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L’unico esito certo dei maxi investimenti tedeschi sulla difesa è l’aumento del debito

Nessuno conosce il futuro, ovviamente. E tantomeno un modello di previsione, che al limite restituisce esiti coerenti con le premesse e i dati di supporto. Però è interessante sfogliare un approfondimento che la Bce propone nel suo ultimo bollettino economico che si si interroga sull’effetto degli straordinari flussi di investimenti che la Germania ha deciso di destinare alla difesa e alle infrastrutture.
La vulgata ripete fino alla sfinimento che aumentare gli investimenti fa crescere il pil, stimola la domanda e la produttività del lavoro. Insomma ci conduce verso il paradiso degli economisti.
Ma la vulgata dimentica quello che ci ricorda sapientemente una vecchia canzone. Ossia che dipende. Tutto dipende da che punto di vista si guardano le cose. Ci sono sempre premesse capaci di stravolgere le certezza più granitiche. E quella che la Bce mette alla base della sua analisi è la più incommensurabile di tutte: se ci sarà o no il paradiso dipende se gli investimenti saranno produttivi o improduttivi.
Capite bene che è lo stesso che dire che la differenza la farà la circostanza se gli investimenti saranno buoni o cattivi, senza il birignao economico. Perché quando si usano aggettivi invece dei numeri, in uno scenario previsionale, si apre un’ipoteca ingestibile sul senso di ciò che si comunica. Si inizia a lavorare nell’area della percezione o del pregiudizio – che in economia abbonda – e quindi si consente di legittimare qualsiasi conclusione e il suo contrario.
Così l’affermazione che “i paesi dell’UE devono aumentare significativamente la spesa per investimenti strategici per muoversi efficacemente in un mondo sempre più competitivo e digitalizzato, affrontando al tempo stesso i crescenti rischi geopolitici e climatici”, che il bollettino evidenza, rimane semplicemente un’esortazione, ma priva di senso. Che succede se questi investimenti non diventano produttivi? E chi decide se lo sono o lo diventeranno?
I risultati, direte in coro. Certo. Ma credete davvero che sia possibile isolare il risultato di un investimento o di un flusso di investimenti sul totale dell’economia totale di un paese o addirittura di un’area economica?
Per farla semplice, l’unica certezza che si può dare, circa l’esito di questo corposo flusso di investimenti pubblici, la potete osservare nell’ultimo riquadro in fondo a sinistra del grafico che apre questo post. Sia che gli investimenti siano produttivi, sia che non lo siano, aumentano i debiti del governo. Questa è molto più di una certezza, come sa bene chi segue questo blog. E’ lo spirito del tempo.

La Germania era l’unico grande paese dell’UE e dell’EZ a rispettare la regola del debito, ormai evidentemente fuori moda. Qualunque sia il pretesto, troveremo sempre il modo di fare nuovi debiti, semplicemente perché ormai la giostra gira solo così. E questa è un’altra certezza che il modello non vi dirà mai. Però stiate pur certi che incorpora questa certezza.
La leggenda della speculazione sui prezzi del petrolio

Da un ventennio almeno, ricorda la Bce nel suo ultimo bollettino, gli studiosi cercano di capire se davvero come dicono tanti, i prezzi energetici siano drogati, specie nei momenti di tensione, dalla speculazione, questa interessante categoria dell’azione umana, che sempre gli stessi che l’additano attribuiscono alla perversione della nostra economia troppo finanziarizzata.
Lungi da me voler controbattere contro certe convinzioni, che hanno a che fare con l’essere religioso che si annida dentro ognuno di noi assai più che con l’analisi serena dei fatti, mi limito qui a riportare quanto scrivono gli economisti della Bce, secondo i quali “le metriche di mercato indicano in generale che la speculazione svolge un ruolo limitato al di là delle esigenze di copertura”.
Si dirà che ciò che vale per i beni energetici non vale, ad esempio, per i mercati finanziari. Certo. Ma forse provare a guardare un po’ più in profondità, come fa la Bce, aiuta a superare certi pregiudizi. La speculazione, tecnicamente, non è altro che il tentativo di indovinare il futuro per vendere a caro prezzo e comprare a prezzi bassi. E poiché non esiste entità economica al mondo che non faccia previsioni sul futuro – compresa la Bce – dovremmo dedurne che siamo tutti speculatori. Quindi nessuno.
Nel merito tecnico, l’approfondimento proposto da Francoforte mostra che “negli ultimi anni gli indici di speculazione sul mercato del gas sono rimasti sostanzialmente stabili sia negli Stati Uniti sia in Europa”. Comportamento simile si è osservato, seppure con alcuni picchi, per il petrolio. Ma “nel complesso,
la correlazione tra l’indice di speculazione e il prezzo del petrolio sembra essere limitata”.
Con l’arrivo della guerra ucraina – la guerra è notoriamente il paradiso degli speculatori secondo una certa vulgata – l’indice di speculazione sul gas è aumentato “pur rimanendo relativamente stabile quando i prezzi del gas hanno nuovamente registrato un’impennata nell’estate del 2022”. Dal che gli economisti deducono che “la correlazione tra l’indice di speculazione e il prezzo del gas sembra essere nel complesso limitata, con il disaccoppiamento delle serie rilevato negli ultimi mesi”.


La Bce ha svolto anche un’indagine empirica sul legame fra prezzi del petrolio e speculazione, ricavandone “solo evidenze limitate del fatto che la speculazione incida sulla trasmissione degli shock strutturali della domanda o dell’offerta ai corsi petroliferi”. Da qui la conclusione che “la speculazione non
svolge un ruolo determinante nell’amplificare la trasmissione degli shock strutturali ai prezzi a pronti e dei future del petrolio, coerentemente con i risultati di alcuni studi accademici”. Con la sottolineatura che “la speculazione non amplifica la trasmissione degli shock strutturali nei periodi di elevato rischio geopolitico”. Fa più danni l’incertezza, spiega la Banca. E ancor di più i dubbi che inevitabilmente sorgono sulle prospettive economiche.
Insomma, la storia che i saliscendi del prezzo dei beni energetici dipendano dagli speculatori somiglia a una leggenda. Quindi è assai probabile che ci farà compagnia a lungo.
Fra il dire e il rilocalizzare c’è di mezzo il commercio mondiale

Il grafico che apre questo post ci racconta dell’aumento di frequenza nell’uso dei termini che hanno a che fare con la rilocalizzazione produttiva (reshoring, nearshoring e altre amenità) usati dalle imprese di recente nelle loro comunicazioni. Ciò a dimostrazione del fatto che se ne parla sempre più spesso. Ma questo non vuol dire che poi si faccia. Non ancora almeno. Fra il dire è il fare, infatti, oltre al classico mare del proverbio, in questo caso c’è un robusto flusso di commercio mondiale che solo di recente inizia a mostrare segnali di stabilizzazione e che certo nessuno ha voglia di terremotare per una questione di principio.

I flussi commerciali internazionali, misura molto indicativa della globalizzazione, si stanno infatti riportando sia pure con una certa fatica, anche a causa dell’aumento delle restrizioni e dei contesti politici sempre più avversi, verso le tendenze storiche e le proiezioni svolte dagli esperti della Bce, dal cui ultimo Bollettino sono stati estratti i grafici, “prevedono una graduale ripresa della crescita del commercio
mondiale (esclusa l’area dell’euro) al 3,0 per cento nel 2024 (in aumento rispetto all’1,1 per cento del 2023), sostanzialmente in linea con l’elasticità unitaria a lungo termine del commercio mondiale rispetto al PIL mondiale”.
Quest’ondata di ottimismo, chiamiamola così, lascia intravedere che quest’anno arriveremo finalmente a una sorta di normalizzazione delle tendenze, dopo gli shock, diversi e profondi, che ci ha inflitto la pandemia, che hanno prodotto una sorta di infarto nei sistemi produttivi, e quindi negli scambi, globali.

Il risultato di tanti terremoti è stato il sostanziale schiacciamento degli scambi internazionali l’anno scorso. Un po’ come dopo un terremoto, la superficie economica del pianeta si è assestata. E questo assestamento ha avuto l’effetto di un notevole rallentamento.
In questo contesto, ancora fragile e per giunta minacciato da correnti avverse che complottano sotto la superficie delle cose, ha preso piede il dibattito, per adesso ancora molto più teorico che pratico, sulla rilocalizzazione produttiva, che sicuramente ci farà compagnia a lungo specie se dalle elezioni americane dovesse venire fuori un presidente poco amichevole nei confronti di Pechino e quindi delle passate relazioni commerciali.
In questo caso la sottile lastra di stabilità che si è formata in superficie, e che ci consente di pattinare a velocità più sostenuta verso i tassi di crescita previsti potrebbe facilmente incrinarsi, con tutte le conseguenze del caso.
Una catena produttiva non si cambia a chiacchiere: servono tempo e molti investimenti. Perciò gli alfieri della rilocalizzazione dovrebbero anche dirci, quando ne tessono le lodi, che ciò in prima battuta significa diminuire gli scambi. Nessun pasto è gratis, insomma. Specie quando viene dall’estero.
