Boom creditizi e recessioni peggiorano la diseguaglianza

Un paper recente della BoE è un ottimo viatico per chi voglia provare l’ebbrezza di uscire dai luoghi comuni e capire meglio le ragioni per le quali ci si lamenta della crescita della diseguaglianza nel tempo di massima ricchezza raggiunta dalle società occidentali.

Per dirla semplicemente, è la ragione stessa del nostro ciclo economico, scandito ormai da decenni da boom creditizi e recessioni, che genera l’una e l’altra. E il fatto che si parli solo della diseguaglianza e si tenda a trascurare la ricchezza, icasticamente rappresentata dai quasi 300 trilioni di debiti che circolano per il pianeta, che implicano che ci siano altrettanti crediti, è solo l’ennesima dimostrazione di una certa ipocrisia. O, peggio, di un infantile pretendere che alla luce non corrisponda ombra alcuna, quando invece basta la semplice osservazione della realtà materiale per comprendere che questo non è possibile.

Dovremmo comprendere, insomma, che il nostro agire economico, specie quando tenda all’espansione, genera necessariamente effetti avversi, che devono essere gestiti. E questo pur sapendo che spesso proprio da questa gestione nascono ulteriori avversità che, oltre ad essere imprevedibili, sono anche difficili da valutare in tutte le loro articolazioni.

Per questo il paper è istruttivo. Gli autori, infatti, prendono in esame gli effetti redistributivi delle pratiche macroprudenziali, che specie a partire dal 2008 sono diventate lo strumento principe dei regolatori finanziari per frenare gli eccessi che ci hanno condotto alla terribile crisi di un decennio fa. Che però hanno il difetto – e lo scopriamo solo dopo – di sfavorire le persone a basso reddito. E non è neanche tutto. “Ben poco si conosce su come queste politiche influenzano la distribuzione del reddito svolgendo il proprio ruolo di prevenzione delle crisi finanziarie”.

Andando a monte, l’esigenza di pratiche macroprudenziali nasce per effetto di un andamento sempre più erratico e pericoloso del ciclo finanziario – quelli che volgarmente chiamiamo boom creditizi – che si sospetta abbia notevoli responsabilità sempre sulla questione della diseguaglianza. Perché se così fosse, i ceti più fragili si troverebbero esposti a una duplice tensione che assottiglia la loro solidità reddituale e patrimoniale: prima, quando il credito gonfia la vela della opportunità, che li sfiorano mentre a goderne sono i quintili più alti della distribuzione, e poi quando la crisi squarcia la vela, rovesciando la loro barchetta. Che finisce rapidamente con l’affondare non appena i regolatori stringono il credito per frenare i futuri boom creditizi. Ma siccome va avanti così da qualche decennio, sarebbe saggio iniziare a dubitare che tutto ciò funzioni.

Questa rappresentazione semplificata deriva da un’osservazione molto più robusta svolta dagli autori del paper sulla base di un ampio database che coinvolge 26 economia avanzate osservate nell’arco di cinque decadi. Non si tratta quindi di un fenomeno temporaneo o relativamente recente. Parliamo proprio del modo in cui si è costituto il sistema internazionale che oggi viene messo in discussione da una parte rilevante dei ceti che ne hanno goduto. Perché l’altra parte della storia, di cui però non parlano gli autori dei paper, è che anche i quintili bassi della distribuzione dei redditi stanno comunque relativamente meglio oggi di quanto non stessero cinquant’anni fa. Ma questo lo si dice a rischio di scomunica: oggidì nessuno vuole essere turbato nella certezza della sua infelicità.

Se torniamo sul piano delle cifre, l’analisi svolta nel paper, che usa l’indice di Gini come misura della diseguaglianza e monitora un centinaio di recessioni, evidenzia come la diseguaglianza dei redditi, ossia una delle tante misure della diseguaglianza, cresce durante una crisi e che la crescita del credito che spesso ne consegue amplia questo trend. “Questi effetti distribuzionali sono statisticamente ed economicamente significanti”: l’indice di Gini si osserva in notevole aumento.

La conclusione quindi è quella che ci possiamo aspettare. “La diseguaglianza di reddito aumenta nei cinque anni che seguono una crisi, e questo accade sia dopo una recessione normale che dopo una associata a una crisi finanziaria, ma la diseguaglianza aumenta di circa il 60% quando c’è una recessione finanziaria”. Una parte di questo effetto è determinata dalla crisi occupazionale, che di solito segue una recessione, e tuttavia le osservazioni degli autori suggeriscono che tre-cinque anni dopo la crisi questa circostanza non basta più a spiegare l’aumento della diseguaglianza. Inoltre, “la crescita del credito nell’imminenza di una recessione amplia significativamente gli effetti di disoccupazione e di diseguaglianza che ne seguono”. In pratica il credito è come se li accelerasse. Infine, anche lo stato di salute del settore bancario ha la sua importanza. Più è debole, più gli effetti negativi sulla diseguaglianza aumentano.

“Presi insieme – concludono – questi risultati suggeriscono un importante link fra credito, crisi e diseguaglianza”. Chi l’avrebbe mai detto.

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