economici che trattano della crescita hanno come presupposto che ci sia un aumento della popolazione. E pure se ancora oggi i previsori pensano che la popolazione globale del pianeta si stabilizzerà fra gli 8 e i 10 miliardi di persone, gli attuali andamento demografici rendono lecito il dubbio sulla capacità delle nostre società di evitare la via del declino. Cosa dobbiamo aspettarci in questo caso?

“Mostriamo che una crescita negativa della popolazione può essere particolarmente dannosa – scrivono gli autori – sia la conoscenza che gli standard di vita tendono a stagnare per una popolazione che tende a diminuire”. Il buon senso comune direbbe che se non cresciamo in quantità non cresciamo nemmeno in qualità.

Vale la pena riportare, infine, uno stralcio delle conclusioni, che in qualche modo, vagamente semiserio, vorrebbero mitigare le previsioni fosche del nostro esperto. “L’automazione può migliorare la nostra abilità di produrre idee al punto che i nostri standard di vita possano continuar a migliorare anche con una popolazione declinante. Oppure le nuove scoperte potrebbero condurre a zero il tasso di mortalità, consentendo alla popolazione di crescere malgrado la bassa fertilità”.

Sicché, pare di capire, nel migliore dei casi avremo società popolate in gran parte da vecchi immortali resi felici da macchine compiacenti. Non riesco a immaginare nulla di peggio.

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