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Dazi Usa, gli effetti sull’export italiano un anno dopo

Alcuni dati raccolti nella relazione annuale di Bankitala ci consentono di fare il punto sugli effetti della politica daziaria statunitense nel nostro paese, oggetto come gran prte del mondo delle tariffe statunitensi.

Il primo dato, ricavabile dal grafico in alto a sinistra, è il dazio medio effettivo applicato dagli Usa sui prodotti italiani, passato dal 2 al 14 per cento. In pratica è aumentato di sette volte.

L’effetto sulle esportazioni è stato in larga parte recessivo, come si poteva prevedere, anche se con qualche compensazione. Alcuni settori (grafico sopra a destra) hanno addirittura visto crescere le loro esportazioni, con risultato che nel 2025 il valore dell’export verso gli Usa è cresciuto comunque del 7,2 per cento in valore. Il risultato, stima Bankitalia, è stato in larga parte generato dall’anticipazione di alcuni acquisti decisi prima dell’entrata in vigore delle tariffe.

Ma al netto del settore farmaceutico e dei mezzi di trasporto senza le automobili (in gran parte navi), che in larga parte sono esenti da dazi, le esportazioni risultano essere diminuite di oltre il 5 per cento, con una flessione ancora più pronunciata nel settore automobilistico.

E’ interessante sottolineare che “la riduzione del valore delle esportazioni negli Stati Uniti per effetto dei dazi ha riflesso il calo dei volumi esportati e non quello dei prezzi praticati dagli esportatori”. Ciò significa, in pratica, che “i maggiori dazi sono stati trasferiti quasi interamente ai prezzi pagati dagli acquirenti statunitensi”. Quindi dagli importatori, che poi hanno dovuto decidere se trasferire questi costi sui prezzi finali in tutto o in parte.

Ovviamente i dati sul primo anno di dazi Usa sono di natura squisitamente congiunturali. Per capire quali saranno le tendenze, occorrerà aspettare che i mercati si assestino, anche se Bankitalia giudica plausibile che “gli effetti sulle esportazioni negli Stati Uniti diventino più ampi di quelli di breve periodo, riflettendo principalmente il graduale ricorso a fornitori alternativi, inclusi quelli domestici quando disponibili da parte degli importatori statunitensi”.

Nella peggiore delle ipotesi, “l’effetto dei dazi potrebbe manifestarsi non solo in una riduzione delle vendite complessive, ma anche in un cambiamento della composizione delle imprese esportatrici attive nel mercato statunitense, attraverso l’uscita
di quelle più fragili e meno produttive”. Guardando il bicchiere mezzo pieno, questo per i nostri esportatori potrebbe essere un incentivo a fare meglio.