La crisi dei chip affossa la produzione di auto in Italia

Molto si è scritto della crisi nella produzione di microchip che ha generato una carenza globale dei preziosi componenti di molta della nostra quotidianità. E il fatto che anche la Bce ne abbia fatto oggetto di una interessante ricognizione pubblicata nel suo ultimo Bollettino economico è la prova che le conseguenze economiche di questa carenza sono state profonde, e lo saranno ancor più in futuro.

D’altronde sarebbe strano il contrario. I chip sono alla base di molte produzioni, a cominciare ovviamente da computer e smartphone, fra le quali merita di essere segnalata quella di automobili, che ha la (s)gradevole caratteristica di essere una delle architravi del prodotto in molte economie europee, compresa la nostra. E purtroppo si vede.

Il grafico sopra mostra l’andamento della produzione di auto nel primo trimestre 2021 rispetto all’ultimo quarto 2020 e colloca il nostro paese al vertice del calo, peggio persino della Germania, che pure è un forte produttore. Quest’ultima d’altronde si segnala per le notevoli difficoltà che la scarsità di chip sta determinando nella sua economia, assai più gravi che per la nostra.

Il quadro si complica se si ricorda che “nel breve periodo ci si attende che la carenza di semiconduttori continui”, come scrive la Banca. E questo malgrado “le principali imprese manifatturiere di chip a livello mondiale prevedono di
ampliare la capacità produttiva e di incrementare la spesa in conto capitale quasi del 74 per cento”.

La buona notizia, che poi è quella che più di tutte interessa alla Bce, è che al momento la mancanza di chip non sta creando troppe tensioni sui prezzi. Nell’eurozona, infatti, “l’inflazione alla produzione sia per i componenti elettronici sia per i circuiti stampati, per i quali i semiconduttori sono fondamentali, si mantiene negativa”. Ciò che non toglie che si osservi una certa tensione sui prezzi “agli stadi successivi della catena di formazione dei prezzi”. In particolare proprio per i computer e i veicoli a motore.

C’è poi la questione geografica, o geopolitica se preferite, che deriva dalla preponderanza asiatica nella produzione e nel consumo di chip. Nel tempo infatti la produzione si è sempre più concentrata a Oriente, con effetti evidenti anche sulla capacità dell’Europa di importare questi prodotti.

Come si può osservare nel tempo la quota di importazioni dell’Ue è diminuita nel decennio e questa tendenza è stata amplificata dalla pandemia.

Dal grafico sopra, infatti, si osserva che la ripresa delle importazioni dell’Europa seguita al dopo lockdown non si è accoppiata con l’aumento dell’import di chip, già in crisi di produzione. Questo in conseguenza del fatto che “nel frattempo l’offerta era stata reindirizzata altrove”. La conseguenza visibile è stato un aumento notevole dei tempi di consegna.

E così arriviamo alle conseguenze economiche: “Secondo l’ultima indagine trimestrale della Commissione europea presso le imprese, il 23 per cento delle imprese manifatturiere dell’area dell’euro ha segnalato la mancanza di materiali
e/o attrezzature come un fattore chiave di limitazione della produzione”. Un problema che, come abbiamo già visto, è particolarmente grave in Germania.

Tutto ciò solleva molti interrogativi sulla tenuta della ripresa, che molto dipende da settori trainanti come l’automotive e l’hi tech. Con l’avvertenza che la crisi dei chip non sarà breve. Sarebbe saggio tenerne conto.

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