Etichettato: cosa è lo zero lower bound

La passione aurea delle banche centrali russa e cinese


Parlare di oro, il “barbaric relic” di keynesiana memoria, nell’epoca delle valute digitali e dello zero lower bound è come discorrere di vinili nel mondo di Spotify. E tuttavia, proprio come accade per i vecchi dischi, anche i lingotti son diventati – o sarebbe meglio dire che sono tornati – esemplari assai richiesti da svariate tipologie di compratori.

Questa evidenza sarebbe una semplice curiosità se non fosse parte di un più vasto movimento economico che coinvolge le autorità ufficiali dei diversi paesi, con le loro banche centrali a guidare il gioco, che potremmo interpretare come la spia di un cambiamento sostanziale del modo in cui si è guardato all’oro nell’ultimo ventennio. Da vestigia fuori moda ad asset nuovamente meritevole di interesse, e per più di una ragione.

Alcune di queste le riepiloga un bell’articolo pubblicato sull’ultimo bollettino economico della Bce dedicato agli andamenti delle riserve in valuta estera delle banche centrali, che -casualmente? – crescono come i nostri debiti.

All’interno di questo trend di lungo periodo si inserisce anche l’andamento dell’oro, che nelle riserve ufficiali gioca un ruolo non trascurabile, come si può osservare notando quanto pesi su quelle della Bce.

L’istogramma verde, che misura il peso specifico dell’oro sulle riserve, mostra l’aumento dell’importanza dell’oro, diretta conseguenza del notevole aumento del prezzo del metallo giallo osservato nell’ultimo ventennio. Un arco di tempo in cui la percezione (e la domanda) dell’oro è cambiata drasticamente. Anche qui per i più svariati motivi.

Basta ricordare, per comprendere come sia cambiato il clima, che nel settembre scorso è scaduto, dopo tre rinnovi, il ventennale accordo sull’oro stipulato fra le banche centrali (Central Bank Gold Agreement, CBGA), che vedeva fra i primi firmatari le banche centrali dell’eurosistema, oltre a quella svizzera, svedese e del Regno Unito.

Il primo accordo, che risaliva quindi al 1999, era stato deciso perché sul mercato dell’oro si osservarono vendite non coordinate proprio dal parte delle banche centrali, che si temette potessero generare disordini capaci di destabilizzare i prezzi. All’epoca, quindi, l’oro era un bene di cui liberarsi.

Già nel 2009, le esigenze di coordinamento si erano affievolite. Le pressioni al ribasso del prezzo dell’oro erano venute meno, anche perché stavano prevalendo quelle al rialzo. Il risultato è stato che nel ventennio dell’accordo i prezzi hanno finito col quintuplicare, spinti non solo dalla diversificazione della domanda, ma anche dall’innovazione finanziaria, che ha creato strumenti di investimento “che hanno contribuito ad ampliare la base degli investitori”, come spiega la Bce. In sostanza “la liquidità del mercato e la sua capacità di assorbire grandi volumi di transazioni in oro hanno registrato un incremento costante, riducendo in tal modo la necessità di un accordo fra le banche centrali”.

Ma il contributo delle banche centrali non si è limitato a questo. Da parte di alcune di loro, specie fra i paesi emergenti, si è osservato una propensione crescente all’acquisto di oro, in particolare da parte della banca centrale cinese e quella russa.

Insieme, le due banche euroasiatiche, detengono i due terzi delle 6.000 tonnellate di oro cumulate nei forzieri dei principali paesi emergenti. “Nel decennio in corso le banche centrali e le altre istituzioni ufficiali sono divenute acquirenti nette di oro, principalmente per via della domanda proveniente dai mercati emergenti. Il punto di svolta si è verificato indicativamente al momento della crisi finanziaria mondiale quando, dopo anni di vendite nette, il contributo fornito dal settore ufficiale alla domanda complessiva di oro è divenuto positivo, le disponibilità in oro dei firmatari dell’accordo si sono stabilizzate e altre banche centrali hanno iniziato ad acquistarne”, spiega ancora la Bce.

I motivi di questa ritrovata passione sono diversi, ovviamente, e sono insieme economici – l’oro viene comunque percepito come un bene rifugio – e geopolitici. Si pensi ad esempio al processo di de-dollarizzazione in corso in Russia. La nuova giovinezza dell’oro, in questo senso, è legata alle peripezie del sistema monetario internazionale, alle prese con spasmi di vario tipo attorno alla moneta egemone, e quindi all’ordine politico che verrà. In quest’ordine l’oro potrebbe finire col giocare un ruolo o forse no. Ma nel dubbio le banche centrali lo mettono da parte.

 

 

Cartolina: L’inflazione francamente se ne infischia


Hiroshi Nakaso non tradisce mai, neppure per un attimo, la sua fede granitica nella teoria del central banking, mentre racconta l’epopea della politica monetaria del Giappone durante un seminario alla Fed di New York. Rivendica con patriottico orgoglio, lui che da vent’anni lavora nella banca centrale di cui è vicegovernatore, che la sua BoJ, prima al mondo, ha sperimentato lo zero lower bound – i tassi a zero – nel 1999 e il QE nel 2001, aprendo la via alla nostra contemporaneità. E illustra con grande compiacimento le ultime diavolerie messe in campo dalla sua banca, che hanno nomi astrusi come Yield curve control o inflation-overshooting commitment.  In pratica vogliono solo dire che la BoJ non si risparmierà, né risparmierà moneta, per trasportare un’inflazione riluttante verso l’agognata soglia del 2% che in Giappone non si vede da vent’anni, ossia da quando sono iniziati gli sforzi eroici della BoJ. L’ultimo dei quali risale al settembre 2016, quando la banca ha annunciato che avrebbe aumentato la base monetaria finché l’indice dei prezzi al consumo (CPI) non avesse accelerato ben oltre il 2% di target su base annua per un periodo prolungato, aprendo di fatto le porte alla nouvelle vague delle moderne banche centrali: alzare i target che non riescono a raggiungere. Come un centometrista che si proponga di raddoppiare la velocità che non riesce a raggiungere. Tale eroismo non ha impedito che il CPI si affossasse. E solo quando ammette che il target sui prezzi non è stato ancora raggiunto che il nostro banchiere sembra dubitare della sua medicina. Ma è solo un attimo. La BoJ continuerà a fare quello che ha sempre fatto, e con sempre maggiore impegno e fantasia, per far risalire l’inflazione. La quale, purtroppo, francamente se ne infischia.

L’economia ai tempi dello ZLB: Il salasso miliardario dei risparmiatori


L’economia dei tassi a zero o negativi ha condotto gli investitori a doversela vedere con un mondo che ormai deve gestire quasi 10.000 miliardi di bond pubblici, 9,9 trilioni per la precisione, che hanno rendimenti negativi. Tale evidenza, che viene puntualmente riportata in un recente studio di Fitch, genera esiti di difficile comprensione quanto alle ulteriori conseguenze che potrebbero provocare sul nostro equilibrio finanziario, in particolare per alcuni investitori che necessitano di avere rendimenti positivi per poter ripagare le loro obbligazioni.

Per dirla con le parole di Fitch, “la crescita nell’ammontare di debito sovrano a rendimento negativo sta aumentando la pressione sugli investitori che dipendono pesantemente dai redditi che provengono dalle obbligazioni governative”. In particolare si fa riferimento alle banche, le assicurazioni e gli altri investitori in titoli sovrani, tipo i fondi pensione.

“Le politiche monetarie non convenzionali in Giappone e in Europa – ha spiegato Robert Grossman, managing director di Macro Credit Research dell’agenzia – hanno spinto i rendimenti ancora più in basso, limitando l’abilità degli investitori a ottenere profitto attraverso i redditi da investimenti”.

I dati dicono che questi 9,9 trilioni di debito a rendimento negativo si suddividono in 6,8 trilioni a lungo termine, mentre i restanti 3,1 trilioni sono a breve, quindi sono strumenti del mercato monetario. La simulazione, svolta sui valori registrati al 25 aprile scorso, ha calcolato che questa montagna di obbligazioni genera uno yield negativo per 24 miliardi di dollari. Ciò vuol dire che chi ha comprato queste obbligazioni ha praticamente “pagato” ai debitori questa cifra solo per il fatto di acquistare questi titoli. E’ interessante sottolineare che in tempi normali, quindi quando le obbligazioni generavano un rendimento positivo, i rendimenti sarebbero stati ben diversi. Ai rendimenti del 2011, quando lo yield era quotato l’1,23%, gli investitori avrebbero potuto contare su incassi per 122 miliardi. Se si andasse ai rendimenti del 2006, quotati all’1,83%, sarebbero stati 180 miliardi.

Questa sorta di rivoluzione culturale – per la quale i creditori pagano i debitori anziché il contrario – genera importanti ricadute sui comportamenti finanziari degli investitori. “Il desiderio di generare migliori ritorni può condurre banche e compagnie di assicurazioni, fondi monetari e altri investitori ad allungare le scadenze o abbassare la qualità del credito media dei loro portafogli, contribuendo ad aumentare i rischi del sistema finanziario. Una delle possibili implicazioni di uno stock crescente di debito a yield negativo è la domanda crescente di security governative a più alto rendimento, come i Treasury Usa, abbassando ulteriormente i rendimenti a lungo termine, complicando lo sforzo della Fed nell’aumentare i tassi a breve più tardi nel corso di quest’anno”.

Insomma, la politica dello ZLB può creare i presupposti della sua stessa irreversibilità. La trappola perfetta.

Per la cronaca, vale la pena osservare che il solo Giappone pesa il 66% di questa montagna di debito a rendimento negativo, grazie alle politiche di QQE realizzate dalla BoJ, che ha portato alcuni rendimenti in zona negativa e potenziato gli acquisti di bond governativi. Il resto è localizzato in Europa.

La sindrome giapponese ormai ci ha contagiato.