Il costo della pandemia di cui non si parla: quello futuro


Ci voleva qualcuno che ci ricordasse che il peggio che è già accaduto – segnatamente una crollo economico che non si vedeva dai tempo della Grande Depressione – per tacere delle tragedie umane che ha portato con sé, prepara semplicemente il peggio che deve ancora venire. E non tanto (o non solo) perché la pandemia sembra conoscere la sua seconda giovinezza, ma perché i danni che ha già fatto e quelli che andrà ancora a fare sconteranno i loro effetti in un arco di tempo assai più lungo di quello che le nostre cronache disperate tendono a immaginare.

E serve ricordarlo oggi con maggior decisione, visto che il governo ha ribadito l’intenzione su far svolgere le scuole superiori non più in presenza ma a distanza. Che significa semplicemente, visto lo stato comatoso nel quale si trovano i nostri servizi pubblici specie in alcune zone del paese, che questi giovani rischiano di perde un anno scolastico. Meglio dirlo con chiarezza.

Non si tratta qui di svolgere il ruolo ormai abusato di menagramo, che pure così tanti ispira, ma semplicemente di sentinella, per la semplice ragione che avere contezza del brutto che si prepara può aiutarci a individuare qualche rimedio capace di tamponare il danno profondo che una pandemia del genere provoca in tutte le società. E la prima cosa da fare è capire dove questo danno generi i suoi effetti peggiori.

Tralasciamo per pudore l’aspetto umano di questa tragedia, visto che nulla può compensare la perdita di vite, e proviamo a focalizzare l’attenzione su quello che possiamo – umanamente – provare a rimettere in ordine. Da dove cominciare?

Ed ecco qui che ci viene in aiuto un discorso pronunciato da Jens Weidmann un banchiere centrale, e per giunta tedesco, che ha il pregio di avere la lucidità sufficiente da aiutarci a mettere a fuoco le zone più sensibili, e quindi forse più rilevanti, sulle quali concentrare la nostra attenzione: la de-globalizzazione, l’indebolimento del sistema dell’istruzione e il debito accumulato dai governi.

Un occhio poco allenato potrebbe pensare che siano argomenti affatto afferenti fra loro. Ma è facile vedere che così non è. I tre problemi si intersecano vicendevolmente. Il debito, che grava su tutti i servizi pubblici, peggiorerà inevitabilmente l’istruzione che quindi scoraggerà la mobilità del lavoro a livello internazionale, e quindi peggiorerà il livello di globalizzazione che, com’è noto si basa sul principio della libera circolazione di merci e persone seguendo la logica dell’utilità e del profitto. Concetti che oggi vengono vissuti come un’aberrazione, e questo la dice sulla profondità del danno che si sta realizzando nel nostro sentire sociale.

Non è certo un caso che Weidmann cominci la sua allocuzione ricordando i danni prodotti dal secondo conflitto mondiale e l’importanza del piano Marshall i quali in un certo modo evocano quelli contemporanei. La pandemia ha prodotto un crollo economico del tutto assimilabile a quello del 29, secondo quanto osservato di recente dalla Fed.

Da qui l’esigenza di adottare quelle politiche espansive, sia fiscali che monetarie, che hanno impedito che il copione della Grande Depressione tornasse d’attualità. Il rimbalzo delle economie nell’ultimo trimestre di quest’anno lascia ben sperare, a tal proposito. Se non fosse che ne frattempo la pandemia sembra aver ritrovato vigore e quindi sia capace di fare nuovi e ancora più profondi danni.

Ma a prescindere da ciò, i lineamenti dei danni di lungo termine sono già evidenti. Citando lo storico Harold James, Weidmann osserva che “il 2020 è un anno di de-globalizzazione”. Oltre al vistoso caso di esportazioni di materiale medico, indotto dal desiderio di ogni paese di preservare le sue necessità, si è osservato un notevole sconquasso nelle catene globali del valore. “In Germania, ad esempio, i beni intermedi non sono arrivati per lungo tempo e le aziende hanno dovuto effettuare tagli temporanei alla produzione”, spiega. Da qui l’esigenza di “reshoring” or
“repatriation”. Quindi de-globalizzare la produzione per tamponare la mancanza di flussi esterni di beni intermedi.

Ma è un rimedio peggiore del male. “Questa scelta non ha conferito maggiore resilienza ai paesi che l’hanno adottata”, dice. E questo ci conduce alla semplice verità che tutti i fan del protezionismo commerciale tendono a ignorare: “Un paese non può, al tempo stesso isolarsi dagli shock esteri e approfittare dell’apertura dei mercati per proteggersi dagli shock interni”. Inutile aggiungere altro, se uno ha orecchi per intendere.

Ma se proprio si hanno ancora dubbi, vale la massima di altri due economisti, Richard Baldwin e Simon Evenett: “Il commercio non è il problema, è parte della soluzione”. Vale la pena ricordarlo, specie osservando che la mania protezionista, lungi dall’essere indotta dal Covid, era ben incubata negli atteggiamenti di molti paesi, come mostra la curva declinante del commercio internazionale sin dai tempi della Grande Recessione.

 

La questione dell’istruzione è ancora più drammatica. Nel punto più buio della crisi 1,7 miliardi di bambini sono rimasti fuori dalle scuole. E bisognerebbe avere l’onestà intellettuale di riconoscere che l’istruzione on line, per quanto meglio di nulla, non è la stessa di quella fra i banchi. E soprattutto che, come ha detto Warren Buffett, “Più impari, più guadagnerai”, che in inglese è più bello a dirsi ovviamente (“The more you learn, the more you’ll earn,”).

Come controprova fattuale della massima di saggezza del guru americano, Weidmann racconta di quando, nella Germania degli anni ’60, alcuni stati tedeschi compressero due anni di scuola di sedici mesi per “sincronizzare” l’inizio dell’anno scolastico in tutto il paese. Successivamente è stato osservato che gli studenti coinvolti in quelle misure hanno guadagnato in media il 5% in meno, nel corso della loro vita professionale, rispetto a chi non aveva subito questa misura.

Se usiamo l’esempio tedesco dei ’60 come indicatore di una tendenza, non certo come una verità assoluta, possiamo comunque quantomeno paventare che la generazione di scolari che ha dovuto convivere col Covid farà molta più fatica di quella precedente ad avere un livello di conoscenze tali da garantire una produttività assimilabile a quest’ultima. Che peraltro non era già delle migliori.

Rimane il fatto che “la pandemia ha inflitto gravi ferite ai giovani”. “Gli aggiustamenti del mercato del lavoro li hanno colpiti in maniera sproporzionata e possono compromettere le loro carriere”, mentre le “chiusure delle scuole hanno danneggiato i loro skills e compromesso il loro redditi futuri”.

Analogamente si può dire delle finanze pubbliche. In molti paesi, a cominciare dal nostro, erano un problema anche prima del Covid, e adesso la situazione si è deteriorata ulteriormente. Secondo le stime del Fmi, il debito pubblico nelle economie avanzate eccederà il 125% del pil nei prossimi anni. Inevitabile, dice il banchiere. Ma “tutte le misure di crisi dovrebbero essere temporanee”, il che è molto più facile a dirsi che a farsi.

In quest’ottica l’esortazione finale del banchiere tedesco – “la cooperazione internazionale può essere più importante che mai” – suona come l’ultimo appello per un mondo che sembra aver disimparato la lezione del dopoguerra. “Nessuno può farcela da solo”, vale a dire. “Il tempo per le politiche che guardano verso l’interno dovrebbe essere finito”, conclude. Il futuro dipenderà tutto da quel condizionale.

Un Commento

  1. renzo

    Mah, contento lei ! Weidmann è tedesco, quindi ipso facto mercantilista di ferro ed egemonista .
    Ho il sospetto che per lui la cooperazione significhi esempi tipo quello citato dei problemi nelle supply chains .
    Crederò ai bei discorsi sulla cooperazione internazionale quando Weidmann e la Germania si impegneranno in una politica prolungata di disavanzi commerciali e deficit della bilancia dei pagamenti, e quando chiederanno l’abolizione dei trattati basati sulla loro filosofia e sulle loro esigenze.
    Al momento in Italia il mainstream , contro ogni evidenza, continua a battere sul tasto di quanto siamo amiconi e cooperativi in Europa , mentre ai tedeschi e paesi collegati è sempre stato chiaro che si trattava di gestire la competizione intraeuropea e di portarla a proprio vantaggio, come già dissi in passato . Questo a tutt’oggi è il piano di realtà che si continua a negare da queste parti. Il massimo che ci si può aspettare sono delle mosse di apertura per tenere insieme la gara che in primis ha premiato loro.

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