Dalla padella fossile alla brace elettrica il passaggio è molto breve

Tutte le brave persone che vogliono salvare il mondo facendo la guerra a carbone, petrolio e gas, cattivissimi protagonisti del nostro riscaldamento climatico, dovrebbero dedicare qualche ora a sfogliare l’ultimo rapporto che Irena, l’agenzia internazionale per le energie rinnovabili, ha dedicato a un tema tanto interessante quanto trascurato dai tanti convinti che davvero l’elettricità salverà il mondo.

Due, in particolare sono le questioni che dovremmo avere sempre presenti quanto discorriamo di transizione energetica. Una la potete arguire scorrendo la tabella sopra che ho estratto dal rapporto. Ossia quella che ha che fare con una notevole concentrazione dei fornitori della materia prima che anima questa transizione. Una variabile geopolitica, insomma.

L’altra, che si tende altresì a dimenticare, è invece squisitamente ambientale, quindi dovrebbe stare a cuore ai nostri salvatori del pianeta: i costi ambientali di estrazione di queste materie prime. Uno dei tanti dossier aperti, esplorato nel rapporto, è ad esempio quello delle ricerche minerarie nella profondità degli oceani dove vivono pacificamente (per adesso) interi ecosistemi che “sono cruciali per la regolazione globale del clima e sono una parte importante delle reti trofiche marine”. Clima e cibo: ci risiamo.

E’ solo un esempio, ma serve per intendersi: non esistono pasti gratis. Né in economia, né nel campo dell’estrazione energetica.

Un altro punto interessante che vale la pena osservare è il confronto fra le fonti fossili e quelle che alimentano le rinnovabili.

Notate, in particolare, che mentre petrolio e gas hanno generato due trilioni di dollari di valore di esportazioni nel 2021, i minerali che alimentano la transizione energetica hanno generato 96 miliardi di dollari di esportazioni. E’ quindi un mercato notevolmente più contenuto, anche perché, ovviamente meno sviluppato. Questo significa quindi che non abbiamo un’idea di come sarebbe il mondo se fosse sviluppato quanto quello delle fonti fossili.

Non serve aggiungere altro. Chi ha voglia di capire meglio può leggere il rapporto e farsi una propria idea, col vantaggio di farsela in maniera informata. Quella che mi sono fatta io, scorrendolo, è che rimane sempre valida la saggezza di certi detti. Si può facilmente passare dalla padella (fossile) alla brace (elettrica). Specie se si sottovalutano le complessità celate dietro la tanto sbandierata transizione energetica. L’esito, insomma, non cambia: finiamo comunque cotti.

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L’Italia non è un paese per giovani, anche perché sono sempre meno

Nel suo ultimo rapporto annuale sulla situazione del paese l’Istat ci ricorda una cosa che viene ripetuta pressoché costantemente: l’Italia non è di fatto un paese che aiuta i giovani. La spesa pubblica per l’istruzione, che per i giovani è come la benzina per l’automobile, è ben al di sotto della media Ue, ed è pure diminuita in rapporto al pil, mentre la spesa pubblica per il sostegno delle famiglie è la più bassa fra i grandi paesi europei.

Lo sapevamo già: nessuna novità. Così come era nota la circostanza che siamo in cima alla classifica per la spesa pensionistica. Basta scorrere le cronache e notare quanto spazio i giornali dedichino all’eterna riforma delle pensioni, e quanto alle questioni istruzioni e lavoro per i giovani.

L’esito di questa “disattenzione” è visibile osservando come di fatto l’ascensore sociale sia bloccato. Sempre l’Istat nota come i giovani cresciuti in una famiglia come meno risorse, in buona parte diventino adulti deprivati, quindi con difficoltà economiche. L’eredità familiare, insomma, ha un peso notevole in Italia, nel bene come nel male.

Questi dati economici si capiscono meglio se notiamo come il regresso dell’attenzione pubblica verso i più giovani vada di fatto di pari passo con quello della popolazione, che diventa sempre più anziana e diminuisce, visto che ormai i nati sono molto inferiori ai morti e la durata della vita si allunga. Il rapporto fra 0-14enni e over 65 nelle varie regioni italiane è più che eloquente.

In pratica in molte regioni gli over 65 hanno doppiato gli under 14. Chiaro che il bilancio pubblico registri questa situazione replicandola nei conti finanziari. Tradotto: servono più soldi per pagare le pensioni e ne servono sempre meno, anche perché le politiche non cambiano, per sostenere i giovani.

Non si tratta insomma di una semplice scelta politica, che pure è evidente: la politica, anche per ragioni di marketing elettorale non può trascurare le esigenze della maggioranza relativa dei suoi elettori.

Nel costante regredire dell’attenzione pubblica verso i giovani, tuttavia, c’è anche la componente demografica che zavorra ogni possibilità di espansione. Perché potrà anche succedere che un governo riesca a fare delle norme che favoriscano i giovani. Ma il rischio è che, una volta predisposta l’offerta venga a mancare la domanda. Ossia i giovani stessi.

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Contro Malthus: se saremo tanti vuol dire che saremo tanto

Parlare di cose demografiche ci espone a un costante rischio di fallacia. La tematica, complessa e in larga parte congetturale, poco si addice alla scarsa pazienza e capacità di attenzione della nostra società istantanea. Quindi è garanzia di sicuri fraintendi- menti, nonché carburante ideale per le tante distopie che popolano la nostra immagi- nazione. Discorrere di demografia, infatti, è uno dei modi che abbiamo trovato per alimentare le ansie del nostro tempo, dandogli persino un fondamento scientifico. L’andamento della popolazione, in particolare, è divenuto un ingrediente di quella curiosa forma di distopia che Zygmunt Bauman ha battezzato, nel saggio omonimo, “retrotopia”.                                

Come si manifesta la retrotopia in demografia? Con la paura della sovrappopolazione. Siamo troppi; quindi stavamo meglio quando eravamo meno. Ossia in passato. Chi non l’ha mai pensato, scagli la prima pietra. Questa paura mescola il declino delle nascite nell’Occidente, ormai senescente, con l’esuberanza proletaria africana. Un mix micidiale che, opportunamente agitato da sapienti scienziati dell’infelicità, genera il cocktail perfetto dei nostri aperitivi: la crisi ambientale.

Siamo sempre più numerosi, il che significa sempre più bocche da sfamare o, che è lo stesso, più merci da produrre. Se preferite, consumiamo troppo perché siamo troppi. In aggiunta, la parte più ricca della popolazione mondiale dissipa le risorse ambientali e minaccia gli ecosistemi con i suoi SUV. Tanti poveri consumatori insieme a pochi consumatori ricchi – i super-consumatori – ci condurranno fatalmente alla fine dei tempi.

La retrotopia genera perciò una sorta di parusia, nella quale la previsione ambientalista, sottoprodotto dell’era scientifica, gioca il ruolo che ebbe, nell’era cristiana, la profezia religiosa. Scienza e religione tendono sempre più a somigliarsi ai giorni nostri, come hanno notato gli osservatori più acuti1.

Alla fine dei tempi, però, non ci aspetta il regno dei cieli. La promessa della triste novella pseudo-ambientalista è quella di un regno della terra finalmente liberato dal suo peccato originale. Ossia l’uomo.

Sviluppare una visione alternativa, tuttavia, è possibile. Basta capovolgere il punto di vista. Invece di convincerci che siamo troppi e quindi che consumiamo troppo, iniziamo a pensare e dire che se siamo tanti, vuol dire che siamo tanto.

Significa che siamo in grado di fare molto più di quello che faremmo se fossimo meno. Significa che a una quantità crescente della popolazione corrisponde una qualità crescente dell’umanità. Non siamo come topi, che si moltiplicano rimanendo topi.

Aumentando di numero, abbiamo costantemente accresciuto anche la nostra capacità di stare al mondo. Quella dell’uomo è una storia di espansione: non solo del consumo e della distruzione, ma anche della produzione e della creazione.

Il fatto che compiamo questo miracolo rischiando costantemente il disastro o addirittura l’estinzione, è l’aspetto poetico – e tragico – del nostro procedere. Ci siamo evoluti correndo sempre rischi mortali. Abbiamo appreso la posizione eretta, a rischio di cadere; imparato a usare il fuoco, a rischio di bruciarci; sviluppato il linguaggio, al rischio di continui fraintendimenti. Ci siamo moltiplicati, migliorandoci, perché non abbiamo mai smesso di provarci. Abbiamo sempre subìto l’attrazione del progresso.

Se guardiamo alla crescita della popolazione adottando questo punto di vista, comprendiamo subito che se fossimo la metà di quelli che siamo perderemmo un patrimonio di intelligenza e creatività. E non vale neanche l’argomento secondo cui sono le popolazioni più disagiate quelle più prolifiche, basato del resto sulla convinzione che siano le più problematiche. Questo per la semplice ragione che non sappiamo in quale parte del mondo si accenderà la prossima scintilla capace di illuminare il futuro. Prima dell’anno mille nessuno avrebbe scommesso sulla fredda e miserabile Europa. Ciò per dire che il futuro non è un cassetto chiuso del quale dobbiamo indovinare il contenuto, magari con l’aiuto di un qualche algoritmo: è un cassetto aperto che attende di essere riempito col frutto delle nostre scelte.

Per compiere scelte consapevoli, però, dobbiamo avere una visione chiara del presente. Oggi abitiamo in un mondo popolato da circa otto miliardi di persone che nel 2022 ha generato oltre 100.000 miliardi di dollari di prodotto interno lordo, ed esprime un volume di passività, ossia debiti pubblici e privati, che vale circa il doppio. A questa cifra corrisponde – cosa che tendiamo a dimenticare – un volume analogo di attività, ossia di ricchezza.

Questa montagna vale quindi oltre 200.000 miliardi, ma non è ovviamente distribuita in modo uniforme fra diverse zone economiche e neanche all’interno delle stesse zone economiche. Per dare un’idea molto generale: gli attivi sono il triplo del PIL  nei paesi avanzati e circa la metà in quelli emergenti. Ciò implica che i paesi avanzati abbiano ampie riserve di ricchezza e siano capaci di investire enormi risorse nel futuro che scelgono di costruire, generandone molte altre.

È anche giusto ricordare che “l’incidenza globale delle persone in condizioni di malnutrizione si è ridotta dal 34 al 13% nell’ultimo mezzo secolo”5 e che oltre un miliardo di persone è uscito da condizioni di povertà assoluta fra il 1990 e il 2015. La durata della vita è cresciuta costantemente, associandosi a una crescita della popola- zione che molto le è debitrice. La popolazione, infatti, non aumenta solo perché nasco- no tanti bambini, ma anche perché ne muoiono di meno. Si muore di meno in generale: la vita infatti dura in media di più.

Tutto questo è accaduto mentre la popolazione raddoppiava, non mentre si dimezzava. Quale altra prova della nostra capacità di creare prosperità dovremmo ricercare?

Di fronte a questi fatti si obietta di solito che questa straordinaria crescita è squilibrata, diseguale e conduce a esiti esiziali per la salute dell’ambiente e quindi, in definitiva, per il futuro di tutti noi. A sostegno di questa tesi vengono addotti svariati argomenti, forniti da una legione di scienziati. Sono tutte uguali, queste analisi. Hanno in comune la caratteristica di sottolineare i problemi – che ci sono – e non le opportunità, che sono altresì evidenti. I nostri debiti, ad esempio, non i crediti. Il consumo di risorse, non la loro produzione. La diseguaglianza, non il calo della povertà.

Nel rapporto dell’iniziativa Earth4All, si osserva che allo scenario sull’andamento della popolazione (Prospettive ONU), peraltro costantemente rivisto al ribasso, se ne affiancano altri, elaborati a valle di alcune ipotesi, che possono spingere la popolazione a diminuire fino a circa 6 miliardi nel 2100 dal picco di 10 miliardi ipotizzato più o meno a metà di questo secolo. Uno scenario è definito “Balzo da gigante”, con tono vagamente compiaciuto. E un altro si chiama “Troppo poco troppo tardi”.

Per compiere questi “passi da gigante” sarebbero necessari “investimenti senza precedenti nella riduzione della povertà, in particolare nell’istruzione e nella sanità, insieme a straordinari cambiamenti politici in materia di sicurezza alimentare ed energetica, disuguaglianza ed equità di genere. In questo scenario la povertà estrema viene eliminata in una generazione (entro il 2060)con un forte impatto sui trend della popolazione mondiale”. Nel senso, appunto, che diminuisce a “passo da gigante”.

Più avanti si legge che “contrariamente ai miti popolari, il team ha scoperto che la dimensione della popolazione non è il motore principale di eventi come il cambiamento climatico. Piuttosto, sono i livelli estremamente elevati di impatto ambientale del 10% più ricco del mondo a destabilizzare il pianeta”. Lo stesso 10% che “dovrebbe possedere meno del 40% dei redditi nazionali”. Insomma: i ricchi fanno male al pianeta, quindi sarebbe cosa buona e giusta renderli meno ricchi, usando la tassazione. Corollario del teorema: il mondo sarebbe un posto migliore se fossimo pochi (non troppo ricchi) ma buoni. Vivremmo felici e contenti.

Queste fantasie trascurano la circostanza che non esiste una manopola della prosperità attraverso la quale se ne possano regolare i livelli: la ricchezza è un processo sociale e culturale che richiede secoli e un ambiente idoneo per attivarsi e consolidarsi. Gli apprendisti stregoni vorrebbero stabilire, chissà come poi, un livello “giusto” e fermarsi. Sognano lo stato stazionario ipotizzato dagli economisti ottocenteschi. Ma se si interferisce nel modo sbagliato e si spegne il meccanismo della crescita – la storia è testimone di molti di questi esperimenti – possiamo solo planare verso il basso e l’unico limite in basso è la miseria.

Si potrebbe ragionare a lungo sul fondamento di queste analisi, ma è più interessante osservare come diano voce a un sentimento molto diffuso nel nostro presente. Un altro esempio: nell’edizione 2022 di Geodemografia, rivista redatta da esperti demografi, uno degli articoli è titolato “Otto miliardi sull’Arca di Noè e altri due attendono di salirci”. L’umanità, insomma, è stretta dentro un vascello che naviga lungo il disastro e ha la prospettiva di stare ancora peggio, visto che altri naviganti dovranno salire a bordo. Due miliardi di persone, addirittura, “il cui impatto sulle forze che determinano la produzione di gas serra e il riscaldamento globale sarà, indubbiamente, assai forte”. Indubbiamente.

Più avanti l’autore scrive che, se la natalità delle donne dell’Africa subsahariana diminuisse prima del previsto dagli attuali 4,5 figli a 2, “la popolazione della regione si alleggerirebbe di parecchie centinaia di milioni di persone prima della fine del secolo, con vantaggi sociali, economici e ambientali indiscutibili”. Indiscutibili.

“Non essere nato”, d’altronde, era la risposta, indubbia e indiscutibile anch’essa, di Sileno, mentore di Dioniso, alla celebre domanda del re Mida su cosa fosse la cosa più desiderabile per l’uomo. Pensiero antico, dunque, che troviamo anche nell’Edipo a Colono di Sofocle. Di Sileno raccontò pure Nietzsche, scrivendo della Nascita della tragedia, ultimo di una lunghissima tradizione, religiosa e filosofica, che ancora ai giorni nostri vanta pallidi emuli.

Ciò per dire che forse la nostra ansia10 demografica ha ragioni e radici assai più profonde del nostro affettato buon senso ambientalista, che traveste di scientismo un’angoscia antica, di cui abbiamo dimenticato il nome, che evidentemente covava sotto le ceneri del progresso.

Ed ecco perché cercare demographic bomb su un motore di ricerca produce oltre 11 milioni di risultati, pieni di titoli spaventosi. Si dirà che dipende dalla chiave di ricerca. Ma se ne facciamo un’altra, usando demography and climate change, ad esempio, le voci sono addirittura oltre i 16 milioni. E l’ansia primeggia. “La popolazione ha accelerato in modo straordinario la sua crescita e aumentato la sua voracità di risorse, e gli effetti negativi sull’ambiente sono diventati percepibili”, leggiamo ancora su Geodemografia.

Non si tratta solo dell’ambiente. L’invecchiamento della popolazione, una delle cause del suo aumento, è in cima alle preoccupazioni dei governi di tutto il mondo per le straordinarie ricadute macroeconomiche e sociali – si pensi al costo del welfare, ma anche agli andamenti della crescita potenziale in un mondo dove la popolazione in età lavorativa declina – per tacere di quelle politiche. Che tipo di società può essere quella dove vive una maggioranza relativa di ultrasessantacinquenni? Quali bisogni esprime? E, soprattutto, quali sogni?                                            

Come dato di fatto può essere utile ricordare, con la Banca mondiale, che “a livello globale il numero di over 65 è già maggiore del numero dei bambini sotto i cinque anni. Entro il 2050 sarà il doppio e superiore al numero dei giovani compreso fra i 15 e 24 anni”.

Secondo le stime ONU12, i 605 milioni di over 60 nel mondo all’anno 2000, sempre nel 2050, saranno due miliardi. Per quello stesso anno Istat stima che in Italia ci sarà un lavoratore per ogni pensionato, mentre secondo la Banca mondiale, in tutti i paesi OCSE ci saranno meno di due lavoratori per ogni pensionato. Di fatto, significa la fine del sistema pensionistico, a meno di non mettere a carico della fiscalità generale enormi quantità di risorse per compensare il calo dei contributi che sostengono un sistema a ripartizione. Da qui al pensiero che saremo troppi, e per giunta molto anziani, con tutte le complicazioni che ciò comporta, il passo è brevissimo.

Questo pensiero viene costantemente alimentato da persone molto qualificate, e altrettanto visibili nel dibattito pubblico, delle quali è del tutto naturale fidarsi. Così l’opinione di pochi diventa una credenza di molti, che è difficile contrastare perché è raro trovare qualcuno che sostenga il pensiero contrario. Ciò malgrado i fatti, a differenza di queste sedicenti previsioni, mostrino chiaramente che abbiamo ragioni più che sufficienti per sostenere la credenza opposta. Ossia che se saremo tanti, vorrà dire che saremo tanto.

La storia racconta infatti, che ci sono voluti 50.000 anni per arrivare a essere un miliardo di persone, durante i quali abbiamo (incidentalmente?) costruito la civiltà. Dal 1960 in poi abbiamo fatto un grande salto. Eravamo 3 miliardi nel 1960, siamo arrivati a 6 miliardi nel 2000. In questi quattro decenni, durante i quali la popolazione è raddoppiata, il reddito pro capite è più che raddoppiato, e l’aspettativa di vita è aumentata in media di 16 anni, con la scuola primaria divenuta praticamente universale.

Adesso l’ONU prevede che la popolazione, entro il 2040, arrivi a 9 miliardi: non più un raddoppio, visto che il tasso di incremento della popolazione ha rallentato, ma comunque una crescita importante. Cosa ci impedisce di pensare che a questa crescita della popolazione non possa corrispondere un incremento altrettanto significativo del reddito, della longevità, della scolarizzazione come accaduto nei quattro decenni precedenti? Strano davvero, semmai, è il fatto che ci siamo convinti del contrario. Ossia che nel futuro ci aspettino solo catastrofi.

Diventa perciò interessante chiedersi perché crediamo quasi ciecamente al peggio, per quanto possa sembrare probabile, anziché volgere lo sguardo verso il meglio, che è altresì possibile. Perché l’attrazione del progresso è diventata repulsione?

Il motivo è lo stesso per il quale guardiamo il debito crescente e ignoriamo il credito equivalente: un vizio dell’immaginazione. Ossia della nostra capacità di immaginare il mondo che, come ci ricorda Pierre Francastel, “è traccia e incontro al tempo stesso di un fenomeno e di una coscienza”.

Ricercare le cause di questo vizio è un esercizio tutto sommato sterile. Forse questa coscienza è una conseguenza della nostra senescenza. D’altronde, non abbiamo esperienze pregresse di società anziane come la nostra. Quindi non sappiamo che tipo di psicologia possa generare. Ma si potrebbero trovare milioni di spiegazioni.

Più utile, invece, osservare una delle conseguenze. Ossia l’emersione di una élite intellettuale che, in larga maggioranza, ha sviluppato ipertroficamente il pessimismo della ragione al contrario dei loro colleghi del XIX secolo, che furono altrettanto esagerati con l’ottimismo della volontà. All’epoca esisteva una vera “religione del progresso”, che ispirò il titolo di uno scritto molto polemico nei confronti della modernità di Tolstoj negli anni Sessanta dell’Ottocento.

Né gli uni né gli altri fanno un buon servizio alla nostra comprensione della realtà. Oggi tendiamo a credere – e sperare persino – nel regresso tanto intensamente quanto all’epoca si credeva nel progresso. Sappiamo come finì la “religione” ottocentesca. Dovremmo diffidare anche della nostra smania regressiva. Le profezie che si autoavverano sono una conseguenza di certe ossessioni.

Peraltro, osservare l’incremento della popolazione, che è ancora in corso, ci comunica l’informazione che il processo di espansione, iniziato dopo l’anno mille in Europa – non a caso associato a una crescita straordinaria della popolazione – non si è mai fermato. Questa è una buona notizia. L’aumento della popolazione, infatti, si è sempre associato a una crescita globale.

Nel XIX secolo, per esempio, il boom demografico europeo fece la fortuna degli Stati Uniti, che con grande lungimiranza e anche un po’ di incoscienza accolsero mi- lioni di europei nullatenenti e disperati – irlandesi, scandinavi, tedeschi e italiani – che li arricchirono di braccia e buone idee. Perché dunque oggi associamo al progres- so demografico un’idea di crisi?

Non solo oggi, in effetti. Nel pensiero economico questa idea era alla base del Saggio sul principio della popolazione di Thomas Malthus, che scriveva agli inizi del XIX secolo, il cui retaggio, spesso frainteso, è ancora molto presente fra gli studiosi d’economia. Di recente, per citare un esempio fra i tanti possibili, è stato pubblicato un libro che già dal titolo (Scarcity) paga pegno a questa visione che minaccia di “rimpicciolire” il mondo e noi stessi.

La tesi di fondo del libro è che gli esseri umani siano “posseduti da desideri infiniti” che spingono la società ad alimentare l’idea di una crescita e di un consumo infiniti, senza tenere conto dei limiti della natura. L’ideologia del progresso economico diffusa da alcuni pensatori dell’Ottocento (quelli che credevano nella “religione” del progresso sociale), secondo gli autori del libro ha stravolto “le tradizioni che cercavano di vivere entro i limiti della natura”. Da qui la necessità di elaborare “modelli sostenibili di pensiero economico per affrontare la crisi climatica”. Di nuovo. Torniamo, insomma, da dove siamo partiti: retrotopia, decrescita felice, sostanziale paura del futuro. Perché?

Porsi questa domanda è più importante che provare a rispondere. E quindi farsi quella successiva: come possiamo riconquistare la fiducia in noi stessi? In fondo avere fiducia nel futuro non vuol dire altro. Di questo abbiamo bisogno, più che di cercare costantemente nuovi pretesti per spiegare la nostra paradossale infelicità, sulla quale è stata già scritta un’autentica biblioteca di Babele.

Sarebbe ingenuo pensare di cavarsela con una cura a base di pensiero positivo. La tentazione alla quale bisogna sfuggire è proprio quella di opporre l’ottimismo della volontà al pessimismo della ragione. Perché si tratta invece di metabolizzare l’idea che queste due tendenze del nostro spirito debbano collaborare. L’ottimismo, che incarna la volontà di promuovere un uso ben congegnato della ragione, e il pessimismo, che, forte dell’esperienza del passato, la valuta criticamente, sono le ruote del veicolo che ci conduce verso il futuro. Noi siamo i piloti. Alla guida servono capacità di analisi e di prospettiva. E soprattutto tempo.

Diventare 10 miliardi non è solo un problema. Può essere una straordinaria opportunità se si coopera a una visione di lungo periodo. Quando magari saremo tutti morti, come diceva qualcuno, ma i nostri nipoti no. A patto che siano nati, ovviamente.

L’ultima buona notizia è che abbiamo tutti gli strumenti per riuscire. Dobbiamo solo scegliere di usarli. E provarci. Senza paura.

Questo articolo è stato pubblicato sulla rivista Aspenia, numero 2 del 2023. A seguire le principali fonti che ho utilizzato.

P.K Feyerabend in “La scienza in una società libera”, Feltrinelli, 1981.

Maurizio Sgroi, La Storia della Ricchezza, Diarkos, 2023.

Il Sole 24 Ore, “La mappa mondiale del PIL”, 31 dicembre 2022.

“The global dollar cycle”, di Maurice Obstfeld e Haonan Zhou, pubbli- cato dal National Bureau of Economic Research, a marzo 2023.

Luigi Signorini, “Globalizzazione e frammentazione”, intervento all’incontro “Geopolitica, geodemografia e il mondo di domani”, Polo universitario delle Scienze sociali, Firenze, 5 aprile 2023.

Earth4All, “People and the planet. 21st-century sustainable population. Scenarios and possible living standards with- in planetary boundaries”, marzo 2023.

Nell’edizione 2022 di Geodemografia, pubblicazione redatta da Neodemos, un articolo è dedicato all’andamento della popolazione fino al 2100 e si osserva che le previsioni pubblicate dall’ONU nel 2022, vedono livelli di popolazione assai più bassi di quelle che si pensava avremmo raggiunto con le previsioni 2017. Parliamo perciò di scenari estremamente volatili. Per dare un’idea, nel 2022 la previsione di popolazione per il 2100 è di circa 10,8 miliardi di persone. Nel 2017 era di 11,184. Oggi siamo a circa 8 miliardi.

Umberto Curi, Meglio non esser nati, Bollati Boringhieri, 2008.

David Benatar, Meglio non essere mai nati. Il dolore di venire al mondo, Carbonio editore, 2018.

Così, nel testo di Nietzsche, la risposta di Sileno a re Mida: “Stirpe misera e caduca, figlia del caso e dell’ansia, perché mi costringi a dirti ciò che è per te il meno profittevole a udire? Ciò che è per te la cosa migliore di tutte, ti è affatto irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente. Ma, dopo questa impossibile, la cosa migliore per te, ecco, è morir subito”. La nascita della tragedia, Laterza, 1919, pag. 36.

Banca mondiale, “Migrants, refugees, societies”, aprile 2023.

Barry Mirkin e Mary Beth Weinberger, The demography of population ageing, ONU, 2001.

David E. Bloom, “The long, good life: demographics and economic well-being”, IMF, marzo 2020.

Pierre Francastel, Studi di sociologia dell’arte. Lo spazio figurativo da Piero della Francesca a Picasso, Bur, 1976.

Lev Tolstoj, La religione del progresso e i falsi fondamenti dell’istruzione, Pungitopo edizioni, 2010.                                                                                                                                                                 Fredrik Albritton Jonsson, Carl Wennerlind, Scarcity: A history from the origins of capitalism to the climate crisis, Harvard University Press, 2023.

Cartolina. Centenni di solitudine

Quando leggo che in Italia, in barba alle crisi, le pandemie, il caldo e il freddo anomali e tutte queste amenità, aumentano i centenari, mi complimento con la resilienza della nostra gente più attempata, seguendo quell’istinto arcaico che associa a una lunga vita la benedizione della buona sorte. Ma è così davvero? Non riesco a figurarmi la vita di questi centenni, che avranno visto morire chissà quanti amici e parenti meno fortunati, e che magari affrontano l’inverno della loro vita senza un conforto familiare o di qualsiasi altro genere. Da soli. E allora mi chiedo: davvero è una cosa desiderabile vivere così a lungo? Ve lo dirò appena ci arrivo.

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Cartolina. Il tempo della disinflazione

Servirà tempo, dice la Bis, per sconfiggere l’inflazione. E questo lo sapevamo già: il passato è un buon maestro di vita, a saperlo leggere e comprendere, e l’ultima volta che si è vista un’inflazione così cattiva – erano gli anni Settanta, ci sono voluti anni per domarla, e molti sacrifici. Oggi potrebbe persino essere peggio. Alcuni indicatori mostrano che la disinflazione potrebbe essere più complicata del previsto. Ad esempio l’evidenza che sta procedendo più lentamente di quanto accadde cinquant’anni fa. Perciò serve tempo. Che in economia significa denaro. E tanta pazienza. Specie da parte di coloro che dovranno spenderlo.

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La fine della “grande illusione” della crescita

Capita di leggere ogni tanto analisi che provano ad alzare la testa dalla cronaca, guardando indietro per provare a immaginare cosa ci attenda avanti. Di solito questo è il lavoro degli storici, come ho tentato di fare nella mia Storia della ricchezza, edita da Diarkos, ma a volte anche se ne trova traccia nei lavori delle banche centrali.

Nel caso in ispecie, la riflessione che propongo oggi l’ho trovata sfogliando la relazione annuale della Bis di Basilea, e vale la pena sottoporvela perché usa un’espressione poco usuale – “growth illusion” – per connotare una processo storico-economico che fa data dagli anni Sessanta del XX secolo e arriva ai nostri giorni.

Parlare di illusione della crescita, quando effettivamente la ricchezza è aumentata visibilmente in tutto il mondo, pure se con le notorie distorsioni, può sembrare fuorviante. Ma il ragionamento degli economisti della Banca rimane molto interessante. Il “lungo viaggio” intrapreso dalle economie dei paesi avanzati si è connotato per “un’azione politica eccessivamente espansiva che si è evoluta con il panorama economico che quelle politiche stavano contribuendo a modellare, insieme a forze strutturali più fondamentali”.

Quindi i poteri pubblici, a partire dai Sessanta, hanno co-determinato lo sviluppo economico. Che può sembrare un’ovvietà ma non lo è. E’ il cuore di quella che nella Storia della ricchezza ho chiamato terza rivoluzione borghese. Quindi per noi oggi è un’ovvietà, ma non lo era a quel tempo che aveva tradizioni, pensieri e abitudini culturali molto diversi.

Questo “lungo viaggio” viene diviso idealmente in due tappe, quella che dai primi anni Sessanta arriva ai primi Ottanta, e poi quella che conduce fino a oggi. La grande espansione degli Ottanta, che ancora oggi caratterizza molte delle nostre politiche economiche, è iniziata dopo la sconfitta dell’inflazione ultradecennale che nei Settanta aveva dato il peggio di sé. Ed è questa seconda parte del “lungo viaggio” che adesso è entrata in crisi.

Siamo di nuovo di fronte all’inflazione, quindi ha senso domandarsi se si sia concluso un ciclo e se ne stia aprendo un altro, o se, semplicemente, gli esiti quotidiani sono la conseguenza, come sembra ipotizzi la Bis dell’aver condotto all’estremo la politiche che hanno costruito “l’illusione della crescita” delle nostre società.

Non è una domanda da poco. Il passaggio fra i Sessanta e gli Ottanta ha caratterizzato quello fra un sistema economico “government-led” verso un sistema “market-led”, sia a livello domestico che internazionale, con i Novanta a preparare, dopo la fine dell’Unione Sovietica, la grande globalizzazione di inizio XXI secolo.

La domanda perciò, oggi, è se stiamo assistendo a un ripensamento profondo – una sorta di retroazione del pendolo verso un sistema di nuovo government-led – oppure se stiamo transitando verso qualcos’altro, di cui ignoriamo ancora i contorni.

L’analisi della Bis, quanto a questo, si limita ad osservare che l’erosione degli spazi fiscali dei governi e monetari della banche, generati da un ventennio di politiche espansive finalizzate al contenimento di svariate crisi, è all’origine di questo movimento verso l’ignoto. Il ritorno dell’inflazione, che prima della pandemia la globalizzazione aveva contribuito a tenere sotto controllo, ha fatto il resto.

Così siamo arrivati ad oggi. Abbiamo debiti elevati, ai quali, va ricordato corrispondono crediti altrettanto corposi, inflazione, fragilità finanziarie e una certa avversità dell’opinione pubblica verso la globalizzazione.

L’illusione della crescita, se con ciò si intende l’idea che bastasse usare il bilancio pubblico per generare prosperità, potrebbe davvero aver raggiunto il suo punto di rottura. E paradossalmente la risposta che potrebbe arrivare da società abituate da sei decenni a politiche pubbliche espansive è di averne ancora di più, quando evidentemente non possiamo più permettercele. Peggio ancora, queste politiche si dimostrano sempre meno efficaci.

Questo è il problema. Chiedere ai poteri pubblici l’impossibile, rischia di condurci verso una crisi sempre più probabile. Che non si misura, però, in termini di pil. Per questo il nostro blog in epigrafe ricorda che il debito è un affare troppo serio perché se ne occupino gli economisti.

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La deflazione del mattone spaventa i mercati

La Bis ha pochi dubbi circa la correzione in corso dei mercati immobiliari, che riguarda sia il mercato residenziale che quello, ancora più sensibile ai rialzi dei tassi, degli immobili commerciali. Entrambi, scrive la Banca nella sua ultima relazione annuale, hanno rallentato visibilmente da quando le politiche monetaria hanno invertito il senso di marcia, e questa tendenza è visibile sia nei paesi avanzati che in quelli emergenti.

E tuttavia, osserva ancora la Bis, “le valutazioni sono ancora elevate rispetto agli standard storici. L’indice price to rent, che misura il rapporto fra il prezzo di una casa e la sua rendita annuale, è ancora molto alto rispetto alle medie storiche (grafico sopra al centro), a evidenziare una sostanziale sopravvalutazione degli asset che apre la porta alla possibilità di una loro deflazione, chissà quanto lenta, adesso che il costo del denaro ha consolidato la sua corsa al rialzo.

I prezzi (grafico sopra a sinistra) sono saliti più nel settore residenziale che in quello commerciale, e più nei paesi avanzati che in quelli emergenti. I rischi per questi ultimi, perciò, sono leggermente inferiori, anche se il contesto di fragilità nel quale agiscono le loro economie li espone comunque alla possibilità di correzioni complicate da gestire.

Dove i prezzi sono saliti di più queste difficoltà sono già visibili. Nel Regno Unito la UK Financial Conduct Authority, il regolatore delle aziende che operano nei mercati finanziari, ha già lanciato un allarme sottolineando che circa il 9 per cento dei mutui britannici sono a rischio default nel periodo 2023-24. Questo accade in un paese dove la morsa dell’inflazione non accenna a placarsi, con evidente sofferenza dei redditi più bassi. E questo evidenzia un’altra parte del problema: la capacità dei redditi di sostenere non solo i debiti immobiliari, ma i consumi in generale.

“Una caduta dei prezzi immobiliari può pesare sulla crescita dei consumi”, avverte la Bis. Secondo alcune stime un declino dei prezzi delle case del 10 per cento può ridurre dell’1,8 per cento la crescita dei consumi. Questa correlazione è tanto più pronunciata quanto più il paese ha tassi elevati di proprietà immobiliare di di debiti immobiliari a tassi variabili, proprio come in UK o Nuova Zelanda, dove peraltro i prezzi sono cresciuti a doppia cifra per anni.

Il settore degli immobili commerciali non è meno problematico. Gli spread sui commercial mortgage-backed securities (CMBS) americani, ossia la carta che ha come sottostante muti immobiliari, sono aumentati parecchio nel corso del 2022 a probabile dimostrazione delle difficoltà incontrate da molti debitori a rifinanziare i propri prestiti.

In Svezia, dove il settore dipende parecchio dal credito bancario e i prestiti sono in larga parte a tassi variabili, molti gruppi immobiliari hanno sofferto peggioramenti nel merito di credito e si stima che a livello globale ci siano circa 175 miliardi di debito per immobili commerciali sotto stress finanziario.

Il mattone, insomma, è un sorvegliato speciale. Non che sia una novità. La novità semmai è che succede sempre più spesso.

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Salari e profitti fanno crescere l’inflazione

Si capisce perché la Bce mostri una certa preoccupazione nel suo ultimo bollettino economico osservando gli andamenti dell’inflazione. Non tanto (o non solo) perché l’affievolirsi della componente energetica ha raffreddato meno di quanto si sperasse i prezzi, ma perché si osserva un notevole aumento del contributo di salari e profitti all’inflazione. Segno evidente che ormai il sistema economico non solo ha metabolizzato i rincari, ma che sta anche provando a contrastarli finendo, di fatto, con l’alimentarli.

Chiaro perciò perché la Banca non possa deflettere dalla sua politica di rialzo dei tassi, a prescindere persino dalla sua effettiva efficacia. Il rialzo dei tassi è storicamente il rimedio conosciuto per l’inflazione e deviare da queste consuetudine avrebbe un effetto deleterio sulle aspettative. Senza contare che in ogni caso l’effetto deflazionistico dei rialzi dei tassi, che impone un rallentamento a consumi e investimenti, è un fatto osservabile anche in questo episodio inflazionistico.

Avanti così, insomma, sperando che il rimedio non sia troppo peggiore del male e che gli agenti economici abbiano quel tanto di pazienza che serve per evitare di far peggio a loro volta.

Per il momento sembra che la pazienza sia esaurita. La Bce osserva ad esempio che i rincari delle imprese “hanno superato gli aumenti dei costi, contribuendo così all’aumento dell’inflazione interna” consentendo quindi una notevole ripresa degli utili unitari.

Tale andamento si è associato alla “forte crescita del costo del lavoro per unità di prodotto in tale
settore, il cui tasso di crescita sui dodici mesi si è collocato al 5,1 per cento nel quarto trimestre del 2022″.

Le SNF (società non finanziarie), quindi hanno contribuito in maniera significativa ai rincari, anche in ragione degli squilibri ancora esistenti fra domanda e offerta in molti settori che ha gettato benzina sul fuoco.

Non hanno fatto tutto da sole, ovviamente. E sarebbe riduttivo limitare l’osservazione solo a questo settore dell’economia. Ma bisogna tenerlo presente quando si ragiona sul futuro dell’inflazione, come sta facendo la Bce.

Le imprese, avendo già ritoccato al rialzo i listini faranno più fatica nei prossimi trimestri a farlo di nuovo. Ma rimane una possibilità. Specie se altri costi dovessero aumentare. Non solo quelli del lavoro, che sono i grandi indiziati. Nel mucchio ci stanno altre voci che bisogna tenere sotto osservazione. I sussidi, ad esempio. E, soprattutto, le tasse.

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Cartolina. Al fondo dell’inflazione

Era molto consolante pensare che il carovita fosse colpa dell’energia. Perché lasciava coltivare l’illusione che una volta che petrolio e gas fossero tornati a prezzi normali, anche il resto si sarebbe adeguato. Ma era un’illusione, appunto. Adesso che l’energia contribuisce negativamente alla dinamica dei prezzi, ci siamo accorti che la cosiddetta componente di fondo dell’inflazione, ossia quella al netto di energia e cibi freschi, non vuole saperne di retrocedere. Al contrario: si dimostra persistente, con i servizi a far la parte del leone, perché nel frattempo il carovita si è contagiato al settore produttivo e chi ha potuto ha alzato i prezzi. Anche nel settore dei beni si vede un contributo crescente all’inflazione, non solo perché le imprese difendono con le unghie e con i denti i propri margini di profitto, ma anche perché s’intravedono aumenti di salari. Al fondo dell’inflazione, insomma, non c’è più l’oro nero. Ma il rosso di chi non arriva più a fine mese.

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Cartolina. Il governo dell’inflazione

Se credessimo nelle spiegazioni semplici, nella favoletta della causa che spiega l’effetto, ci metteremmo poco a convincerci delle responsabilità dei governi nell’attuale ondata inflazionistica. Deficit fiscali mai visti in sessant’anni – e relativo aumento del debito pubblico – lanciati nella stratosfera dei tassi azzerati e per di più in un mondo affamato di merci: ed ecco l’inflazione aumentare come un bue impazzito che scappa dal recinto. Ma regaliamo questo argomento a chi si accontenta di spiegazioni semplici a problemi complessi. Qui ci limitiamo a dire che il problema dell’inflazione è complicatissimo. I governi ci provano, a governarlo. E si vede.

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