I rischi nascosti negli scenari di crescita italiana

L’annuncio che le prospettive di crescita del nostro paese siano migliori del previsto ha giustamente rassicurato molti osservatori, visto che orma gran parte del nostro buonumore dipende dal numeretto dietro la voce pil. Senza voler guastar la festa, e poiché le prospettive sanitaria iniziano a volgere al brutto, vale la pena approfondire meglio come si sia arrivati a nutrire speranze più rosee per il futuro, e quindi approfittare dell’ultimo Bollettino economico di Bankitalia per capire meglio quali ipotesi, e quindi quali rischia, siano contenute nello scenario di previsione della Banca che tanto ha allietato le nostre ultime settimane. Cominciamo dall’analisi delle previsioni.

La premessa – d’obbligo visti i dati dei contagi – è che lo scenario “è basato sull’ipotesi che prosegua il miglioramento del quadro sanitario a livello nazionale e globale, favorito dalle campagne di vaccinazioni, e che ciò si traduca nella conferma dell’allentamento delle restrizioni alla mobilità, che non sarebbe più in vigore all’inizio del 2022”. A ciò si aggiunga che vengono ipotizzate un “forte sostegno della politica di bilancio, con l’utilizzo di fondi nazionali e fondi europei, e il mantenimento di condizioni monetarie e finanziarie favorevoli, con tassi di rendimento dei titoli di stato stabili allo 0,9% quest’anno e solo gradualmente in crescita nei due anni successivi”. Si ipotizza anche una ripresa del commercio globale. Vaste programme, direbbe qualcuno.

Se entriamo nel merito di queste premesse teoriche, osserviamo che lo scenario implica una domanda estera ponderata per il nostro export, che nel 2020 è diminuita del 10%, in crescita dell’8,8% quest’anno e del 4,7 medio fra il 2022-23. Quindi un tassi di cambio col dollaro intorno a 1,20 nel triennio di previsione e un costo del petrolio fra il 65 e i 69 dollari (nel 2020 è stato di 42,3).

Sulla base di queste ipotesi arriviamo alle ipotesi di crescita osservate nella tabella iniziale, con il pil che tornerebbe al livello pre-pandemico nella seconda metà dell’anno prossimo.

Ma non finisce qua. “Lo scenario qui delineato – scrive la Banca – dipende fortemente dall’efficacia e dalla tempestività
delle misure di sostegno e rilancio”. Gli interventi finanziati col piano di resilienza, infatti, “forniscono un impulso considerevole all’attività economica, innalzando il livello del PIL di circa 4 punti percentuali cumulati nel triennio di previsione. Circa la metà di questo effetto è attribuibile agli interventi del PNRR, nel presupposto che siano realizzati con efficacia e senza significativi ritardi”. Un presupposto molto pesante, al quale è associato “un moltiplicatore medio appena superiore all’unità, coerentemente con l’ipotesi che questi interventi siano in ampia misura concentrati sugli investimenti pubblici”. Meglio ancora se tali investimenti fossero in grado di “accrescere la redditività del capitale privato, attraverso le riforme prefigurate nel PNRR e i piani di incentivo alla ricerca e all’innovazione”. La capacità dell’ammnistrazione pubblica di far “funzionare” i fondi del piano, insomma, sarà quella destinata a far la differenza.

Tale successo, aldilà degli andamenti del prodotto, si misurerà innanzitutto dagli andamenti occupazionali. Si prevede che, a ipotesi confermate, che le ore lavorate aumenteranno dell’11 nel triennio di previsione, portandosi sopra i livelli pre-pandemici nei primi sei mesi del 2023. All’aumento della disoccupazione, che seguirà alla rimozione del blocco dei licenziamenti, corrisponderà un aumento dell’occupazione trainato dalla ripresa che collocherà la disoccupazione al 9,9% nel 2023 a fronte del 10,5% del 2021. I consumi torneranno a espandersi e i risparmi, “accumulati per lo più fra i più abbienti”, torneranno a un livello più ragionevole dopo l’impennata provocata dal lockdown. E tutti vissero felici e contenti.

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