Etichettato: maurizio sgroi

Cartolina. Vendesi casa disperatamente

Son tempi magri per chi vuol vendere casa. Il crollo delle transazioni certificato da Ocse, con la notevole eccezione del Giappone, ci racconta di una bolla gonfiata dai soldi facili che molto rapidamente si sgonfia, e speriamo senza fare troppi danni, adesso che i soldi sono tornati difficili. Niente di nuovo. Lo abbiamo visto talmente tante volte che non dovremmo neanche stupirci. Parlarne serve semmai a ricordare che dietro un grafico, un dato semplice come quello che racconta di un mercato in affanno, ci stanno delle persone, che magari hanno comprato casa quando i soldi erano facili e adesso provano a vendere perché la rata del mutuo è diventata insostenibile. O, al livello più strutturato, fondi immobiliari a leva che si trovano improvvisamente con i patrimoni congelati. Non è un bel vivere quando si vende casa disperatamente. E i compratori lo sanno.

Cartolina. Quota 100?

Ocse ha rilasciato le statistiche sull’andamento redditi reali delle famiglie segnalando, caso più unico che raro, l’incremento di quelli italiani dell’1,4 per cento nel terzo trimestre 2023, dovuto, scrivono, “all’aumento della remunerazione dei lavoratori dipendenti e dei redditi dei lavoratori indipendenti”. E sarà sicuramente vero. Tanto basta per sfamare le nostra società istantanea. Ma chi magari cerca di guardare con una profondità di sguardo un filo più lunga deve impiegare un minuto in più e andare sul pregevole database costruito da Ocse. Scoprirà che l’indice di questa grandezza economica, dopo l’aumento dell’1,4 per cento del terzo trimestre 2023, è arrivato a 93,18. Siamo ancora lontani da quota 100, ossia la base dell’indice. Ciò implica che i redditi non abbiano ancora raggiunto quel livello. C’eravamo nel 2007.

I nodi fiscali di oggi preparano le tasse di domani

Ocse, nel suo ultimo Interim report ha scritto un altro paragrafo che si aggiunge al già corposo capitolo che alimenta la serie “allarmi inascoltati per future memorie” ricordando per l’ennesima volta che i governi di mezzo mondo, specie quello più ricco (sarà un caso?), sono super indebitati.

Tralasciando di ricordare che al debito dei governi corrisponde un credito (o la ricchezza) di qualcun altro, limitiamoci al fatto che, a scenari immutati, quindi al netto di ciò che è imprevedibile, ossia la realtà, ci comunica una semplice informazione riguardo al futuro: la pressione fiscale è assai probabile dovrà aumentare per mantenere le tante promesse che sempre i governi hanno fatto ai propri cittadini. Quelle pensionistiche, ad esempio, ma anche quella del welfare in generale.

Il dato, di cui potete farvi un’idea osservando il grafico sopra, mostra che la tendenza al rialzo del debito pubblico è l’unica universalità del nostro tempo. Vuoi per la risi finanziaria, vuoi per la pandemia, vuoi per la pandemia associata a una crisi finanziaria, i governi spendono e spandono, come diceva il poeta, e fondamentalmente se ne infischiano delle conseguenza, come diceva quell’altro.

Sicché il verdetto è presto fatto: “Se si vuole che il debito pubblico rimanga su livelli bassi, in molte economie sono necessarie riforme fiscali e di spesa percorso sostenibile”. Un grande “Se”.

Inutile qui riepilogare le solite ricette che Ocse suggerisce (tagli, riforme eccetera). E’ molto più utile porsi una domanda: siamo, come società, nelle condizioni di sostenere un debito pubblico che per sua natura e costituzione storica è destinato a crescere? Ai posteri l’ardua risposta.

Il tramonto dell’istruzione in Occidente

Come di consueto l’Ocse, nel suo ultimo interim report, torna a ricordarci che la crescita economica non è solo una questione che si possa risolvere abbassando i tassi di interesse o spingendo sul pedale della spesa pubblica. Anche perché poi, e lo vediamo ai giorni nostri, certe politiche – chiamiamole genericamente incentrate sul lato della domanda – finiscono col mostrare i loro costi che si scoprono sostenibili a fatica.

Per crescere servono anche le politiche dal lato dell’offerta, come le chiama la vulgata, e fra queste primeggiano quelle capaci di elevare il valore del capitale umano, brutta espressione che cela qualcosa di tremendamente importante, specie in un mondo post-industriale che ormai, grazie allo sviluppo dell’intelligenza artificiale, può diventare anche post-servizi industriali. A cominciare proprio dall’istruzione.

L’istruzione, lo ricordiamo a chi non si diletta di storia, è stato lo strumento principale della rivoluzione politica ed economica del secolo XIX, quando enormi masse furono alfabetizzate per dotare gli stati nazionale di forza lavoro capace di stare al passo con i tempi, quindi di leggere e far di conto.

Ciò ha alimentato la crescente richiesta di personale specializzato e ha consentito di creare a far sviluppare l’istruzione superiore e la nascita di un ampia quantità di tecnici che hanno finito col creare il mondo di oggi. Quello ad alto valore aggiunto che possiamo apprezzare dilettandoci con i nostri numerosi device.

Senonché gli andamenti dei livelli di istruzione, ossia la fonte di questa specie di miracolo economico, stanno diventando preoccupanti. Fra il 2018 e il 2022, anche a causa della pandemia, “c’è stato un calo senza precedenti della performance in molti paesi degli Ocse PISA test per i 15enni”, che hanno mostrato carenze sia nella lettura che nella matematica. Le ricerche empiriche svolte da Ocse hanno osservato che scarsi punteggi nei test PISA “possono avere effetti negativi persistenti sui livelli di produttività nei successivi 30-40 anni”.

Colpa della pandemia? diciamo che è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. “Il recente calo delle prestazioni – scrive Ocse – continua una tendenza al ribasso nei punteggi dei test precedenti al 2018, indicando problematiche a lungo termine nei sistemi educativi di alcuni paesi”. Ocse invita a destinare risorse fiscali a questo problema, puntando sulla qualità della spesa. E già questo somiglia a un programma utopistico. Come dovremmo avere una spesa qualitativamente efficace se già da lungo tempo non abbiamo più un’istruzione di qualità?

Il tramonto dell’istruzione in Occidente è un tema troppo complesso per essere esaurito in poche righe. Contribuiscono fattori di vari genere, non ultimo lo stesso sviluppo tecnologico, che pure l’istruzione ha reso possibile, che però ormai sta lentamente segando il rame sul quale ha prosperato.

L’uso e l’abuso di tecnologie che finiscono col scoraggiare il tempo dell’apprendimento, dando l’illusione di una conoscenza che si consuma in logica fast food non è cosa che si possa risolvere aumentando la spesa pubblica. Come ieri si allevavano masse capaci di leggere e scrivere, oggi la sensazione è che si stiano allevando masse capaci di seguire i trend e reagire alle notifiche, con una capacità analitica che non supera il livello social.

Nel mondo nuovo verso cui ci dirigiamo sembra ci sarà sempre meno spazio per l’istruzione, quella autentica, ma tanto rumore di fondo. Chiaro che la scuola venga percepita come inutile, in un mondo dove tutti sognano di cavarsela facendo gli influencer.

Alla ricerca di un atterraggio morbido

SI potrebbe persino definirla ottimista, l’analisi che il Fmi fa dell’economia internazionale nel suo ultimo aggiornamento delle previsioni che addirittura rivede al rialzo la crescita per quest’anno di un paio di decimali, che di questi tempi buttali via.

Soprattutto una certo rasserenamento trapela dall’analisi dell’inflazione che diminuisce più rapidamente, mentre la crescita rallenta meno bruscamente. Il perfetto atterraggio morbido, viene da dire, che si preannuncia proprio mentre le banche centrali lasciano capire che l’età delle restrizioni monetarie volge al termine, da qui all’autunno prossimo magari, a cominciare proprio dagli Usa, dove pure tutto è cominciato. Al solito, viene da dire.

Laggiù, dove si consumano l’alfa e l’omega della nostra contemporaneità (almeno per quel che osserviamo qui) la crescita si prevede rallenti proprio come in Cina, mentre nell’eurozona, duramente penalizzata dai costi energetici (e quindi dall’inflazione) ci si aspetta un lieve miglioramento, ma senza troppi eccessi.

Lo scenario migliora in alcuni paesi emergenti, come Brasile, India e la regione del Sud est asiatico, dove la crescita accelera più che altrove, mentre l’inflazione (tranne che in Argentina) decelera ovunque, anche nella sua componente core – ossia al netto di energia e alimenti freschi – che si avvicina sempre più al target delle banche centrali.

Cosa può andare storto? Praticamente tutto. Il sostegno della produzione deriva in larga parte da una robusta domanda privata e pubblica, che ha tenuto il pil fuori dalla zona di pericolo. E il fatto che i governi possano rimandare le misure di consolidamento fiscale, che pure tutti sanno necessarie, rischia semplicemente di generare più problemi dopo.

Soprattutto, rimangono elevate le incertezze politiche internazionali. Le catene di fornitura potrebbero trovarsi di nuovo stressate da improvvise nuove strozzature (il caos del Mar Rosso, ma non solo), mentre sul versante dell’inflazione, il settore dei servizi potrebbe risultare molto più resiliente di quello che si pensa nei confronti della disinflazione.

Preoccupano in particolare gli sviluppi delle contrattazioni salariali nell’eurozona. E poi c’è il rischio ottimismo: i mercati stanno già prezzando futuri tagli dei tassi, che però potrebbero anche arrivare con maggior ritardo, con ciò destabilizzando le aspettative.

Inutile, insomma, farsi troppe illusioni. Dobbiamo rassegnarci all’idea che occorre vivere pericolosamente e in questo trovare le occasioni per vivere meglio. Forse il miglior regalo che ci faranno così tante crisi insieme e che smetteremo di chiamarle crisi. Le chiameremo opportunità.

Cartolina. Al servizio dell’inflazione

Adesso che (finalmente) i beni energetici hanno (per adesso) smesso di stressare l’indice generale dei prezzi, rimane giusto da osservare il notevole contributo dei servizi al livello generale dei prezzi, pure al netto del rallentamento osservato nei servizi turistici e di ristorazione. Tutte le principali componenti, a parte l’energia, hanno rallentato, a dirla tutta. Ma l’inflazione dei servizi molto meno di altre, a conferma del fatto che qualcosa di sostanzioso si è smosso nel nostro circuito economico, e non solo nel nostro. Andamento simile si osserva anche a livello europeo. I servizi, questo variegato mondo post-industriale, sono la vera novità della recente ondata inflazionistica. E’ in questo settore che adesso si concentrano le tensioni, e sono i servizi che faticano a normalizzare i propri livelli dei prezzi. Rimane da capire perché.

Cartolina. Redditi irreali

Non fa più notizia, in Italia, parlare del livello dei redditi, che tutti sanno essere bloccati da alcune decadi. E tuttavia fa sempre una certa impressione ritrovarsi davanti il fatto che il reddito reale disponibile è sceso sotto il livello del 2017, e che siamo sotto il livello 100 dell’indice, fissati addirittura al 2015. Nessuna sorpresa che l’aumento dei consumi, che comunque non brillano, lo paghi il risparmio, che infatti crolla. Succede quando devi affrontare la realtà con un reddito irreale. Tendi a dimagrire.

Aumenta il credito alle non banche, diminuisce alla Cina

Fra le tante informazioni interessanti contenute nelle ultime statistiche diffuse dalla Bis di Basilea sugli andamenti del credito internazionale, vale la pena segnalare che continua a crescere – per il terzo trimestre consecutivo – il credito che i prestatori concedono all’ampio settore degli soggetti finanziari non bancari. Si tratta di un universo composito, che più volte abbiamo osservato, che ormai ha assunto un ruolo di grande importanza nel sistema finanziario internazionale, della quale la capacità di attrarre prestiti è la dimostrazione tabulare.

Alla fine del settembre 2023, ossia il periodo osservato dalle statistiche Bis, solo nei paesi avanzati questi entità (Non bank financial Institution, NBFIs) hanno attratto ben 238 miliardi di dollari di prestiti, una parte rilevanti dei quali – 173 miliardi – denominati in dollari. Osservate sul grafico di destra in alto la notevole accelerazione di prestiti in questa valuta a questi soggetti nel corso del 2023. A settembre si è registrato un incremento su base annua del 12 per cento. Nulla che si possa sottovalutare.

Questo flusso va innanzitutto inquadrato in un contesto di forte espansione del credito in dollari, che nel terzo trimestre del 2023 è cresciuto di 448 miliardi. Gran parte di questo credito si è diretto verso paesi avanzati, con soggetti Usa, giapponesi e britannici nella parte del leone. Le non banche hanno guidato buona parte di questa espansione, e ormai sono titolari di uno stock di credito che ha raggiuto i 15 trilioni. SI tratta perciò di un settore squisitamente sistemico.

Al contrario il credito in dollari verso le economie emergenti rimane ancora sotto il livello del 2022. Si osserva nei loro confronti un calo del credito in euro, in particolare per Cina e paesi asiatici, a cui ha fatto fronte un aumento di quello in yen e yuan. Un segnale che questa regione sta in qualche modo rafforzando i propri legami finanziari a prescindere dai prestatori occidentali. Infatti il credito denominato in valute diverse da dollaro ed euro è aumentato del 5 per cento su base annua.

Se stringiamo il focus sulla Cina, osserviamo che il credito nei confronti di Pechino è ancora molto più basso di quello che si osservava nella metà del 2021. A farne le spese è soprattutto il settore immobiliare.

In sostanza sta ancora proseguendo una sorta di ritirata dei capitali verso i paesi avanzati, che evidentemente vengono percepiti come più convenienti, anche per la ripresa dei tassi di interesse, o magari meno problematici di quelli emergenti. Sarà interessante osservare nei prossimi trimestre se questa sorta di re-globalizzazione finanziaria condurrà a nuovi equilibri fra paesi avanzati, che riportano i capitali in casa, e paesi emergenti che devono trovare fonti diverse di finanziamento. Non c’è da aspettarsi grosse soprese. Ma qualche novità probabilmente sì.

Si rafforzano i conti esteri italiani

L’ultimo scorcio del 2023, illustra l’ultimo bollettino economico di Bankitalia, ha visto un robusto miglioramento della posizione creditoria netta dell’Italia sull’estero, arrivata a superare i 122 miliardi di euro (122,7 per la precisione), un importo pari al 6,1 per cento del pil. Rispetto al trimestre precedente, l’incremento è stato di 17,3 miliardi, in larga parte riconducibile all’avanzo di conto corrente, ossia del saldo dei nostri scambi di beni e servizi con l’estero.

Questa buona notizia ne contiene una meno buona. Il miglioramento del saldo corrente, infatti, è in buona parte dovuto al ripiegare della spesa per beni energetici, che era arrivata superare il 6 per cento del pil nel 2022 portando il saldo corrente in territorio ampiamente negativo. Se scrutiamo le varie componenti del saldo, osserviamo anche un’altra novità: nel terzo trimestre il saldo dei redditi primari, ossia le rendite nette dei nostri investimenti esteri, è diventato negativo, probabilmente in conseguenza degli aggiustamenti di valutazione. In compenso, è cresciuto il saldo attivo dei beni non energetici, che quindi segnala una certa ripresa del nostro settore esportatore.

Complessivamente, quindi, la dinamica della nostra posizione estera mantiene un tono positivo, anche se rimangono alcuni elementi strutturali di criticità, a cominciare proprio dalla nostra bilancia energetica, che da sola ha la capacità di squilibrare non solo i nostri conti con l’estero, ma anche di gravare notevolmente sul livello generale dei prezzi interni.

Sarà interessante, nei prossimi trimestri, osservare l’andamento dei redditi primari. Negli ultimi anni questa componente ha notevolmente contribuito agli attivi del conto corrente, ma adesso il quadro sembra essere notevolmente diverso. Da una parte c’è stato un lieve incremento degli investimenti esteri in Italia; dall’altro, come si può osservare dal saldo target sotto, una diminuzione degli investimenti italiani all’estero. Il tutto in un contesto di tassi crescenti che da una parte rendono più care le nuove emissioni – nel trimestre osservato sono state prevalenti quelle del settore privato (7,5 miliardi in obbligazioni per lo più) rispetto a quelle pubbliche – dall’altra rendono meno remunerativi gli investimenti obbligazionari esteri fatti in passato dagli italiani.

In sostanza siamo di fronte a una certa stabilizzazione dei conti esteri, che però galleggia su un mare potenzialmente molto instabile, se consideriamo i vari andamenti internazionali. Sarebbe saggio usare prudenza e mettere fieno in cascina. Quindi non succederà.

Gli effetti della crisi del Mar Rosso sul commercio estero italiano

Anche Bankitalia, nel suo ultimo Bollettino economico, ha dedicato qualche riga all’analisi dei rischi che la crisi del Mar Rosso, con gli attacchi dei ribelli yemeniti alle navi commerciali, genera per il commercio estero italiano, e in particolare per le nostre importazioni che da lì transitano.

Non si fatica a comprenderne la ragione. Nello stretto di Bab el-Mandeb, proprio all’ingresso del Mare, passa circa il 12 per cento del commercio mondiale, e gli attacchi hanno fatto diminuire drasticamente i volumi di merci trasportati (grafico sopra a sinistra), che a fine anno risultavano inferiori di quasi il 40 per cento rispetto al dicembre 2022.

Questa situazione, che riguarda tutti, fa sentire i suoi effetti particolarmente nel nostro paese. Secondo le stime di Bankitalia, infatti, attraverso il Mar Rosso passa il 16 per cento delle nostre esportazioni, in buona parte provenienti dalla Cina. Non a caso quasi un terzo dei beni provenienti dal settore tessile/abbigliamento che importiamo passa da lì.

La Cina d’altronde è il nostro secondo grande fornitore mondiale di beni dopo la Germania. Ma da quello Stretto passano anche molti dei nostri beni energetici, circa il 25 per cento delle nostre importazioni, e i prodotti metalmeccanici che pesano quasi il 30 per cento come settore sul totale del nostro export: quasi il 20 per cento di questi beni passa sempre da lì.

Al contrario, le nostre esportazioni che passano da lì sono meno rilevanti. Bankitalia calcola pesino circa il 7 per cento delle merci in uscita. Quindi rischiamo di aver sofferenza lato import, mentre almeno nel breve termine, una sostanziale stabilità dell’export.

Se la crisi dovesse durare esistono rischi concreti che le tensioni sulle importazioni si trasferiscano anche sull’export, visto che comunque si importa anche per produrre beni da esportare. Ma in questa prima fase potrebbe anche succedere che da un punto di vista meramente contabile, l’attivo commerciale aumenti, se l’import rallenta e l’export tiene. Ciò non vuole dire che non ne risentano i prezzi alla produzione, e quindi, in conclusione, l’inflazione. Nulla che ci servisse, insomma.