La guerra secolare delle banche centrali

La guerra scatenata dai russi, e la successiva reazione dei paesi d’Occidente, che hanno pesantemente sanzionato le istituzioni finanziarie russe inclusa la banca centrale, ci ricorda il ruolo importante che questi istituti hanno finito con l’interpretare nei grandi conflitti internazionali da quando sono diventate, di fatto, l’architrave delle finanze di uno stato.

Dall’epoca nella quale i regnanti finanziavano le loro guerre grazie al credito dei banchieri privati, che tante fortune e fallimenti ha provocato, siamo passati al tempo, iniziato ormai oltre tre secoli fa, nel quale una banca nazionale, che presto assumerà la connotazione della banca centrale come la conosciamo oggi, ha consentito al governo di sostenere i conflitti e le crisi utilizzando gli strumenti a propri disposizione, o creandone di nuovi.

Possiamo farci un’idea di queste attività, che oggi si sono in qualche modo riprodotte in tempo di pace, ma che molto facilmente potranno essere nuovamente votate alle guerra, scorrendo alcuni contributi molto interessanti pubblicati in questi giorni su voxeu.org, a cominciare da quelli che raccontano del comportamento della Banca d’Inghilterra nel lungo ventennio delle guerre napoleoniche. Ossia il tempo in cui la banca inglese “scoprì” la sua vocazione di sostegno finanziario del governo. Vedremo poi come evolverà tale sostegno in occasione della prima e soprattutto della seconda guerra mondiale.

I torbidi militari che coinvolsero l’Inghilterra durarono dal 1793 al 1815, quando il congresso di Vienna pacificò l’Europa dopo la lunga avventura napoleonica. La Banca d’Inghilterra era una realtà consolidata ormai da un secolo. Nata per iniziativa di alcuni mercati della City che concessero un prestito al Re per la solita guerra, l’istituto ormai si era guadagnato una solida reputazione che lo trasformerà nel corso del XIX secolo nella prima grande banca centrale.

Ma ancora prima che ciò succedesse, Adam Smith scriveva nella sua Ricchezza delle Nazioni che “la stabilità della Banca d’Inghilterra è uguale a quella del governo britannico… [La Banca d’Inghilterra] agisce, non solo come una banca ordinaria, ma come un grande motore di stato”. L’opinione di Smith è stata confermata dalla storia. Molti osservatori sottolineano che la Banca fu uno strumento fondamentale per la trasformazione dell’Inghilterra in una potenza non solo marittima, ma soprattutto finanziaria. Londra divenne la piazza internazionale degli scambi finanziari che la presenza e l’azione della Banca contribuiva continuamente a stabilizzare. Chiunque abbia letto Lombard Street di Bagehot non faticherà a capire le ragioni.

Nel ventennio della guerra napoleonica, alcune caratteristiche dell’economia inglese furono di importanza fondamentale per garantire al paese le risorse di cui aveva bisogno per affrontare il conflitto. Da una parte il Tesoro, che disponeva di robuste risorse fiscali; dall’altra la Banca d’Inghilterra che forniva finanziamenti e gestiva il debito a breve e lungo termine. A lungo andare ciò consentì un volume crescente di spesa pubblica che nel corso del XIX secolo si cristallizzò a livelli ben più elevati del secolo precedente. Una tendenza che il XX secolo, anche grazie alle due guerre globali, finì con rafforzare, aumentando così la presa del governo sull’economia.

In questo modo l’Inghilterra consolidò anche il suo ruolo di “cassaforte” degli alleati militari, come si era già osservato nel corso della Guerra dei sette anni (1756-63), quando il denaro inglese andò a finanziare la Prussia di Federico il Grande.

Un copione che si ripeté anche nel corso delle guerre contro Napoleone. L’Inghilterra spesso prestò i suoi lingotti d’oro agli alleati, prelevandoli dalle riserve della Banca, che nel frattempo era stata “liberata” dall’obbligo della conversione, avendo il governo inaugurato un corso forzoso che durerà per tutta la guerra, e trasformando quindi le banconote della Banca, per l’occasione emessa anche in tagli minori, nella valuta di circolazione. La stampa di banconote fu notevole, e tuttavia non ebbe un impatto altrettanto rilevante sui prezzi. Anche qui, gli storici ipotizzano che molto dipese, in questa sostanziale stabilità del quadro finanziario ed economico, dalla reputazione che la Banca si era guadagnata sul campo.

Ma anche per questo fenomeno, dopo la guerra, quando tornò la convertibilità, la quantità delle banconote in circolazione rimase superiore a quella ante guerra e iniziò a crescere con regolarità.

Nel dopoguerra napoleonico si vedevano già i semi del futuro: intervento crescente del governo nell’economia tramite la spesa pubblica e aumento della liquidità in circolazione. Non era ancora l’oggi, ma iniziava a somigliargli.

(1/segue)

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