Etichettato: maurizio sgroi
Quattro trilioni di opportunità per l’Africa

L’ultimo rapporto dell’AFC, Africa finance corporation, sullo stato delle infrastrutture africane ci comunica un’informazione rilevate su quella che è la madre di ogni sviluppo infrastrutturale: la dotazione di capitale finanziario. Perché la prima cosa che bisogna sottolineare una volta per tutte è che l’Africa non diventerà mai una realtà economica con un peso specifico equivalente alla massa delle sue potenzialità se non riuscirà a far crescere il capitale interno, ossia la quantità di risparmio casalingo. E’ impensabile che un paese enorme possa vivere di prestiti e investimenti esteri senza esprimere una propria capacità di accumulazione.
Il senso del lavoro fatto dall’AFC è proprio questo: vedere su quante risorse finanziarie proprie può contare il continente. E capire come funzioni la sua infrastruttura finanziaria, ossia in sostanza il mercato bancario e del debito, che dovrebbe trasformare queste risorse in strumenti per la crescita. L’osservazione di altre regioni, dove lo sviluppo si è sempre accompagnato con l’aumento del risparmio interno, conferma che questa è la priorità fondamentale per il continente.

Nelle regioni asiatiche che sono riuscite a uscire dalla zona della crescita insufficiente a generare prosperità si osserva con chiarezza l’aumento, nel tempo del risparmio interno. La domanda, quindi, è: a che punto è arrivata l’Africa?
La risposta è composita. Lo stock complessivo di capitale che l’AFC ha contabilizzato vale 4 trilioni di dollari, che non è tanto, considerando l’estensione dell’Africa, ma non è nemmeno poco. Il problema semmai è che questo stock si distribuisce in maniera molto diseguale. Come per altri tipi di infrastrutture, l’Africa si divide fra chi ha qualcosa, o anche più di qualcosa, e chi non ha nulla. Se guardiamo ai fondi pensione e alle assicurazioni, il discorso risulta chiarissimo.

Se andiamo a guardare il sistema bancario, osserviamo che malgrado detenga complessivamente 2,5 trilioni di attivi, non riesce ad esprimere quella dimensione e quella profondità che servirebbero per finanziare lo sviluppo africano. Gli investitori istituzionali, che gestiscono 777 miliardi di dollari di asset, investono queste risorse in asset a basso rischio. Solo alcuni paesi, come la Nigeria e la Namibia, stanno cercando di modernizzare questo settore per venire incontro alle necessità d investimento infrastrutturale. Rimangono le banche pubbliche e i fondi sovrani, che gestiscono circa 400 miliardi di risorse, che però rimangono ampiamente sottoutilizzate.
Fra le voci che alimentano lo stock di capitale rimangono protagoniste le rimesse degli emigrati, che pesano circa 80-90 miliardi l’anno. Una quota di risorse importante, ma non certo sufficiente a far crescere adeguatamente lo stock di risparmio.

Di buono c’è che questi flussi sono più stabili degli investimenti diretti esteri (FDI) che oltre ad esprimere importi meno elevati sono più sensibili ai capricci della congiuntura internazionale.
Rimane ampiamente irrisolto un altro grande problema per il futuro dello sviluppo africano: quello dell’economia informale, che in alcune zone del continente è molto elevata.

Le stime parlano di un 40% di pil africano sommerso e addirittura l’80% dell’occupazione. Questo significa meno risorse fiscali, e quindi meno possibilità di promuovere politiche pubbliche di sviluppo. E questo ci conduce all’altra infrastruttura fondamentale per qualunque territorio che voglia crescere: quella statale. Anche qui il panorama è molto composito, con grandi differenze fra i vari territori. Rimane il fatto: se vuole crescere l’Africa dovrà imparare a camminare con le sue gambe. Quindi dovrà farsi anche i muscoli. Quattro trilioni sono un buon inizio. Adesso bisogna usarli.
L’irresistibile ascesa del private debt delle non banche

Un bel paper pubblicato dal NBER ci aggiorna su una delle tante novità fiorite nel mondo della finanza internazionale dopo la Grande Crisi del 2008, esplosa proprio grazie ai prodotti esotici della finanza internazionale. Strano ma vero: si rimedia ai guasti dell’innovazione finanziaria innovando la finanza. E questo genera nuovi rischi.
La trovata in questo caso è stata spostare il debito rischioso fuori dalle banche, creando un rapporto morganatico di queste ultime con altri soggetti, chiamati genericamente non banche (Non bank financial institutions, NBFIs), che abbiamo incontrato più volte nel nostro blog.
Questa tendenza generale si è manifestata in modi molto diversi fra loro. Quello di cui ci occupiamo oggi è il private debt. Si tratta di prestiti concessi dalle non banche — in questo caso fondi di credito privato e Business Development Companies (BDCs) — e detenuti fuori dai circuiti tradizionali. Questi strumenti sono spesso impiegati in operazioni ad alto rischio, come i leveraged buyout (LBO), dove un fondo di private equity acquisisce un’azienda combinando capitale proprio e debito.
Il private debt, quindi, non deve essere confuso col private equity. Nel primo l’investitore agisce come creditore, riceve interessi fissi e ha priorità di rimborso. Non ha controllo sull’azienda, ma beneficia di flussi di cassa stabili. Nel secondo l’investitore diventa proprietario o co-proprietario dell’azienda, punta alla crescita del valore dell’impresa e al ritorno economico. Il rischio è maggiore e quindi anche il potenziale rendimento. In pratica, il private debt è più difensivo e orientato alla protezione del capitale, mentre il private equity è più aggressivo e orientato alla valorizzazione.
Il paper ci racconta che negli ultimi quindici anni il private debt, un tempo strategia di nicchia, è diventato uno dei pilastri dell’ecosistema finanziario globale. Dopo la Grande Crisi Finanziaria (GFC), il settore bancario ha subito una stretta regolamentare che ha ridotto la sua esposizione al credito ad alto rischio, soprattutto verso le imprese medio-piccole. Questo vuoto è stato colmato dai fondi privati, che hanno attratto capitali da investitori istituzionali alla ricerca di rendimenti più elevati in un contesto di tassi bassi. In sostanza il ruolo di intermediazione delle banche in questo segmento è stato completamente occupato dalle non banche.

Il risultato è stato che nel 2025, il mercato globale del debito privato ha raggiunto 1,7 trilioni di dollari in capitale impegnato, triplicando rispetto al decennio precedente. Circa un terzo di questo capitale non è ancora stato investito, segno di una forte capacità residua.
Il paper distingue fra due strumenti di private debt: i BDCs: società regolamentate dalla SEC, che raccolgono capitale da investitori retail tramite azioni e obbligazioni. Operano con leve moderate e sono più trasparenti. E i Credit Funds, fondi chiusi, simili a quelli di private equity, finanziati da investitori istituzionali con capitale bloccato per 10 anni. Sono meno regolamentati ma più stabili nei periodi di crisi.
I BDCs sono più vulnerabili alle fluttuazioni di mercato, mentre i credit funds godono di maggiore resilienza. Tuttavia, entrambi dipendono in parte da linee di credito bancarie, creando potenziali canali di contagio.
Circa il 60–85% del private debt sostiene operazioni di buyout. Questo legame è evidente anche nella distribuzione settoriale: il 46% dei fondi di credito è concentrato nel settore tecnologico, in particolare cloud computing, intelligenza artificiale e applicazioni mobili.
Storicamente, le banche non hanno avuto un ruolo significativo nel finanziamento di buyout, soprattutto nel segmento mid-cap. Il private debt ha colmato questo vuoto, offrendo soluzioni flessibili e rapide, spesso con un singolo prestito senior garantito. Ma non è tutto oro quello che brilla. Il paper evidenzia diversi rischi sistemici, che vanno dal contagio bancario, visto che i BDCs dipendono in parte da linee di credito bancarie, creando interconnessioni potenzialmente pericolose, fino a rischio di liquidità, visto che i BDCs possono trovarsi in difficoltà nei momenti di crisi di mercato. Inoltre, la mancanza di trasparenza nei credit funds rende difficile monitorare il rischio aggregato, nonostante la loro stabilità apparente.
In sostanza, il private debt ha trasformato il modo in cui le imprese si finanziano, offrendo flessibilità e accesso al credito per i soggetti fuori dal perimetro delle banche tradizionali. Quelli che una volta si chiamavano subprime. Ma questa evoluzione comporta anche nuove vulnerabilità. Proprio perché non sono scomparsi i subprime. Hanno semplicemente trovato altri creditori che le banche finanziano al loro posto. E così la giostra continua.
Cartolina. La crescita italiana

Chi l’ha detto che siamo in stagnazione? O addirittura in declino. L’Italia cresce, eccome. Addirittura di oltre il 130 per cento in poco più di 15 anni. Un autentico record, che racconta molto del nostro paese, del nostro stile di vita, delle nostra priorità. Una crescita del genere è da manuale di economia. O almeno di demografia, visto che parliamo di centenari. L’Italia cresce ma non si riproduce. Quindi invecchia. E’ la cosa che le riesce meglio.
Cartolina. La banca non banca

Nel mondo che cambia le banche fanno meno le banche di prima, ma in compensano aumentano i soggetti che fanno le banche senza esserlo. Questi soggetti finanziano chi faticherebbe ad avere credito dalle banche, ma per trovare le risorse le chiedono alle banche, che quindi diventano creditrici delle non banche. Le non banche, che prestano ai debitori più rischiosi, si fanno pagare bene il disturbo. Quindi possono, a loro volta, ripagare bene le banche vere. Queste ultime, perciò, prestano indirettamente senza troppe seccature regolatorie a soggetti rischiosi, che nei loro interessi incorporano il costo della banca e della non banca, guadagnandoci pure. Il fatto che questo cambiamento sia cominciato nel 2008, quando i debitori rischiosi che non pagavano i mutui hanno fatto crollare i mercati internazionali è la morale di questa bellissima storia.
I tassi in declino mettono sotto stress le banche cinesi

Piano piano anche le banche cinesi stanno iniziando a sperimentare il tormenti di chi viva in un contesto di tassi di interesse declinanti, che finisce sempre per rosicchiare i margini operativi. Noi occidentali conosciamo bene il problema, visto che abbiamo vissuto per anni coi tassi rasoterra. Ma per i cinesi è una novità che arriva in conseguenza degli allentamenti monetari che la banca centrale sta gestendo per provare a rilanciare una crescita che rimane lenta, almeno per gli standard cinesi ai quali si era abituati.
Il tema non è sfuggito al Fmi, che ne ha fatto oggetto di un approfondimento nel suo ultimo Global financial stability report, dove si ricorda che la banca centrale cinese ha portato i tassi dal 2,2% di tre anni fa all’1,4% di oggi, quasi dimezzandoli. Ciò ha contribuito a far crollare i rendimenti dei titoli di stato ai minimi storici e al contempo ha messo sotto pressione la redditività degli istituti di credito, già alle prese con diverse difficoltà generate da un contesto economico che fatica.
Il risultato è stato che il margine netto della banche è arrivato al minimo storico dell’1,42%. E quando si scomoda troppe volte la storia, l’esperienza insegna che si sta covando un problema. La circostanza che lo spread fra bond a un anno e depositi a termini a un anno sia diminuito bruscamente alla fine del 2024, a causa del brusco declino dei rendimenti obbligazionari, diminuiti più velocemente dei depositi, mostra con chiarezza questa tensione, alla quale le banche hanno provato a porre rimedio tenendo elevato il costo dei prestiti. Lo spread sui prestiti, misurato dalla differenza fra il tasso primario sui prestiti a un anno e il rendimento del titolo a un anno, è arrivato a quota 150 punti base. Un livello non certo modesto, che spiega come le banche stiano cercando di difendere la redditività spostando il peso su chi chiede credito bancario.
Sono segnali che lasciano ipotizzare il rischio di un indebolimento della base patrimoniale delle banche. Che peraltro sembra in corso. “Considerati i margini di interesse netti, sia il rendimento del capitale proprio che il rendimento delle attività per il settore bancario sono diminuiti, scendendo all’8,2% e allo 0,63% nel secondo trimestre del 2025, prossimi ai minimi degli ultimi dieci anni, rispetto
all’8,9% e allo 0,69% dell’anno precedente”, scrive il Fmi.
Bisognerà vedere se il calo dei tassi di interesse finirà col limitare i prestiti all’economia. Cosa che già, in qualche modo, si intravede. Al momento le riserve della banche sono adeguate, scrive il Fmi. Ma riserve adeguate e tassi bassi non hanno impedito il rallentamento dei prestiti, scesi sotto la media quinquennale.
La debolezza dell’economia, ovviamente, ha delle conseguenza sulla domanda di credito. Le autorità cinesi all’inizio del 2024 hanno iniettato 500 miliardi di yuan, circa 69 miliardi di dollari, nel capitale delle grandi banche statali, proprio per potenziare la loro offerta di credito. Ma come noi occidentali sappiamo bene, non c’è acqua che basti, se il cavallo non vuole bere. La Cina si trova di fronte allo scenario che noi abbiamo vissuto per anni: tassi bassi per stimolare l’economia, che però nicchia, e banche (e assicurazioni) sotto pressione. Qui da noi la storia è finita con un’ondata inflazionistica senza precedenti recenti, per le più svariate ragioni. Per la Cina chissà.
L’Africa fa il pieno di investimenti cinesi nei primi sei mesi del 2025

Mentre il mondo litiga sui dazi, la Cina sta silenziosamente accelerando i suoi investimenti nell’ambizioso progetto della Belt and Road iniziative. Nei primi sei mesi di quest’anno, secondo quanto riportato dagli osservatori del Green Finance&Development center, istituto legato all’università Fudan di Shanghai, in collaborazione con a Griffith University di Brisbane, la Cina ha impiegato 66,2 miliardi per contratti di costruzione e 57,1 miliardi in investimenti di altra natura diffusi lungo tutti i paesi interessati dal progetto.
Si tratta, spiegano i ricercatori, del dato più elevato di risorse dedicate alla Bri in sei mesi dal 2013, ossia da quando Pechino ha lanciato il suo ambizioso progetto di internazionalizzazione del capitale cinese. Gran parte di queste risorse è stata impegnata nel settore dell’energia, alla quale sono stati destinati 42 miliardi, un aumento del 100% rispetto al primo semestre del 2024. In particolare, il settore petrolio&gas ha ricevuto risorse per circa 30 miliardi, un valore superiore all’interno 2024. A fruire dei due terzi di questa somma è stata la Nigeria, dove sono stati firmati contratti per 20 miliardi di dollari per la costruzione di impianti di lavorazione di petrolio e gas.
Pechino sta portando avanti sia investimenti nelle energie tradizioni, quindi, compreso il carbone, ma al tempo stesso ha investito 9,7 miliardi i progetti eolici, solari e di conversione di di rifiuti in energia, per una capacità installata di circa 11,9 GW di energia verde.
Ben 24,9 miliardi di dollari sono stati investiti nella lavorazione dei minerali, 10 dei quali sono stati destinati all’estrazione. altri 23,2 miliardi sono stati dedicati al settori hi tech. Ancora una volta la Nigeria è stata destinataria di investimenti per la realizzazione di batterie per veicoli elettrici e dell’idrogeno.

Se guardiamo alla distribuzione geografica di questo flusso di risorse, osserviamo che l’Africa primeggia nella classifica degli investimenti del semestre con 39 miliardi, seguita dall’Asia centrale, che in questo periodo ha superato il Medio Oriente, con 25 miliardi. Degna di nota la circostanza che gran parte di queste risorse siano arrivate dal settore privato cinese. Fra le aziende spiccano la East Hope Group, Xinfa Group e Longi Green Energy.
Complessivamente, dal 2013, quando il progetto Bri è stato lanciato, le risorse impegnate sono arrivate a 1.308 miliardi di dollari, 775 in contratti di costruzione, 533 in investimenti non finanziari. La Cina, in sostanza, sta proseguendo il suo percorso di internazionalizzazione. E il fatto che l’Africa sia una presenza costante nei progetti cinesi non è certo una sorpresa. A sorprendere semmai è che noi ci siamo poco.
Conto alla rovescia per l’euro digitale: si prepara un’altra rivoluzione monetaria

La data è stata fissata, si potrebbe dire riecheggiando una celebre serie televisiva del passato, che preconizzava un’invasione aliena. E in effetti c’è molto di alieno per il pubblico nel recente annuncio della Bce che se tutto va come dovrebbe, nel 2029 l’euro digitale farà capolino nei nostri wallet. Un’innovazione che solo pochi riescono ad apprezzare nella loro enormità.
L’euro digitale, in effetti, è un’autentica rivoluzione. E certo fa riflettere che l’Europa riesca ad esprimere le sue migliori capacità solo quando si tratta di innovare in campo monetario. L’ha fatto nel 2002, quando ha introdotto la prima moneta priva di uno stato emittente, emessa da un circuito di banche centrali. Lo farà presto emettendo la prima valuta digitale globale. Sempre che, ovviamente, la politica faccia la sua parte.
Nel lungo comunicato che annunciava la chiusura della fase di preparazione, iniziata nel 2023, la Bce spiega chiaramente che il presupposto dell’emissione dell’euro digitale nel 2029 è l’emissione della normativa da parte dei legislatori europei. Si tratta di approvare un regolamento molto complesso in tempo per arrivare, nel 2027, a far partire l’esercizio pilota che durerà molti mesi. I costi stimati per l’avvio dello sviluppo sono di 1,3 miliardi di euro che diventeranno 320 milioni l’anno per il funzionamento dell’infrastruttura necessaria a far circolare la nuova moneta digitale.
Rimane adesso da capire perché questa scelta sia stata ritenuta talmente necessaria che i leader dei paesi europei, nell’ultimo vertice di ottobre scorso, hanno chiesto alla Bce di accelerare i progressi nella digitalizzazione dell’euro.
La Bce spiega che “un euro digitale preserverà la libertà di scelta e la privacy dei cittadini europei e proteggerà la sovranità monetaria e la sicurezza economica dell’Europa. Promuoverà l’innovazione nei pagamenti e contribuirà a rendere i pagamenti competitivi, resilienti e inclusivi in Europa”. Per apprezzare questa dichiarazione bisogna analizzare le varie questioni connesse allo sviluppo dell’euro digitale.
Cominciamo da una distinzione fondamentale. L’euro digitale è moneta di banca centrale, esattamente come il contante che tenete nel portafoglio. La moneta che fate circolare attraverso un bancomat, una carta di credito o un assegno, invece, non è moneta di banca centrale, ma moneta bancaria. La prima è una moneta emessa da un’entità pubblica. La seconda è emessa da un soggetto privato.
Se guardiamo alla quantità di moneta in circolazione, quella privata è molto più abbondante di quella pubblica. Ma questo “miracolo” riesce solo perché la moneta bancaria si basa sulla fiducia che gli operatori hanno in quella pubblica. Detto semplicemente, nessuno distingue fra l’euro di banca centrale e l’euro della banca commerciale. Perché, nei fatti sono la stessa cosa, anche se tecnicamente fanno riferimento a soggetti e logiche di emissione differenti.
Distinguere fra moneta di banca centrale e moneta distribuita dalle banche commerciali ci consente di fare un’altra precisazione terminologica che spesso genera molta confusione anche fra gli operatori: quella fra moneta digitale e moneta elettronica. L’euro digitale è una valuta di banca centrale digitalizzata. Gli euro della carta di credito sono moneta elettronica, ossia moneta emessa da un soggetto privato che circola attraverso circuiti elettronici.
Questo ci permette di comprendere un’altra distinzione fondamentale: quella fra una moneta digitale che fa riferimento a una valuta emessa da una banca centrale, come l’euro digitale, e una moneta digitale emessa da un soggetto privato, come una qualunque stablecoin. La prima è una moneta. La seconda è un asset.
Fatte queste premesse, osserviamo rapidamente come si stiano evolvendo le modalità di pagamento nell’eurozona, prendendo come fonte il rapporto SPACE della Bce pubblicato nel dicembre scorso.

L’acronimo POS sta per Point Of Sale, ossia punti vendita. P2P sta per Person To Person. Come si può osservare il declino del numero dei pagamenti nei punti vendita è andato di pari passo con l’incremento dei pagamenti on line, che sono triplicati fra il 2019 e il 2024. E questo è un primo indizio dell’importanza che avrà in futuro poter disporre di un euro digitale.
Il motivo è presto detto: mentre una moneta elettronica ha bisogno di un soggetto bancario per poter circolare, una moneta di banca centrale è alla portata di tutti. Per dirla diversamente: serve essere titolari di un conto corrente per avere una carta di credito, basta una tasca per conservare una banconota.
Nel caso dell’euro digitale basterà avere un dispositivo digitale con un wallet. Questo significa che tutti i soggetti “non bancati” avranno accesso al sistema dei pagamenti anche se devono fare pagamenti on line. E se si considera che i più grandi utilizzatori di pagamenti on line sono i giovani, che spesso non hanno un conto corrente, ecco che si comprende la potenziale trasformazione della domanda di consumi che l’euro digitale porta potenzialmente con sé. Oggi un genitore che voglia dare una paghetta al figlio minore che non ha un conto corrente deve usare il contante fisico. Domani sarà sufficiente trasferire il contante via app.
Se guardiamo ai dati circa l’utilizzo del contante in Europa (grafico che apre il post). osserviamo che il valore del cash in circolazione supera il 10% del pil dell’Eurozona. Questo ci dà un’idea circa la potenziale mole di pagamenti che l’attivazione dell’euro digitale può movimentare.
C’è ancora un’altra questione che non è banale ricordare. I circuiti di pagamenti elettronici, quelli sui quali girano le carte di credito per intenderci, sono in larga parte non europei. L’Euro digitale circolerà fuori da questi circuiti. Quindi non dovremo sopportarne i relativi costi di transazione. In più, come scrive la Bce “proteggerà la sovranità monetaria”. E adesso sappiamo anche perché.
Questo post è stato pubblicato su Aspenia On Line lo scorso 31 ottobre.
Cartolina. Il contagio

Il Fmi ha calcolato che l’esposizione del sistema bancario alle Non-Bank Financial institutions, fra Europa e Usa ammonta a 4,5 trilioni di dollari, 2,6 dei quali già erogati, mentre il resto risulta impegnato. In media questo corrisponde a circa il 9 per cento del portafoglio prestiti delle banche osservate. Ma la casistica è assai più fantasiosa. Non serve qui riepilogare, ne riparleremo. Limitiamoci a ricordare che stiamo nutrendo, nel profondo del nostro sistema finanziario e per puro amore del rendimento, degli organismi potenzialmente rischiosi. Questi soggetti, inoltre, si replicano furiosamente: l’esposizione verso alcune categorie di NBFIs è cresciuta del 59 per cento fra la fine del 2024 e la metà del 2025. Sono virali, in tutti i sensi. Quindi contagiosi. Ma non esiste alcun vaccino.
Cartolina. Mediocrità

L’Europa sta convergendo “verso una mediocre traiettoria di crescita”, scrive il Fmi nel suo ultimo outlook sulla nostra regione. Mediocre è una parola dai molti significati. La medietà, nel passato, è stata persino associata alla virtù. Ma poiché il Fmi non fa letteratura ma produce numeri è probabile si riferisca al fatto che i nostri tassi di crescita si appiattiscono insieme al nostro entusiasmo per la costruzione europea, che ormai segnala pericolosamente la sua esaustione, purtroppo contrastata con molte parole e pochi fatti concreti. La “mediocre traiettoria di crescita”, non è affare che riguardi solo il pil. Riguarda tutti noi.
L’irresistibile ascesa delle non banche accresce i rischi di stabilità per le banche


Il Fmi dedica l’ennesimo approfondimento all’irresistibile crescita delle non bank financial institutions (NBFIs) all’interno del sistema finanziario internazionale di cui abbiamo parlato in tante occasioni. Gli ultimi dati riportati nel Global financial stability report confermano che la Grande Trasformazione della finanza che abbiamo raccontato nei mesi scorsi è sempre più in corso e promette d allargarsi a macchia d’olio senza che nessuno sia in grado di capire la quantità e la qualità delle sue conseguenze.
Sappiamo già che ormai le NBFIs, entità finanziaria che prendono a prestito dalle banche e poi prestano ad altri soggetti come fossero banche, ma senza esserlo, giocano un ruolo rilevante anche nel mercato dei bond sovrani, con tutte le conseguenze che ciò comporta. Adesso il Fmi ci informa che “negli Stati Uniti, le banche che rappresentano quasi il 50% delle attività campione hanno esposizioni verso le NBFI superiori al loro capitale di Classe 1”. Le grandi banche Usa fungono da principali finanziatori delle NBFI. Il 90% dei prestiti che questi soggetti raccolgono arrivano proprio da loro. Ma nelle banche regionali la situazione è ancora peggiore, specie in quelle più piccole, con asset inferiori a 100 miliardi di dollari.
Complessivamente, l’esposizione delle banche alle NBFI è elevata: “In Europa e negli Stati Uniti, i prestiti delle NBFI rappresentano, in media, il 9% del portafoglio prestiti delle banche, con esposizioni pari a circa 4,5 trilioni di dollari, di cui 2,6 trilioni di dollari corrispondono a prestiti e il resto a impegni non utilizzati”, scrive il Fmi.
In Europa si osserva una situazione simile. Le banche più grandi hanno concentrato la loro esposizione verso gli NBFIs, e in alcuni settori si osservano tassi di crescita a doppia cifra dei prestiti concessi. Nel private equity e nel credit funds l’esposizione complessiva sfiora i 500 miliardi di dollari. Fra la fine del 2024 e la seconda metà del 2025, l’esposizione è cresciuta quasi del 60% (grafico sopra pannello 2).
“Le banche – scrive il Fmi – concedono sempre più denaro a questi fondi perché questi prestiti spesso offrono rendimenti sul capitale proprio più elevati rispetto ai tradizionali prestiti commerciali e industriali, grazie ai minori requisiti patrimoniali consentiti dalla loro struttura di garanzie”. Rendono di più perché sono più rischiosi, in sostanza. E come se non bastasse, Anche la concentrazione dei prenditori è in crescita costante: “Cinque grandi gestori di fondi rappresentano circa un terzo degli impegni di prestito aggregati dell’intero settore del private credit e del private equity”. Cosa può andare storto?
La risposta è molto semplice: “la crescente esposizione delle banche alle NBFI implica che
sviluppi negativi in queste istituzioni, come declassamenti o calo del valore delle garanzie, potrebbero influire significativamente sui coefficienti patrimoniali delle banche”. Il Fmi ha fatto anche alcune stime. Non serve qui riportarle. E’ sufficiente ricordare che le NBFIs sono uno dei tanti virus insediati ormai stabilmente nel nostro organismo finanziario. Per adesso di limitano a replicarsi. Domani chissà.
