Dopo la pandemia virale, arriva quella di zombie

La straordinaria generosità che le economie avanzate hanno mostrato di voler mobilitare in occasione della pandemia è stato un chiaro segnale non solo di forza economica, ma anche della capacità di questi paesi di fare la cosa giusta quando si riconosce come necessaria. Qualità sicuramente commendevole, ma non certo priva di controindicazioni, come stiamo scoprendo in questi mesi nei quali, complice la guerra, i prezzi rischiano di andare fuori controllo.

Ma non c’è solo l’inflazione che dovrebbe preoccuparci. Un recente paper pubblicato dal Nber ci ricorda un’altra delle conseguenze non intenzionali che l’allargarsi della generosità – leggi sussidi – ha provocato nel nostro tessuto socioeconomico: la straordinaria crescita di imprese zombie. Ossia imprese che stanno a galla solo perché sono sussidiate in vari modi, a cominciare dal costo ridotto del loro servizio del debito.

Ovviamente è ancora prematuro pensare di poter avere analisi fondate sugli effetti di cattiva allocazione delle risorse provocate dagli incentivi Covid. E tuttavia l’esperienza è una buona maestra, di solito. E quanto a sussidi, ne abbiamo abbastanza da scrivere svariati volumi. Senza avere tali pretese, ci accontentiamo di leggere quello che osservano gli autori del paper, che è già piuttosto informativo.

Cominciamo dall’origine di questo fenomeno. Solitamente, spiegano, l’emergere di questo fenomeno segue a uno shock. Le imprese zombie giapponesi, per dire, sono esplose quando il paese ebbe una devastante recessione patrimoniale alla fine degli anni ’80. Lo stesso è accaduto negli Usa e in Ue dopo la grande crisi finanziaria del 2008 e la crisi del debito sovrano dei primi anni Dieci.

Ad aggravare il fenomeno contribuiscono certe rilassatezze regolamentari, che consentono a banche sottocapitalizzate di rimanere sul mercato, e quindi a fornire credito “zombie” ad imprese che magari lo sono a loro volta. Alcune osservazioni, infatti, confermano che in Europa solo il 32% degli asset zombie sono in pancia a banche ben capitalizzate. E il risultato solitamente osservato è che questa “zombificazione” dell’economia azzoppa la crescita. L’esito logico di una cattiva allocazione delle risorse. Anche perché i prestiti non servono a migliorare lo stato di salute delle imprese più deboli. Semplicemente le tengono in vita.

Questa “sopravvivenza” genera diversi tipi di distorsioni, che influiscono i prezzi, sia del lavoro che delle merci, finendo col minare gli effetti benefici della competizione. E quindi si aggiungono altre zavorre alla crescita economica, che perciò ne risulta ulteriormente impedita.

I casi osservati nel paper non aggiungono granché altro a queste constatazioni. Si discute dei possibili rimedi, che vanno dal miglioramento della regolazione bancaria alla riforma delle leggi fallimentari. Ma è chiaro che l’origine del problema è l’idea che le bolle non possano esplodere, ma semmai sgonfiarsi lentamente, pure se al prezzo di rallentamenti. Il caso americano, da questo punto di vista, è icastico.

Il grafico sopra mostra la quota zombie di aziende negli Usa, adottando diversi criteri di definizioni. Aldilà del dettaglio tecnico, rimane però evidente il trend. A seconda delle definizioni utilizzate, la quota di imprese zombie che operano in quel paese oscilla fra il 10 e il 20%.

I dati ancora non permettono di trarre conclusioni sugli effetti che le politiche di sostegno varate dopo il Covid avranno su questa categoria di entità economiche. Ma se l’esperienza insegna – e in effetti insegna – possiamo ipotizzare con buone ragioni che saranno notevoli e diffusi. Praticamente un’altra pandemia. di zombie, stavolta.

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