Se inflazione e globalizzazione vanno a braccetto da vent’anni (e oltre)

Adesso che l’inflazione sembra alleggerire la sua pressione, al punto che sono attesi tagli al costo del denaro, conviene analizzare il fenomeno più in profondità, uscendo dall’ansia congiunturale, e sviluppare un’osservazione su un tempo lungo. L’esercizio rivela la sua utilità perché ci mette nella condizione di avere una comprensione diversa dal solito del processo inflazionistico che proprio la nostra ultima crisi dei prezzi rende necessaria. La teoria dell’inflazione troverà ovviamente da sola la strada per aggiornarsi. Qui ci limiteremo a mettere in ordine alcune evidenze aneddotiche per provare ad ampliare il nostro sguardo, nella convinzione che il primo requisito di qualunque aggiornamento di una teoria sia proprio quello di guardare ai fatti con occhi diversi dal solito.

Perché tale osservazione sia robusta abbastanza, dobbiamo iniziare a guardare molto più indietro del nostro passato recente. Un buon momento potrebbe essere l’inizio del XXI secolo, quando accaddero due eventi rilevanti che mutarono notevolmente, e con effetti duraturi, l’economia internazionale: l’ingresso della Cina nel WTO, che diede il via a una robusta impennata degli scambi internazionali, e la crisi della bolla hi tech/internet negli Stati Uniti, che costrinse la Fed a inaugurare una stagione di ribassi dei tassi di interesse: dal 6% del 3 gennaio 2001, i tassi furono portati all’1,75% a dicembre. Il trend di ribasso dei tassi durò fino alla prima metà del 2004 (vedi grafico sotto).

La Fed emette la principale valuta di riserva internazionale, che viene anche ampiamente utilizzata per le transazioni commerciali e finanziarie di tutto il mondo, quindi le sue decisioni di politica monetaria influenzano molto le scelte delle altre grandi banche centrali. Si possono insomma considerare con buona approssimazione una misura degli andamenti delle politiche monetarie globali. La Cina, dal canto suo, rappresentava all’epoca la principale economia emergente che entrava nel grande gioco globale.

I due eventi combinati ebbero notevoli ripercussioni, pure se per ragioni e canali diversi, su tutto l’ordito dell’economia internazionale. Alla globalizzazione degli scambi di beni si affiancò una notevole intensificazione degli scambi finanziari, favoriti da una crescente disponibilità di denaro a basso costo.

Come si comportava l’inflazione in quell’arco di tempo? Usiamo i dati elaborati dal Fmi per una visione globale, che quindi non fa riferimento a paesi specifici ma delinea un trend. L’indice preso in considerazione è quello del tasso di inflazione dei prezzi medi al consumo del mondo.

Dal 2001 in poi l’indice tende a diminuire scendendo sotto il 4%, per risalire lievemente dopo il 2005 e poi tornare a moderarsi.

(L’articolo prosegue su Aspenia on line a questo link).

Cartolina. La cura che non pesa

Tolte le pensioni, che in un contesto di costante crescita del numero degli anziani non possono che pesare sempre più, la voce dell’assistenza sanitaria e delle cure a lungo termine sarà la principale fonte di stress fiscale per i governi fino al 2070, secondo le previsioni dell’Ue. Sarebbe interessante riflettere sul perché siamo riusciti a aumentare la longevità senza accompagnarla con quel sovrappiù di saggezza che, al netto delle disavventure che possono occorrere a chiunque, aiuta a invecchiare bene. Capire perché tutta la nostra ricchezza non ha condotto a un maggiore benessere questa pletora di anziani. Ma questa domanda non è stata ancora posta, nelle nostre società, che si contentano di prolungare la vita delle persone senza interrogarsi su cosa favorisca e cosa sfavorisca la vitalità. Spendiamo cifre incredibili per curare tutti. Ma la cura, che comincia col prendersi cura di se stessi e non pesa sul bilancio dello stato, è ancora lontana.

Cartolina. Welfare o warfare, questo è il problema

La guerra costa cara, ma anche la pace a ben vedere. Il problema, quindi, non è tanto quanto si spenda per i cannoni, ma quanto non si spende per gli ospedali e il resto del welfare per pagarsi il warfare. Sono i famosi trade off per i quali è tristemente nota la scienza triste, che ricorda ad ogni pie’ sospinto come le risorse siano limitate, tranne che nei sogni dei demagoghi. L’Occidente, negli ultimi decenni, ha speso sempre meno per i cannoni, specie da quando la minaccia sovietica è scomparsa dai radar, e si è concesso diversi accomodamenti. Ma adesso questo trend sembra messo in discussione. Col paradosso che decenni di spesa pubblica per il welfare hanno prodotto un mondo che rivuole il warfare. Si potrebbe chiamarlo il pendolo della storia. Forse, più semplicemente, siamo incontentabili.

La deflazione cinese raffredda i prezzi internazionali

Sempre perché la globalizzazione è assai più complessa di come la si immagina, vale la pena dedicare due righe a un’interessante analisi pubblicata sull’ultima relazione annuale della Bis, dove si individua un robusto collegamento fra l’andamento dei prezzi in Cina, dove i prezzi sono rimasti congelati mentre nel mondo delle economie avanzate esplodevano, e quello dei prezzi internazionali. Per farla breve, le forze disinflazionarie cinesi hanno contribuito a raffreddare i prezzi alle importazioni dei tanti partner commerciali dei Dragone, e di conseguenza hanno avuto un effetto benefico sui loro prezzi interni.

Non sarà tanto, ma comunque non è poco. In un mondo che pensa che chiudere i confini sia la risposta ai problemi esterni, questa piccola storia mostra come molto più spesso di quanto si creda dall’esterno arrivano contributi che aiutano a riequilibrare l’interno. Sempre che l’interno abbia una vocazione all’equilibrio, ovviamente.

La Bis stima che la deflazione cinese abbia raffreddato i prezzi all’importazione nelle maggiori economie del 5 per cento soltanto l’anno scorso. E questo risultato è dipeso sia dal ruolo della Cina come fornitore di beni intermedi – ad esempio l’acciaio – sia di produttore di beni finali.

Com’era facile prevedere, i prezzi congelati hanno favorito l’export cinese (linea gialla grafico sopra a sinistra). In particolare si segnala la notevole crescita del volume di esportazioni di prodotti di ferro e acciaio, cresciuto del 9,4% a febbraio 2024 su base annua, a fronte di un calo dei prezzi del 15,7, e soprattutto del settore auto, cresciuto nello stesso periodo del 27,7 per cento a fronte di prezzi in calo del 4,4 per cento. A ciò si è aggiunta la svalutazione dello yuan, che fra il 2022 e il 2024 ha perso il 6 per cento del suo valore reale (linea rossa grafico sopra) che arriva al 13 per cento se associamo la svalutazione alla deflazione dei prezzi.

Gli altri paesi hanno subito gli effetti di questi andamenti sui prezzi alle importazioni, come abbiamo già osservato. I paesi che ne hanno goduto di più sono stati quelli con maggiori relazioni commerciali con i cinesi, come Australia, Brasile e India. Altrove è esploso il dibattito sui dazi.

Ricchezza e diseguaglianza delle famiglie italiane

Tema sensibilissimo, per i suoi numerosi risvolti, la questione della ricchezza delle famiglie italiane viene ospitata regolarmente nei rapporti che Bankitalia dedica all’economia del nostro paese. A dirla tutta, non c’è banca centrale che non monitori questi aggregati con la volenterosa collaborazione degli istituti di statistica che forniscono mezzi e strumenti di rilevazione.

Gli ultimi aggiornamenti, relativi all’anno 2023, ci raccontano che rispetto al 2010 il 10 per cento più ricco della popolazione ha visto crescere di sette punti al quota totale della ricchezza netta complessiva del paese, arrivando al 60%. A fronte di ciò, la metà meno abbiente non arriva complessivamente al 7% della ricchezza netta complessiva.

La crescita della ricchezza per i più abbienti, scrive Bankitalia, è avvenuta “principalmente a scapito di quella della classe intermedia”, che si compone delle “famiglie con una ricchezza netta compresa fra la mediana e il novantesimo percentile”. La mediana, per chi non fosse avvezzo alla statistica è il valore centrale di una distribuzione statistica. Il novantesimo percentile è lo spazio della distribuzione della ricchezza che non copre il 10 per cento più ricco, quello del famoso 60%. Quindi la mitica classe media si colloca fra la mediana della ricchezza, che però Bankitalia non quantifica, e il picco massimo della distribuzione prima del 10% più ricco.

Un altro elemento interessante da osservare è che l’aumento della ricchezza netta complessiva, che a prezzi correnti, sempre fra il 2010 e il 2023, è stato del 14% è stato guidato dalla crescita del 29% della ricchezza delle famiglie più abbienti, che hanno goduto il premio derivante dall’aver investito in asset più rischiosi, mentre i ceti mediani, chiamiamoli cosi, hanno visto dimagrire la loro ricchezza a causa della perdita di valore del mattone, che gli attivi finanziari non solo riusciti a compensare. Probabilmente perché non sono capienti abbastanza.

La tabella sopra lo mostra con chiarezza. Per il ceto mediano, quello che oscilla fra il 50 e il 90 percentile della distribuzione, gli attivi finanziari rappresentano solo il 26,5% degli asset totali, mentre per l’ultimo decile più ricco il 57,7%. Notate come anche il peso dei debiti sia relativamente minore per i più ricchi. E, per converso, il peso del mattone (e dei depositi) è maggiore per i più poveri. Nessuna sorpresa, a ben vedere: chi ha maggiore disponibilità tende a diversificare.

Sulla base di questi dati, Bankitalia ha costruito una classifica della diseguaglianza basata sull’indice di Gini, che mostra il risultato che vedete nel grafico che apre questo post. In Italia si osserva un aumento della diseguaglianza sulla ricchezza netta. L’indice è passato da 67 a 71. Siamo al livello della media Europea, vicini a quello della Francia. La Spagna è meno diseguali di noi, la Germania di più. Ma ovviamente molto dipende anche dal livello dei debiti. In Italia sono bassi. Quindi siamo più ricchi. In mediana.

Quanto conta il settore auto nell’economia europea

L’ultimo bollettino della Bce contiene una interessante analisi che ci consente di farci un’idea assai più chiara del peso specifico del settore automobilistico nell’economia europea, premessa fondamentale per qualunque tipo di ragionamento.

Il settore, scrive la Banca, “contribuisce in misura significativa al valore aggiunto dell’economi dell’area euro”. In dettaglio, tale incidenza, misurata sul valore aggiunto reale del settore manifatturiero, è pari al 10%, mentre se usiamo il pil come denominatore, il settore pesa meno del 2%. Quindi il settore è un efficace strumento di trasformazione di beni intermedi, all’interno del settore manifatturiero, ma complessivamente il suo peso specifico nel pil, che è la somma di tutti i valori aggiunti in una economia, è modesto.

Se guardiamo all’occupazione, questo peso scende ancora. la Bce calcola che gli occupati del settore auto siano l’1% del totale degli occupati, mentre sul settore export, che è uno dei punti di forza dell’EZ, il settore auto pesa il 4%. Si tratta insomma di un settore importante, ma non certo di importanza eccezionale.

Gli andamenti recenti non sono eccellenti. Non si è più raggiunto il livello del 2018, mentre i concorrenti hanno avuto risultati di gran lunga migliori.

Al tempo stesso non si è più raggiunto il livello di export del 2018, a differenza di altri concorrenti che lo hanno anche migliorato.

Molto di questi andamenti si spiegano con la graduale ma costante disaffezione dei consumatori (e delle norme che ne regolano la produzione) verso i motori a combustione. I veicoli ibridi, ad esempio, che erano un decimo del venduto nel 2018 l’anno scorso erano arrivati a pesare il 50% delle immatricolazioni. E il 2024 si è aperto con un calo del 20% delle immatricolazioni di auto, unico bene durevole verso il quale le famiglie sembrano attendiste. Forse perché sul futuro del settore pesa una notevole incertezza. Forse perché il costo delle auto è elevato.

La Bce, infatti, nota che la domanda “è stata frenata anche dagli aumenti innescati dalle interruzioni lungo le catene di approvvigionamento, dai rincari dei beni energetici e dalle condizioni di finanziamento restrittive”.

Complessivamente il settore auto europeo ha retto, compensando con le vendite di elettriche ed ibride il calo delle vendite nelle motorizzazioni tradizionali. La Cina ha guadagnato quote di mercato sull’elettrico, ma per lo più su piccole auto, e alla fine dei conti l’Eurozona rimane il secondo maggiore produttore di auto elettriche e ibride, con una notoria vocazione verso i modelli di fascia alta.

“Le case automobilistiche dell’area sono rimaste altamente redditizie, registrando stabilmente, nel 2022 e nel 2023, i margini di profitto netti più elevati tra i principali concorrenti a livello mondiale. Ciò dimostra la capacità di tenuta del settore nell’area dell’euro e il suo vantaggio competitivo nel mercato automobilistico mondiale”.

Diciamolo diversamente: le industrie automobilistiche europee hanno guadagnato bene e questo ha dato loro le risorse per investire nelle ulteriori fase di trasformazione tecnologica verso le quali ci sta conducendo la modernità.

In prospettiva, dice la Banca, ci si attende una ripresa della produzione, trainata dalla domanda dei consumatori dell’area (ammesso che abbiano le risorse), ma ci sono vari rischi all’orizzonte, sia derivanti dall’ampia dipendenza nei confronti di catene di fornitura estere per alcuni materiali come i semiconduttori, sia dalle tensioni commerciali crescenti fra i vari blocchi regionali.

Questi scenari prevedibili non dovrebbero impedirci di guardare al futuro del settore auto con un occhio un po’ diverso dal solito. Partendo dal presupposto che le industrie fanno benissimo a lottare per la loro sopravvivenza e i loro profitti, ciò che dovremmo chiederci noi abitanti dell’Europa è che tipo di mobilità vorremmo per il futuro e quante auto per le nostre strade, non soltanto con che tipo di motore. Dovremmo ricordare che stiamo invecchiando e che è poco saggio pensare che saremo in grado di guidare fino a 90 anni. Quindi dovremmo osservare i nostri giovani, capire se sono come noi, cresciuti a pane e motori, oppure no. E poi ricordare i numeri di oggi: 2% del pil, 1% di occupazione, 4% di export.

L’industria ovviamente investirà i suoi miliardi per costruire nuovi modelli da vendere a noi e all’estero, alimentando una corposa industria pubblicitaria, fra le tante altre cose. Ma forse evolversi significa anche imparare a capire cosa ci serve veramente per andare avanti. E non è detto che sia una nuova automobile che si guida da sola.

Cartolina. Caro tasso

La Bce ci informa del poco confortevole primato italiano, nel confronto europeo, nel livello dei tassi applicati sui prestiti a famiglie e imprese, compresi quelli per le abitazioni. Qualcuno che non vuol starci troppo a pensare se la prenderà con le solite banche cattive e chiederà più tasse per gli istituti insaziabili. E magari la stessa persona chiederà più spesa pubblica per sostenere la domanda esausta dei consumatori che devono indebitarsi per tirare avanti, eccetera. Chi volesse provare ad alzare il livello dell’analisi potrebbe notare che l’Italia paga più degli altri il suo servizio del debito pubblico, e magari azzardare una qualche forma di correlazione. Magari arrivando alla conclusione che i tassi vanno a braccetto fra loro seguendo il merito di credito del debitore. Si potrebbe persino ipotizzare che ci stiamo strozzando lentamente da soli. Ma non ci crederebbe nessuno.

Cartolina. La resilienza del ritardo

A fine 2023 l’Italia, ricorda Bankitalia nella sua relazione, aveva incassato 102 miliardi di fondi europei, 60,9 in prestiti e 41 come sovvenzioni, all’interno della cornice del PNRR, il mitico piano che dovrebbe risollevarci dalle difficoltà ereditate dalla pandemia, e magari anche darci una mano a modernizzare un paese a dir poco anchilosato. Lasciando da parte il fatto che per una volta è stato quasi facile ottenere questi fondi, si osserva che una volta di più è risultato molto difficile riuscire a spenderli. La vera resilienza italiana sembra quella nei ritardi. Non a caso molte scadenze sono state concentrate nell’ultima parte del 2026. Un giorno magari ci verrà in mente che la stessa ragione che ci mette nella condizione di sperare che qualcuno ci finanzi ci crei la condizione di avere difficoltà a spenderli. Che esista una correlazione, se non una causazione, fra efficienza e salubrità fiscale. Ma per adesso è chiedere troppo. Diamo un calcio alla lattina e speriamo che arrivi a destinazione. In modo resiliente.

La trasformazione energetica degli Usa

Intanto che aspettiamo di entrare nell’epoca dell’energia pulita, auspicando ovviamente che arrivi, può essere interessante raccontare in poche righe la storia di un’altra trasformazione energetica tratteggiata in un bel paper pubblicato dal Nber: quella di come gli Usa sono diventati una potenza esportatrice di gas naturale prendendo i due classici piccioni con una fava: non solo trasformarsi da importatori a esportatori netti, ma anche ridurre le emissioni di CO2 stimate fino al 2023 di circa 145 milioni di tonnellate. C’è qualche buona opportunità anche nel mondo delle energie tradizionali, viene da pensare.

Questa piccola rivoluzione è accaduta in un decennio grazie a una tecnologie che abbiamo più volte osservato su queste pagine: lo shale gas ottenuto mediante la fratturazione delle rocce (fracking). Lasciamo da parte il tema, che esiste, dell’impatto ambientale di queste tecnologie, anche perché non esistono tecnologie energetiche che non abbiano impatto ambientale, e concentriamo l’attenzione sugli esiti. Fino a un decennio fa il gas naturale Usa in pratica non esisteva nel mercato. La crescita della produzione, dovuta allo shale, ha integrato il mercato domestico statunitense e quello internazionale.

Questa trasformazione ha messo sotto pressione il mercato domestico del carbone, materia prima concorrente nel panorama energetico, con risultato che all’interno sono saliti sia il prezzo del gas che del carbone finendo col raffreddare la domanda. In pratica emulando il risultato che avrebbe avuto una carbon tax, ma senza tax.

Effetti più evidenti si sono osservati dopo il 2010, quando la produzione di gas shale inondò il mercato Usa disconnettendo i prezzi statunitensi da quelli internazionali di gas e petrolio. Arriviamo così al 2016, quando gli Usa aprirono la loro carriere di esportatori di gas. Questo ha consentito non solo di trasformare gli Usa in una potenza esportatrice, ma anche di riallineare i prezzi americani a quelli internazionali.

Risultato finale: nel 2005 gli Usa importavano il 15% del loro consumo di gas. Nel 2017 sono diventati esportatori netti e nel 2023 i più grandi esportatori del mondo. Nel 2005 il carbone generava la metà della produzione elettrica del paese, nel 2020, grazie al gas, questa quota è scesa al 19%. Il risparmio stimato di emissioni di CO2 fino al 2030 pesa circa un terzo del totale delle emissioni del settore energetico. Tutto queste grazie allo shale gas. Le trasformazioni sono sempre complicate, ma se ben condotte hanno un saldo positivo.

Un futuro giapponese per il debito pubblico Usa

Se nulla cambierà, ed è molto difficile che succeda, il debito pubblico statunitense arriverà al livello del Giappone di oggi in un paio di decenni. Stendiamo un velo su dove sarà arrivato nel frattempo il debito giapponese. Anche perché quello statunitense ha una caratteristica che quello giapponese non ha: è denominato nella valuta che esprime la gran parte delle transazioni commerciali, valutarie e finanziarie nel mondo.

L’ennesimo allarme arriva da Ocse, che osserva che già oggi il debito Usa è molto ben posizionato nella classifica internazionale. Prima di lui ci sono solo il Giappone, ormai divenuto un autentico benchmark, la Grecia e ovviamente noi.

Questa crescita rigogliosa deve molto ai corposi deficit he l’amministrazione Usa celebra ogni anno. Nel 2023 il deficit/pil è arrivato all’8% segnalando uno squilibrio robusto e persistente fra uscite ed entrate che ha condotto il debito al livello più alto dal dopoguerra.

Le previsioni ipotizzano un debito al 150% del pil già fra dieci anni, spinto dall’aumento dei costi pensionistici e sanitari, con tutto il contesto internazionale a pesare sul resto (transizione ecologica, crisi geopolitiche, eccetera).

Inutile stare qui a ricordare come il debito pubblico, anche se remunerato a un tasso inferiore a quello della crescita (cosa che in Italia non accade), rimane un fardello per l’economia. Attraverso vari canali, infatti, questa montagna finisce sempre per rallentare la crescita e impedire le politiche del governo. Specie di quello americano, che già si segnala per una quota molto bassa di entrate fiscali.

A fronte di queste entrate, gli Usa hanno spese pubbliche per circa il 40% del pil. Ocse consiglia di risolvere questo squilibrio, che è strutturale aumentando le tasse, specie quelle sui capitali. Ma sembra un’ipotesi poco praticabile, specie in un contesto politico così conflittuale come quello che si osserva ai giorni nostri negli Usa. Perciò nulla di più facile che il trend prosegua indisturbato la sua andatura. Col Giappone all’orizzonte.