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Il prezzo dell’Europa


Dovremmo stupirci che l’inflazione stia colpendo così duramente l’Europa? Forse no. Se tentiamo una lettura più ampia di quello che sta accadendo, esondando quindi dai dati dell’economia che dicono molto ma non tutto, la prima cosa che dovremmo osservare è che l’Europa paga sempre un prezzo molto salato quando si verificano crisi internazionali.

Potremmo indagare le ragioni di questo divenire avverso. Partire ad esempio dalla geografia, che condanna la penisola europea ad essere il classico vaso di coccio fra le potenze laterali. Oppure incolpare la geologia, che ci ha fornito di scarse risorse energetiche. O magari l’economia, che ha fatto dell’Europa uno straordinario esperimento di economia aperta, e perciò assai permeabile alle perturbazioni esterne. Tutte le risposte che potremmo trovare suonerebbero più o meno convincenti, ma egualmente incomplete.

Tentiamo perciò uno lettura più ampia, prendendo a prestito dalla storia, e partendo da quella che a noi pare la vocazione più autentica della penisola europea: l’espansione del sistema degli stati.

Questo processo accelera vistosamente dopo il Medioevo, partendo dalle città italiane. Nello spazio di un paio di secoli frammentò l’Italia e si estese generando il sistema europeo degli stati nell’età moderna. Questo processo avvenne nel corso del Cinquecento.

Un secolo dopo questo sistema trovò un equilibrio sulle spoglie della distruzione dell’Europa centrale – ossia degli stati tedeschi – dopo la guerra dei trent’anni. Nacque il sistema di Vestfalia. Si reggeva sul presupposto di una Germania spezzettata nel Sacro Romano Impero, la cui pulviscolarità faceva da contrappeso alla pesantezza degli stati nazionali in formazione. Era un gigantesco non-stato cuscinetto.

Questo principio fu restaurato a Vienna, dopo le guerre napoleoniche, e messo in discussione dalla rivoluzione “anti-rivoluzionaria” di Bismarck. Il Cancelliere, unificando la Germania, accese una bomba a frammentazione nel cuore dell’Europa, che l’espansione rendeva sempre più pericolosa. Bismarck conosceva perfettamente i rischi. Ma credeva di essere in grado di cavalcare la tigre. Nessuno ci riesce.

La bomba, perciò, scoppiò. L’esplosione generò la seconda guerra dei trent’anni iniziata nel 1914, quando il sistema degli stati europei deflagrò dando vita al sistema degli stati globali che ci accompagna oggi. La globalizzazione europea divenne atlantica.

L’Europa di oggi somiglia al Sacro Romano Impero: una disunità che equilibra le potenze laterali. Un altro gigantesco non-stato cuscinetto. Questo è il limite massimo che l’espansione geografica terrestre, iniziata in Italia, poteva raggiungere, e ormai è stato raggiunto. Ma l’espansione non è terminata. E in questo proseguire risiedono infiniti pericoli.

Una semplice analogia dovrebbe suggerire a noi europei molta prudenza e senso della realtà, mentre lavoriamo “bismarckianamente” alla nostra rivoluzione “anti-rivoluzionaria”. L’Europa di domani, qualora dovesse consolidare la sua forma istituzionale, potrebbe somigliare alla Germania di Bismarck. E un’Europa “germanizzata”, per dirla con Thomas Mann, deve sempre ricordare la propria storia per non commettere per la terza volta il suo errore fatale.

La Storia ovviamente non si ripete. Ma il proverbio “non c’è due senza tre” è un ottimo memento mori. Ci ricorda che camminiamo sempre lungo l’abisso della distruzione. Ci ricorda soprattutto che dobbiamo investire ogni cosa, compresa la nostra ricchezza, faticosamente conquistata, nella creazione di un futuro migliore per sempre più persone.

Ci ricorda, infine, che il prezzo dell’Europa coincide con quello della nostra libertà. “Ogni cosa ha il suo prezzo – cantava qualcuno decenni fa – ma nessuno saprà quanto costa la mia libertà”. Noi europei stiamo iniziando a scoprirlo.

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Il suicidio sociale come conseguenza del welfare


Sembra di capire, leggendo un recente working paper della Bce (“Pension and fertilty, back to the roots”), che se la Germania ha uno dei tassi di fertilità più bassi al mondo è tutta colpa di Bismarck che, per primo, impiantò un sistema previdenziale e di welfare sul finire del XIX secolo, potendo contare sulle più che generose riparazioni di guerra imposte alla Francia sconfitta nel 1870 a Sedan.

Ma soprattutto sembra di capire che le nuove frontiere dell’economia, che ogni giorno si preoccupa di stupirci con le sue trovate, somiglino sempre più, queste sì, alle radici dalle quali tale malapianta ha germinato. Quelle che facevano dire a uomini considerati illustri come John Locke, nel XVII secolo,  che “il primo passo per mettere al lavoro i poveri è quello di ridurre la loro dissolutezza”, così come sarebbe stato opportuno che i giovani vagabondi sotto i quattordici anni  finissero in scuole professionali e lì “frustati con energia e tenuti a lavorare fino a sera”.

Perché dovremmo ricordarci, oggi che gli economisti si sono evoluti e parlano con la matematica per non farsi capire, quale sia l’origine della loro disciplina. E solo così comprendere che nel processo di Grande Redistribuzione che si sta delineando, gli economisti faranno quello che hanno sempre fatto: servire il principe con le loro teorie e guadagnarne provvidenze.

Mi guardo bene, com’è ovvio, dal sospettare i paziente economisti della Bce di secondi fini, ulteriori a quello di servire la loro triste scienza. Anche loro, come noi tutti, sono immersi nello spirito del tempo. Ma proprio per questo bisogna leggerli: per capirlo meglio.

E sembra di capire, scorrendo il paper, che le grandi masse occidentali debbano riscoprire la durezza del vivere per riprendere a far figli. Perché la troppa sicurezza ha un effetto deprimente sulla fertilità, conducendo sostanzialmente al suicidio sociale a cui stiamo assistendo, ove masse di anziani, peraltro assai costosi per i bilanci statali, diventano pletorici a fronte di sempre meno bambini, che dovrebbero diventare i lavoratori di domani, ossia coloro che tali fardelli saranno chiamati a sostenere. Le proiezioni immaginano società di vecchi, ormai in maggioranza, e quindi terminali, incamminate perciò lungo la strada dell’estinzione, e per giunta fiscalmente fallimentari. Una sorta di incubo malthusiano.

Ecco perciò che la ricerca teorica torna alle radici. Magari per dirci, un giorno o l’altro, che bisogna fare tanti figli per avere tanta forza lavoro in famiglia e perché, quando saremo vecchi, inabili al lavoro e squattrinati, baderanno a noi. Che è più o meno quello che dicevano i nostri antenati. Sempre a proposito di radici.

Potrei finirlo qui, questo post. Ma poiché vi so appassionati di numeri e ragionamenti, cedo il passo a persone assai più intelligenti di me, ossia ai nostri economisti della Bce.

Costoro hanno gioco facile a ricordare come “l’invecchiamento della popolazione sia considerato una delle principali sfide delle economie sviluppate”, e bisogna “fare i conti con i cambiamenti della popolazione e con le cause”, che “devono essere capite”. E una delle maggiori cause del cambiamento della popolazioni – ossia del loro invecchiamento – è il welfare state che, lamentano “ha ricevuto solo una piccola attenzione nel dibattito accademico”.

E tuttavia, dicono, la maggior parte degli economisti ha chiaro che la sicurezza sociale provoca cambiamenti nei comportamenti, “ad esempio nella decisione di offrire lavoro”. “Il collegamento fra sicurezza sociale e comportamento individuale è stato postulato nella cosiddetta social security hypothesis, e tuttavia è sorprendente che il collegamento fra la sicurezza sociale e altri comportamenti, come la fertilità, abbia ricevuto poca attenzione”.

Senonché la letteratura di genere ha già acclarato che questo link esiste, e che anzi è una variante della social security hypothesis, secondo la quale, appunto, l’intervento dello stato in qualità di fornitore di assicurazioni, siano esse previdenzaiali o sanitarie, cambia la capacità del soggetto di provvedere in autonomia ai rischi che tali assicurazioni sottintendono. Come dire: lo stato allevia la durezza del vivere, e il cittadino la disimpara. Mannaggia.

Ebbene, il paper offre un contributo teorico illustrando come la sicurezza sociale, il welfare, impatti sulla fertilità e, di conseguenza sull’invecchiamento della popolazione, individuando un link microeconomico fra pensioni e tasso di fertilità, che poi viene testato partendo da dati storici risalenti, appunto, alla Germania imperiale di Bismarck, che hanno fornito “un’opportunità unica per l’analisi visto che copre l’intero periodo dall’introduzione della social security”.

Il modello contempla tre opzioni per provvedere agli anziani: risparmio privato, trasferimenti intra-familiari, e sistema pubblico di pensioni. Ma l’assunzione cruciale del modello – nota bene  – è la riduzione dell’offerta di lavoro che consegue alla decisione di una famiglia di avere figli.

“Tale ipotesi implica che c’è un costo-opportunità nel fare figli in termini di redditi futuri non ottenuti” e soprattutto inidividua una sorta di effetto sostituzione figli/pensione in cui la determinante è il tasso di rendimento della pensione stessa. Se il tasso di rendimento interno è alto, costa di più avere figli perché, rinunciando a lavorare si rinuncia non solo ai redditi futuri, ma anche alle relative prestazioni pensionistiche. Il contrario se il tasso di rendimento è basso.

Si potrebbe disquisire a lungo sulla filosofia sottintesa in questa impostazione, per la quale tutto è economico o non è, e quindi gli individui, ridotti a robottini d’accademia, prendono le decisioni solo sulla base del loro desiderio di profitto. Ma ormai avrete capito che non è questo lo scopo del gioco. Lo scopo del gioco è far digerire a tutti noi ciò che ci faranno ingurgitare: un sonoro dimagrimento del welfare, ma sempre per il nostro bene.

Ebbene, i dati tedeschi testati, fra il 1890 e il 1914 mostrano proprio che “un più alto tasso interno di rendimento del sistema pensionistico è associato con un più basso livello di nascite”. “Considerando che l’impatto della social security è aumentato piuttosto che diminuire nel tempo, l’impatto della sicurezza sociale sulla fertilità è diventato ancora più grande”. Talmente grande da non poter più essere sottovalutato.

“In particolare nel contesto di finanze pubbliche sotto stress e un diffuso bisogno di riforme strutturali, riconsiderare il disegno del welfare state sembra una promettente area di sviluppo”, conclude.

Dobbiamo ridurre le pensioni e in generale l’assistenza sociale, insomma, per tornare a far figli, visto che la prole è la ricchezza della nostre società, ormai vecchie e stanche.

Dobbiamo tornare proletari.