Etichettato: diseguaglianza

L’altra diseguaglianza: quella dei consumi


L’ultimo bollettino delle Bce ci consente di fare il punto su una vicenda annosa – che perciò rima con noiosa – che ha il potere di sollevare grandissime curiosità, nonché svariati riflessi pavloviani: la diseguaglianza.

Grande tema, di sicuro, ma che contiene tali e tante articolazioni da finire col generare parecchia confusione e recriminazioni ancora più numerose. Alla fine la questione, che è squisitamente economica, diventa politica, nel senso però deteriore del termine.

Negli anni la narrazione che si imposta all’opinione pubblica è che a partire dagli anni ’80 la diseguaglianza è aumentata, per ragione legate all’organizzazione del lavoro, alla globalizzazione e, dulcis in fundo, ai cambiamenti nell’imposizione fiscale. Tanto basta per trasformare ogni pacato ragionamento in una rissa.

Anche la Bce parte da questa narrazione, offrendo però alcuni approfondimenti che rendono il discorso molto più interessante, oltre che informativo. Cominciamo dai dati.

Il grafico sopra misura la diseguaglianza di reddito – che è cosa molto diversa dalla diseguaglianza di ricchezza – per alcuni paesi. Misura il reddito lordo del 10% più ricco rispetto al 50% più povero, a partire dal 1980. Se guardiamo al caso americano, l’istogramma significa che nel 2019 il 10% più ricco aveva un reddito che era più del 300% del 50% più povero, a fronte di un po’ meno del 200% nel 1980. Notate che l’unico paese fra quelli considerati dove il livello di diseguaglianza è diminuito è la Spagna.

Il reddito lordo però non tiene conto dell’imposizione fiscale che è uno strumento molto potente in mano ai governi per “livellare” – o redistribuire come si ama dire – i redditi, “ma la natura precisa di tale effetto varia da un
paese all’altro in funzione delle caratteristiche del sistema fiscale adottato”, sottolinea la Bce.

Il grafico sopra mostra la diseguaglianza, misurata dall’indice di Gini, corretta per l’imposizione fiscale, quindi dopo che lo stato ha redistribuito tramite le tasse. Ricordo che l’indice di Gini varia da 0 (massima uguaglianza) a 100 (massima diseguaglianza). Quindi nel grafico abbiamo il reddito di mercato – che è lordo – e quello disponibile, al netto delle tasse. Come si può osservare c’è una notevole differenza. Italia e Usa hanno lo stesso livello di diseguaglianza di mercato ma un livello molto diverso di diseguaglianza di reddito disponibile. In Italia c’è minore diseguaglianza di reddito disponibile, e in Germania ancor meno, malgrado il reddito di mercato sia a un livello simile.

La percezione del fenomeno cambia ancora se prendiamo in considerazione un’altra possibile misura della diseguaglianza: quella dei consumi. “Le disuguaglianze nei consumi sono talvolta considerate un indicatore del tenore di vita e del benessere migliore rispetto alle misure basate sul reddito o sulla ricchezza”, sottolinea la Bce. E quanto ai nostri esiti, ciò che si osserva è che “i consumi risultano sostanzialmente meno concentrati della ricchezza netta,
fattore che sembrerebbe indicare che il benessere economico è distribuito in maniera più uniforme rispetto alla ricchezza”.

Notate che negli Usa c’è una minore diseguaglianza dei consumi rispetto all’Italia. L’esatto contrario di quanto accade per il reddito disponibile. Tale risultato è probabilmente conseguenza del fatto che i più ricchi risparmiano di più, in rapporto al loro reddito. Ma se il consumo è un indicatore di benessere, allora la diseguaglianza dei redditi non impedisce un livello abbastanza equo di consumi – magari favoriti dall’indebitamento, ma questa è un’altra storia – e quindi di benessere.

Questo ovviamente non c’entra con la ricchezza, che è un’altra cosa ancora. Ma di questo conviene parlare dopo. Intanto tenete a mente questo.

(1/segue)

La terza crisi dei ceti deboli è quella che farà più male


L’ultimo Outlook diffuso dall’Ocse, aldilà delle numerose ed interessanti analisi economiche, ci consente di tratteggiare uno scenario politico a venire non proprio incoraggiante, relativamente almeno alla composizione di molte società nei prossimi anni.

In breve, la crisi provocata dal Covid è la terza in vent’anni che colpisce duramente i ceti deboli. Con l’aggravante che questa volta non solo queste persone saranno penalizzate in termini di reddito e ricchezza, ma soprattutto pagheranno un prezzo elevatissimo in termini di istruzione, ossia uno dei pochi canali di mobilità sociale capace – almeno in teoria – di affrancarle da una situazione di svantaggio socio-economico.

Tutto ciò non può che sollevare interrogativi – proporre risposte sarebbe quantomeno velleitario – circa la fisionomia delle nostre società in futuro, dove non solo sembra emergere un forte dualismo fra benestanti e poco abbienti, con un crescente assottigliamento del cuscinetto rappresentato dal ceto medio, ma soprattutto si nota una presenza crescente dello stato nelle diverse articolazioni sociali.

Anche su questo, la pandemia ha avuto l’effetto accelerare un incendio già in corso. La crisi, infatti, ha sviluppato all’estremo una tendenza già palese da anni, che oggi si manifesta nell’esplosione dei debiti pubblici, ritenuti inevitabili e necessari, proprio per provare a garantire a questi ceti deboli il sostegno di cui hanno bisogno.

Senonché il rimedio rischia di essere peggiore del male. Educare milioni di persone all’assistenza statale rischia di produrre non solo un’abitudine perniciosa – e costosa – ma anche di favorire derive paternalistiche che molto facilmente possono diventare autoritarie. Quando ci si abitua a delegare tutto allo stato, il rischio che nulla sia fuori dallo stato cresce esponenzialmente. E senza bisogno di ricordare i totalitarismi del passato, oggi è il modello cinese che si rischia di importare senza neanche rendersene conto.

Se usciamo dalla visione politica e torniamo a quella economica, le osservazioni di Ocse confermano che il peggio (non) è passato. O meglio, che si intravede qualche spiraglio di miglioramento, ma che ancora troppe incertezze infragiliscono la tenue ripresa che si prepara per i prossimi due anni, che a stento compenseranno – e forse neanche – i danni di questo terribile 2020.

A parte che per la Cina, come si può notare dal grafico sopra. Col che incoraggiandosi l’idea che sia quello il modello vincente. Non solo relativamente alla gestione della pandemia. Ma anche del nostro vivere in comune.

Le previsioni Ocse mostrano con chiarezza chi sono, e soprattutto saranno, i perdenti di questa crisi. Dal lato delle imprese, quelle più piccole e più giovani.

Dal lato dell’occupazione, i lavoratori meno professionalizzati e quindi già al fondo della classifica dei redditi, con l’aggravante che molti di loro sono anche giovani.

Purtroppo i vari lockdown hanno aggiunto una ulteriore fragilità a un quadro già debole. La chiusura delle scuole, infatti, ha gravemente penalizzato quello meno dotate di mezzi, e di conseguenza gli studenti – in gran parte poveri di mezzi anch’essi – che le frequentavano, che poi sono gli stessi che già avevano prestazioni più basse nel rendimento.

Questo limitare ulteriormente possibilità già scarse rischia di cristallizzare una situazione sociale dove alla diseguaglianza del reddito si aggiunga, peggiorata, anche quella delle opportunità. Con lo stato a elargire sussidi compensatori.

Non è il peggiore dei mondi possibili, probabilmente. In quello non ci sarebbero neanche i sussidi. Ma di sicuro non è neanche il migliore.

La sparizione della classe media dipende pure dal fisco


Nel grande libro della nostre cronache economiche cresce di volume il capitolo dedicato al tema assai popolare della diseguaglianza al cui interno occupa uno spazio crescente un’altra questione ad esso correlata: la sparizione della classe media, o quantomeno il suo assottigliamento, alla quale stiamo assistendo da almeno un paio di decenni. Sulle ragioni di tale tendenza sono stati versati i canonici fiumi d’inchiostro, con la globalizzazione grande indiziata nel processo intentato dalle opinioni pubbliche di mezzo mondo.

Mezzo mondo letteralmente, visto che la globalizzazione trova illustri difensori fra i campioni dei paesi emergenti, e non a caso. Il teorema dell’aumento della diseguaglianza, del quale la sparizione della classe media è un corollario, cela infatti una natura bifronte che viene messa bene in evidenza nell’ultimo Fiscal Monitor del Fmi. L’analisi cela in sostanza un dilemma di difficile scioglimento, visto che, come si può osservare da questo grafico, la diseguaglianza è diminuita globalmente mentre è aumentata all’interno dei paesi. In sostanza l’indice di Gini, che lo ricordo è uno degli indicatori statistici utilizzati per misurare l’equità della distribuzione di reddito e ricchezza all’interno di una società, è diminuito di alcuni decimi di punto negli ultimi trent’anni su scala globale, mentre è aumentato all’interno di alcuni paesi a partire dal XXI secolo. In sostanza, la diminuzione della povertà globale, guidata dai progressi registrati in Cina e in altri paesi emergenti, è stata in qualche modo associata a una maggiore diseguaglianza a livello locale, con i paesi avanzati a guidare la classifica per la semplice ragione che qui la classe media è cresciuta e ha prosperato a partire dal secondo dopoguerra. Quindi chi dice che la diseguaglianza è aumentata dice una mezza verità e una mezza bugia, dipende da come la si vede.

Se focalizziamo la nostra attenzione sull’aumento della diseguaglianza all’interno dei singoli paesi, ci ritroviamo nel pieno nella narrazione che va per la maggiore, con i ricchi che diventano più ricchi e i poveri che aumentano. Questo effetto è la conseguenza oppure la causa, dipende sempre da come la si veda, proprio dell’assottigliarsi della classe media. L’analisi del Fmi diventa interessante allorquando prende in esame un altro possibile indiziato in questo processo: il declino pluridecennale della progressività fiscale, associato al suo compagno di ventura: la liberalizzazione dei flussi di capitale. Ecco come la racconta il Fondo.

In sostanza, ci viene raccontato che c’è stato un notevole calo delle imposte sui redditi elevati dall’inizio degli anni ’80. Questo viene associato al fatto che oggi il 10% più ricco detiene il 50% della ricchezza globale, mentre si nota che ci sono poche prove che un aumento delle tasse scoraggi la crescita. Se unite i fili, il sottotesto è molto chiaro. I policymaker dovrebbero prendere in considerazione l’idea di tornare a far crescere le tasse sui redditi più elevati, che però, nota il Fondo, appartengono ai grandi influencer della vita pubblica. E questo rende l’opzione politicamente poco praticabile. Vale la pena ricordare tuttavia che all’inizio degli anni ’80 in alcuni paesi (il Giappone) l’aliquota più alta sfiorava il 90%, come si può vedere da questo grafico. Si tratta di un’informazione ormai acquisita da un pezzo nel dibattito pubblico. “La progressività è molto diminuita negli anni ’80 e negli anni ’90 ed è rimasta sostanzialmente stabile da allora”, scrive il Fmi. Sappiamo dunque cosa successe negli anni ’80: nei tre decenni trascorsi da allora il top income tax rate, ossia l’aliquota più elevata, nella media dei paesi Ocse è passata dal 62% del 1981 al 35% del 2015.

Al contrario si tende a dimenticare quello che è successo negli anni ’90. “Molte riforme fiscali fin dagli anni ’90 – scrive il Fmi – hanno riguardato un aumento delle soglie di esenzione, associato a un minor tasso di progressività, causando uno spostamento nel peso della tassazione dai redditi molto bassi e molto alti a quelli medi”. La famosa classe media. I ricchi sono diventati più ricchi e i poveri meno poveri, solo che al contempo, anche per le varie crisi che si sono succedute, è iniziato quel processo di scivolamento di molti della classe media che si trovavano ai margini e che hanno finito col far aumentare il numero complessivo dei poveri. Come dire: i poveri sono diventati meno poveri, ma più numerosi. E questo non è accaduto solo per colpa della globalizzazione o dei capitalisti, ma anche per precise scelte dei governi. Questo mutamento è osservabile dal grafico che abbiamo visto prima: l’indice di Gini all’interno dei paesi inizia a peggiorare proprio dagli anni ’90, in confronto alla fine degli anni ’60, e poi di nuovo agli inizi del XXI secolo, mentre la crisi del 2008 non l’ha mutato.

Il Fmi non analizza le ragioni di questa scelta, che ha riguardato pressoché tutti i paesi avanzati. Però osserva un’altra caratteristica di questo trentennio: lo spostamento crescente della tassazione sul lavoro a vantaggio del capitale, motivata in parte con l’esigenza della competizione in un mondo dove i capitali venivano lasciati sempre più liberi di circolare. Sia come sia, il risultato è chiaro. La diseguaglianza all’interno di molti paesi paesi è aumentata. Molto sarà dipeso dalla crisi, o dall’internazionalizzazione, come dicono i No global. Ma pure il Fisco ha fatto a sua parte.

Le ragioni nascoste dietro il totem della diseguaglianza


Discorrere di diseguaglianza, dieci anni dopo la peggiore crisi dagli anni ’30 del secolo scorso, è garanzia di sicura attenzione da parte di folle oceaniche più o meno arrabbiate per ciò che è accaduto, insoddisfatte per come si manifesta il presente, e spaventate quando guardano al futuro. In tal senso la diseguaglianza è una di quelle parole magiche che appartengono al moderno culto tribale che incarna l’economia del nostro tempo. Un culto che venera misteriose divinità – pensate al pil o al deficit strutturale o ad altre amenità statistiche – e pratica cerimoniali – le manovre finanziarie di un governo o di una banca centrale – abitati da sciamani che evocano totem capaci di generare effetti magici sulle folle. Ecco, la diseguaglianza è uno di questi. Conferma in ognuno la sensazione di aver subìto e subire un torto – che poi è la peggiore eredità della crisi – e insieme individua il rimedio: maggiore uguaglianza. Che è un’altra parola magica che ha il vantaggio di placare gli animi esacerbati senza neanche bisogno di spiegare cosa significhi né come si possa perseguire. Sicché all’osservatore che voglia comprendere senza pregiudizi di cosa si discorra esattamente quando si parla di diseguaglianza e della necessità di una maggiore eguaglianza, non restano che due strade da percorrere: accettare la fatica del ragionamento, magari fondato su elementi di fatto, o sintonizzarsi con l’onda emotiva che promana da queste folle esauste e produrre uno di quei pensierini edificanti che si esauriscono nello spazio di un post su qualche social network il cui succo è: si, c’è troppa diseguaglianza e serve una maggiore eguaglianza, in un trionfo di retorica tautologica. Noi abbiamo scelto la fatica del ragionamento.

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