Etichettato: il deficit commerciale usa è diminuito dopo i dazi

Deficit commerciale Usa: tanta fatica per (quasi) nulla

L’ufficio statistico Usa ha pubblicato di recente i dati sulla bilancia commerciale statunitense riferiti al giugno scorso. I dati aggregano beni e servizi ed esibiscono un deficit mensile di 73,3 miliardi di dollari, in calo del 5,6% rispetto al mese precedente, fra le esportazioni Usa (314,7 miliardi, in calo dello 0,9%) e le importazioni (388 miliardi, in calo dell’1,8%).

Un dato mensile dice poco. Se allunghiamo lo sguardo sui dati trimestrali possiamo individuare qualche informazione in più. Nel trimestre terminato a giugno l’export Usa, rispetto al trimestre precedente, è diminuito di 1,3 miliardi, fermandosi a 320,2 miliardi di valore, mentre l’import è aumentato di 4,2 miliardi, arrivando a 388,7 miliardi di valore.

Se osserviamo il dato trimestrale su base annuale, il trend si chiarisce ancora di più. Nel trimestre finito a giugno 2026, rispetto al trimestre chiuso a giugno 2025 – nel pieno della tempesta scatenata dal Liberation Day di aprile 2025 – le esportazioni sono aumentate di 35,6 miliardi e le importazioni di 42,1 miliardi. Sembra insomma che le intemerate commerciali del presidente americano abbiano finito con l’aumentare l’interscambio con l’estero.

Tanto rumore per nulla? Quasi. Come abbiamo visto, i dazi americani hanno generato un profondo cambiamento nelle catene di fornitura statunitense. Basta anche solo osservare il dato del deficit di giugno per averne conferma. Il deficit bilaterale verso la Cina (15,3 miliardi a giugno 2026) ormai è terzo nella classifica statunitense, superato da quello verso il Vietnam (21,6 miliardi) e il Messico (20,3 miliardi. Al quarto e al quinto posto troviamo Taiwan (14,9 miliardi) e l’Unione Europea (10,9 miliardi).

Questo cambiamento è più formale che sostanziale. Gli Usa possono vantarsi di comprare meno dalla Cina, ma solo direttamente. E’ chiaro a tutti, e basta anche osservare gli investimenti esteri cinesi in Vietnam, che la Cina produce altrove ciò di cui gli americani continuano ad avere bisogno per le proprie industrie, ossia principalmente semilavorati e materie prime.

Ciò significa, in pratica, che uno degli obiettivi dei dazi, ossia internalizzare alcuni produzioni estere è sostanzialmente fallito. I dati raccolti dal PIIE mostrano chiaramente infatti che l’occupazione dei blue collar, ossia gli operai, nella manifattura, è costantemente diminuita.

Quindi niente più manifattura e meno Cina ma più Vietnam e Messico. Ma almeno il deficit complessivo è migliorato? Se andiamo a vedere i dati del Census a valori nominali, non si intravedono grandi differenze.

Se ci riferiamo ai soli beni escludendo i servizi, nei quali gli Usa sono eccedentari, osserviamo che il deficit Usa complessivo nel primo semestre di quest’anno è stato di 534,8 miliardi di dollari. Un dato che è sostanzialmente in linea con quello degli anni precedenti. Nel giugno 2025 il deficit era molto più elevato, arrivando ad oltre 716 miliardi, perché gli importatori Usa temendo i dazi, che sono a loro carico, hanno anticipato molte importazioni. Ma se andiamo a guardare i dati del 2024, vediamo che il primo semestre il deficit oscillava intorno ai 468 miliardi. Nel 2023 era di 528 miliardi. Un volta chiuso il 2026 sarà possibile fare un confronto sull’interno anno, ma è facile prevedere che proseguirà la serie che vede un deficit dei beni Usa oscillare fra i 1.000 e i 1.200 miliardi l’anno almeno dal 2021.

Ricapitoliamo: niente occupazione in più sulla manifattura, niente calo del deficit, sempre forte dipendenza dalle produzioni (se non importazioni) cinesi. Cosa ci hanno guadagnato gli Usa ad elevare i dazi? Solo una stretta fiscale a carico di famiglie e imprese, visto che il dazio è una tassa che ricade in larga parte su chi compra. E anche un aumento dei prezzi ovviamente. Altro che Liberation Day.