Lo smart working fa i conti col futuro

Non dovremo aspettare a lungo per capire se, come pensano molti, lo smart working rimarrà davvero una costante delle nostre vite o se scomparirà mano a mano che il virus cesserà di spaventare le nostre società. Un’osservazione che si preannuncia molto interessante. La pandemia ha messo a dura prova la nostra organizzazione del lavoro e se è sicuramente comprensibile che nel momento dell’emergenza tutti tifino per il lavoro agile, non è affatto detto che alla fine rimarrà questa preferenza.

Alcune grandi organizzazioni hanno già fatto sapere che manterranno questo istituto, ma non saranno certo loro a fare tendenza. A far la differenza, in un paese dove la piccola e piccolissima impresa costituiscono parte rilevante del tessuto produttivo, saranno proprio queste entità. E poi, ovviamente, quelle pubbliche.

Tralasciando queste ultime, si può farsi un’idea delle intenzioni del settore privato leggendo la rilevazione effettuata da Bankitalia sull’uso del lavoro agile in questa parte del mercato del lavoro, che come si può immaginare è stata massiccia.

In sostanza, il numero dei dipendenti in lavoro agile si è quasi decuplicato, passando da meno di 200.000 nel secondo trimestre del 2019 a oltre 1,8 milioni nello stesso periodo del 2020: il 14,4% degli occupati nel settore privato rispetto all1,4 del 2019. Le imprese che hanno fatto ricorso a questa modalità sono passate dal 28,7% – che comunque non è poco – all’82,3%, coinvolgendo quindi in sostanza tutte le tipologie.

Quanto all’identikit del lavoratore interessato dallo smart working, si confermano le prime impressioni: da remoto hanno lavorato in larga parte le donne, specie quelle con figli fra i 6 e i 14 anni, e i dipendenti con titolo di studio più elevati. In sostanza parliamo di lavori facilmente remotizzabili “specie nei servizi di informazione e comunicazione”.

La prima evidenza interessante da riportare è che “il lavoro agile ha consentito alle aziende che vi hanno fatto ricorso di limitare l’utilizzo di schemi di integrazione salariale”. In queste aziende, infatti, nel secondo trimestre del 2020 i lavoratori “remotizzati” hanno avuto il 10% in meno di probabilità di finire in Cig e inoltre la loro retribuzione è stata superiore del 6% per effetto del maggior numero di ore lavorate. Per le donne, che hanno fatto maggiormente ricorso al lavoro agile, la crescita retributiva è stata in media più elevata: il 7% a fronte del 4,5 degli uomini.

Altro elemento interessante deriva dall’osservazione che “durante il terzo e il quarto trimestre del 2020 − nonostante la diminuzione dei nuovi contagi nei mesi estivi, la ripresa delle ore lavorate e la riapertura delle scuole − il numero di lavoratori a distanza è rimasto su valori significativamente più elevati di quelli antecedenti la pandemia”. Parliamo di 1,3 milioni di occupati nel terzo trimestre e 1,5 nel quarto, pari al 9,9 e al 12,1% di lavoratori nel settore privato. Ciò malgrado “l’ assenza di vantaggi retributivi e a fronte della minore necessità delle imprese di farvi ricorso”.

Ciò basta per dedurne che “la quota di lavoratori da remoto possa restare su livelli di gran lunga superiori a quelli osservati nel 2019 anche dopo la piena ripresa delle attività economiche al termine della pandemia”. Ma il problema è capire quale sarà questa quota. Abbiamo già osservato altrove che lo smart working può generare un effetto di allontanamento dalla grande città, che attrae notevoli masse di lavoratori, che alla lunga può rivelarsi problematico. E questo è un elemento da non sottovalutare, quando si prova a indovinare quale sarà il futuro di questo strumento. I ceti dirigenti che vivono nelle grandi città ci faranno sicuramente un pensierino.

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